Su Fiume si è scritto di tutto e di più, sono stati spesi centinaia di fogli, litri e litri d’inchiostro per cercare di descrivere anche solo un terzo di quello che fu realmente il mondo cocente e rivoluzionario che si creò in quella piccola cittadina istriana: manuali, saggi, testimonianze, interviste, decine e decine di romanzi e biografie, ma ancora adesso quella realtà ci pare così indescrivibile, così lontana da ogni logica moderna e borghese, che ogni opera pare un’impresa titanica.

Orlando Donfrancesco nel suo libro “Sulla cima del mondo” (Historica edizioni) ha provato a consegnare a noi, bistrattati patriottici, un ulteriore dipinto di quello che avvenne in quella città guidata da D’Annunzio, provando a parlare non delle solite tristi trame politiche e militari, bensì dei costumi, delle perversioni, delle scappatelle, dei tradimenti e di tutte quelle questioni d’amore e di spirito edonistico che, certamente, furono ancelle di quella grande rivoluzione che fu l’esperienza fiumana. Rifiutarne tale aspetto, infatti, vorrebbe dire in parte non aver capito il grande progetto dei Legionari.

Il romanzo è una celebrazione della perdizione, della voglia di rompere qualsiasi schema piccolo-borghese e qualsiasi imposizione piovuta da quei tromboni degli Imperi centrali, e ovviamente dell’enorme, pulsante e incontrollabile voglia di sperimentare, di amare, di poter esagerare e vivere il giorno (o meglio, la notte) come l’ennesimo prolungamento di una delle tante cariche di fanteria sulle montagne di Sua Maestà. Nel romanzo, difatti, quasi tutti i personaggi sono reduci, decorati o invalidi, partoriti e dimenticati dalla Grande Guerra.

Il romanzo è un vortice di emozioni, un continuo susseguirsi di feste, nomi importanti, arditi decorati, irriducibili edonisti, serate a teatro, sesso, feste, champagne e nonostante si parli di vizi, il primato di Fiume come città libera e veramente democratica di tutta Europa è il fulcro principale di quasi tutti i dialoghi del romanzo. Tra un “Nitti boia” e un “Viva Fiume italiana” si ribadisce e sottolinea l’assoluta convinzione di tutti coloro che partecipavano a un progetto così grande da essere fastidioso pure per le grandi nazioni limitrofe, che continuamente venivano offese e sbeffeggiate da scorribande e piccoli sequestri dei vari magazzini di scorte militari sparsi in tutta l’Istria.

Donfrancesco si sofferma sui particolari estetici: sui vestiti, sui papillon, sui pizzi delle fanciulle e sulle musiche che passavano nelle sale di quei ruggenti anni ’20, dove monarchici, repubblicani, vetero-fascisti, interventisti, socialisti e quant’altro vivevano una piccola grande rivoluzione che fu il sogno della Reggenza del Carnaro. Il libro è costruito, ben descritto, ponderato, parla di una Fiume di cui si parla poco e mai in maniera libera ma sempre imbellettata e accademica, cosa che farebbe orrore ai protagonisti di quelle vicende. E’ un grande respiro tirato prima dell’apnea che sarà il Natale di sangue, e poi il susseguirsi degli anni verso il secondo conflitto mondiale.

Il protagonista, Saverio Gualtieri, è il classico viveur dell’Italia post bellica che vuole scappare dalla società borghese e dall’ottusità del padre, per poter abbracciare i nuovi ideali che si sono schiusi dopo quella grande tragedia che fu la Grande Guerra. Lui, come molti altri, è uno dei tanti reduci di guerra che si sono distinti e che sono riusciti a sopravvivere alle “Spallate d’Autunno” e alle cariche alla cieca contro le trincee austro-ungariche e che ora vogliono soltanto vivere, bruciare e godere, per esorcizzare i demoni accumulati durante quegli anni infernali, dopo che un tale sacrificio costato la vita a quasi mezzo milione di giovani pare non essere servito a nulla.

La questione della vittoria mutilata ricorre diverse volte lungo il romanzo, nonostante non sia l’argomento portante di tutto lo scritto. Diversi personaggi – tra cui anche il protagonista – a volte si lasciano andare alle varie elucubrazioni sulla grande offesa che fu la pace di Versailles. Una cosa però è certa: i “nuovi fiumani” odiavano, o meglio, detestavano tutti, francesi, inglesi, austriaci, americani, borghesi, bigotti, baciapile e tutta la pletora di omuncoli che hanno costruito sul sacrificio di un’intera gioventù europea il proprio successo e la loro carriera, senza aver mai né sparato un colpo né marciato una volta sola in tutta la loro miserrima vita.

Ma non ci sono solo il sesso e i piaceri carnali all’interno del romanzo edito da Historica: ci sono gli umori di un’intera generazione sconvolta, le diatribe tra spasimanti e avversari politici, le scorribande con Keller e il suo U.C.M. (Ufficio Colpi di Mano), gli arrembaggi degli “Uscocchi” contro i mercantili stranieri e i depositi di viveri delle potenze internazionali, il contrabbando di alcol e sigarette ma soprattutto la voglia di vivere, o meglio, rivivere dopo l’incubo.

L’autore cerca di battere e narrare col suo estro tutte le fasi cruciali che composero la grande esperienza fiumana, descrivendo in maniera assai chiara la parabola storico-sociale che andò a disegnarsi in quei pochi mesi: dall’entusiasmo irrefrenabile della prima ora, quando anche solo riuscire a superare i confini triestini per immergersi nell’Istria pareva già un’avventura degna di essere vissuta – infatti lo stesso Saverio dovrà crucciarsi per poter abbandonare l’Italia borghese in tranquillità – fino ad arrivare ai terribili giorni della capitolazione di Fiume, in cui tutto crollò dando spazio all’angoscia per il nuovo mondo, permettendole di farsi avanti e sovrana tra le leggerezze che prima erano all’ordine del giorno.

Tutto finisce in un sogno, con la stessa velocità con cui finiscono una bottiglia di vino veneto e una sigaretta d’importazione turca. Nulla è per sempre, nemmeno le rivoluzioni, ma i sogni? I sogni e le memorie sono per sempre nel cuore di chi continua a crederci, e Fiume, in cuor nostro, non poteva che occupare un piccolo cantuccio all’interno dell’anima di quelli che furono i ruggenti anni Venti per il vittorioso, ma insultato e offeso, Regno d’Italia.