Rogozhskoye. Parte sud-est di Mosca. Sono le undici del mattino di una fredda domenica di autunno. L’asfalto della strada è di un grigio più intenso del solito, l’aria è nitida, alzando gli occhi è possibile scorgere ogni cosa, ogni dettaglio. Novembre da queste parti non è come da noi, il presagio dell’inverno non si avverte sfogliando il calendario, si vive sulla propria carne a contatto con il gelo mattutino o con il calore della coperta che mitiga la freddura notturna.

Durante il tragitto in autostrada, provenendo da Mosca, il villaggio di Rogozhskoye è visibile in lontananza per mezzo di ciò che lo rappresenta al meglio: un alto campanile – il più alto dopo il più celebre, costruito a Mosca, facente parte del complesso del Cremlino – che illumina simbolicamente il pellegrino avvertendolo di essere giunto a destinazione. Questo è costituito dalla tipica cupola a cipolla, marchio di fabbrica della spiritualità russo-ortodossa, completamente dorata (ad indicare la luce deificante della Trasfigurazione di Cristo, a cui Pietro e Giovanni assistettero sul Monte Tabor), al cui centro svetta la croce ortodossa, che si distingue dalla romana per la terza barra trasversale leggermente inclinata nella parte bassa, lì dove inchiodarono i piedi del Cristo.

All’interno del complesso di Rogozhskoye, territorio di svariati ettari di terreno ed antico cimitero, sorgono numerosi edifici destinati al culto ed altri preposti a compiti educativi, il tutto circondato da un’alta cancellata. Mentre la Divina Liturgia sta per iniziare, lungo la strada accorrono i fedeli intenti ad arrivare in orario per l’incontro con Dio. Le donne hanno sul capo lunghi veli bianchi, che ricoprono tutta la nuca scendendo sino al collo, coperto anch’esso. Vestono tradizionalmente, in modo umile, con gonne lunghe e abiti scuri le più anziane, con colori vivaci ma sobri, le più giovani. Gli uomini, di ogni età, portano la barba molto folta e lunga, abbigliati dei tradizionali vestiti russi.

Questo quadretto unico, in questo angolo di mondo, porta con sé un eco proveniente da lontano, che profuma di fede viva, sentita, vissuta, celebrata e resa protagonista da ciascuna di quelle vite, in modo straordinario. In questo lembo di territorio moscovita, sede della Chiesa ortodossa russa di rito antico, comunemente conosciuta come la Chiesa dei “Vecchi credenti”, la concezione stessa di tempo è inesistente: non vivono nel presente, né nel passato, semplicemente si rapportano con l’eterno. Non esiste la “modernità”, con il suo scorrere del tempo e con la promessa messianica del progresso; non esiste la categoria di “diritti dell’uomo”, né si trovano codificati in qualche canone le tutele per la donna. La fede basta, nutre ogni diritto, fortifica ogni dovere, allatta ogni promessa, è garanzia contro ogni sopraffazione. In questo estremo appendice terrestre vive la Russia: la sua spiritualità, la suo cultura, la sua civiltà, i suoi costumi, le sue istituzioni arcaiche.

La critica che Ivan – parlando con il fratello Alësa – rivolge al cristianesimo, ne I fratelli Karamazov, è, dagli uomini descritti prima, respinta e annullata dalla loro presenza, dal loro esistere, dal loro auto-affermarsi per quelli che sono. Dostoevskij, in quelle pagine affascinanti che fanno da sfondo alla leggenda del “grande inquisitore”, stimola il lettore e l’uomo di intelletto di ogni epoca (e sono stati in molti a ricevere il suo stimolo) ad una riflessione sull’essenza della libertà. Sulla sua ragione più intima, sui suoi confini e, infine, sulla risposta cui l’uomo è chiamato a dare. La visione di Ivan, personaggio di grande intelligenza e dalla profonda religiosità, seppur ateo, ricalca sostanzialmente le critiche che dalle origini della modernità (protestantesimo) vengono imputate alla Chiesa intesa come apparato, come organizzazione chiusa e capace di ogni sopruso, vista come nemica principale di Cristo stesso e del messaggio che il Dio fattosi carne testimoniò durante l’esilio terreno.

La libertà non è per tutti; pochi, pochissimi hanno la forza di abbracciare l’ideale della santificazione, della deificazione per grazia che si raggiunge mediante un combattimento durissimo contro noi stessi, contro le passioni della nostra anima che, come ci ricorda anche Platone nel “mito dell’auriga”, ci risucchiano verso il basso, verso la vita comoda e disfattista del quotidiano, verso i diritti borghesi incensati dalla modernità, verso un falso eroismo travestito da edonismo che riversiamo in qualche istante, in qualche attimo della nostra vita sospinti forse da una manciata di adrenalina o da un richiamo dall’alto che però non sappiamo far nostro a sufficienza e che abbandoniamo non appena il momento della difficoltà (inevitabile e necessario) ci chiama a superarci, a superare noi stessi. No – dice Ivan – Dio sapeva tutto questo e aveva dato a Suo Figlio la forza di fare tutto quel che fece, sapeva che gli uomini alla libertà avrebbero preferito la schiavitù e la Chiesa ha realizzato questo compito: promettere la pace dell’anima in cambio di un asservimento completo.

Fëdor Dostoevskij, di Vasilij Perov (1872)

Lo spirito russo con la sua indomabile refrattarietà alla rinuncia della libertà si incarna nel fratello di Ivan, Alësa che dinanzi allo spettacolo folle e macabro dell’uomo che si spoglia di ciò che di più caro gli è stato fatto dono, afferma: «Ma… è un assurdo!» L’assurdo è una negazione della ragione, è il tentativo di prostituire l’intelletto con l’immaginazione e di subordinare a questa la natura dell’uomo con le sue esigenze. Ogni qualvolta l’occidente ha tentato di imporre lo spirito della modernità, il popolo russo ha risposto con le parole di Alësa.

Pensiamo, ad esempio, alla volontà dello zar Pietro il Grande (1672–1675) di imporre l’occidentalizzazione forzata dei costumi, delle abitudini e persino delle città della Russia. San Pietroburgo ne è un esempio plastico. Considerato dalla storiografia e dai suoi contemporanei come esempio di “sovrano illuminato”, al pari di Federico II di Prussia e di Maria Teresa d’Austria, diede prova di grande interesse per le arti e per la cultura europea a tal punto da divenire icona di uno spirito di rottura con quello che era la weltanshauung russa, da parte di una corrente di pensiero che, viceversa, difendeva il patrimonio e la specificità di una civiltà a cavallo tra l’Europa e l’Asia.

Ritratto di Pietro il Grande ad opera di Paul Delaroche

Lo “slavofilismo”, infatti, nasce come reazione all’europeismo crescente, che racchiude un sé i germi della società industrializzata, di matrice liberal-capitalista, e che va declinando dalle sue tradizioni religiose, dal suo ethos, che ben presto lascerà spazio al grido violento e dirompente della rivoluzione francese. Ma cosa fu e cosa rappresentò realmente il movimento slavofilo?

Rappresentò lo sforzo intellettuale e l’orgoglio di presentare la società russa alla luce di una civilizzazione diversificata, specifica, unica da quelle del resto del mondo. Benché si possano rinvenire i prodromi del movimento slavofilo sin dal regno di Pietro il Grande, è con Michail Pogodin (1800–1875) che appare, in tutta la sua nettezza, la formulazione dell’abissale diversità che esiste tra la Russia, erede della civiltà bizantina, divenuta la “nuova Roma”, plasmatasi sulla santa dottrina “ortodossa” che Mosca ha non solo conservato, ma difeso strenuamente, e la civilizzazione latina e occidentale che, viceversa, ha subito lungo la sua storia contaminazioni prima con il protestantesimo e poi – la più nefasta e mortale – con la rivoluzione francese. Sarà proprio all’ombra del suo giornale “Il moscovita”, che Pogdin si incontrerà con  il capostipite del movimento slavofilo, ossia con Ivan Kireevskij (1806–1856). Ma I due si divideranno ben presto a causa di visioni differenti sullo spirito del popolo russo.

Ritratto di Michail Petrovič Pogodin ad opera di Vasily Perov

Kireevskij pone l’accento delle sue critiche osservando l’uomo occidentale. Esso è alienato, diviso, segmentato da mille preoccupazioni (quanto profetiche risulterebbero oggi queste parole!), costretto ad uno stile di vita che la borghesia avida e liberale promuove mediante l’industrializzazione forzata, che porta milioni di persone ad abbandonare le campagne per riversarsi nelle periferie delle città, abitando in ghetti. Ne esce un quadro desolante in cui l’industria di fatto

designa la patria, determina la condizione sociale, sorregge gli ordinamenti statali, muove le nazioni, dichiara le guerre e conclude le paci, cambia i costumi, fissa gli obiettivi della scienza, definisce il carattere di una civiltà. [Essa è] è il dio reale che l’uomo contemporaneo ascolta e nel quale crede senza ipocrisie. L’attività disinteressata è divenuta ormai inconcepibile.

(Ivan. V. KIREEVSKIJ, Opere complete, 2 volumi, Mosca, Tipografia dell’Università, 1911)

L’uomo, come dicevamo, finisce con l’essere uno strumento di una grande catena di montaggio, finisce con l’essere un uomo de-centrato, privo di un centro a cui aggrapparsi, privo di un legame con il sé che solamente la fede religiosa può donargli, richiamandolo ad una identità con lo stesso essere uomo e con ciò a cui è destinato. La fede, afferma:

non risiede in una qualsiasi delle facoltà conoscitive reciprocamente dissociate, non è la caratteristica di una ragione esclusivamente logica o del sentimento o della coscienza, ma abbraccia invece la totalità della personalità umana e si rivela solo nei momenti d’integralità interiore.

(Ibidem)

Integralità interiore, o celostnost, su cui il pensatore slavofilo insiste particolarmente e che rappresenta più di una semplice suggestione, ma l’elemento focale dell’antropologia dell’uomo russo. Mutuato dalla spiritualità ascetica ortodossa, l’integralità interiore è ciò che definisce l’uomo soccorrendolo dagli sfaldamenti delle potenze dell’anima, dalle passioni che privano l’essere umano dal raccogliersi in sé e aprirsi alla trascendenza, determinando un costante senso di spaesamento e di ribellione, di orgoglio, di individualismo.

Ivan Vasilyevich Kireevskij

Individualismo che ha trionfato in occidente proprio a causa del razionalismo che si è insinuato anche all’interno della Chiesa cattolica, secondo Kireevskij, e che ha portato ad incidere sulla struttura centralista del Chiesa latina, la quale ha aperto le porte alla rivoluzione protestante. [ndr. tale visione risulta succube di un eccessivo astio anti-cattolico ed è frammentaria e fallace sia nelle premesse che nelle conseguenze. Infatti Kireevskij tenderà a considerare positivamente la rivoluzione protestante, quando tutta la scuola controrivoluzionaria è unanime nel considerarla negativamente] Svilupperà tali critiche il co-fondatore del movimento slavofilo Aleksej Chomjakov (1804–1860), il quale marcherà le distanze con ciò che costituisce l’autentica “cattolicità”, a suo dire, della Chiesa ortodossa, la quale concepisce se stessa come sobornost’, ovvero come una comunione di fedeli il cui unico capo è Cristo.

Comunione che ci porta a parlare di una delle più grandi particolarità sociali russe, cioè l’istituto della Obščina. Questa era una comunità rurale, presieduta da una assemblea di anziani (mir), a cui lo stato affidava la terra. Veniva lavorata collettivamente ed era ripartita in lotti uguali all’interno delle comunità stesse. Queste erano disseminate su tutto il territorio, vigeva un clima di profonda serenità e solidarietà cementificata dalla tradizione spirituale ortodossa e dal rispetto verso gli anziani e verso le specificità di ciascun ruolo. La comunità si faceva garante dinanzi allo stato di riscuotere le tasse e del servizio di leva quando occorreva. Secondo gli slavofili l’Obščina era il simbolo della diversità sociale della Russia, di una società pacificata in cui non vi furono mai invidie né lotte di classe, né rivendicazioni spinte sino alla ribellione violenta, come accaduto in occidente.

Autoritratto di Aleksej Stepanovič Chomjakov

Lo spirito russo sopravvisse ieri, durante l’epoca sovietica, nonostante ateismo ed eccidi terribili; sopravvive oggi, nonostante il liberalismo e la post-modernità. La Russia continuerà a sopravvivere ogni qualvolta avrà il coraggio di riprendere in mano il testo di Dostoevskij, ogni qualvolta preferirà i consigli degli “starets” (guide spirituali) agli imbonitori della tv, ogni qualvolta, armata di “Komboskini”, (corda da preghiera) pronunzierà le parole che il cieco Bartimeo indirizzò a Gesù:

O Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.