Ma come deve fare oggi un uomo ad amare una donna? Quale deve essere il modo corretto di intendere i rapporti tra i sessi? Scusate le domande, un po’ enfatiche, ma ci pare che questi interrogativi franchi colgano un sentire malcelato ma diffuso, sottaciuto ma reale. Il fatto è che per la nostra generazione, fuori dalla storia, orfana della politica e disillusa sulla possibilità dei grandi cambiamenti sociali, l’unica vera rivoluzione sia stata quella sessuale, l’unica grande guerra in atto è quella tra i sessi. Le dinamiche tra maschi e femmine sono cambiate in modo drastico e repentino, le vecchie posizioni sono cambiate e quelle nuove non si sono ancora né stabilizzate né definite: così noi procediamo in questa terra di mezzo, senza esempi né guide che ci sappiano orientare. Se guardiamo solo ai rapporti di coppia tra i nostri genitori, ci sembra che tra noi e loro sia scavato proprio un guado antropologico: gli equilibri di un tempo fondati sul lavoro, sulle convenzioni e sui rispettivi temperamenti sono stati scardinati in modo totale. Di questi argomenti si parla poco e sempre nei toni dell’ilarità o al massimo dell’analisi sociologica; poi però queste criticità emergono nella loro forma più esasperata nei fatti di cronaca che tanto ci scandalizzano, dalle famiglie sfasciate agli scandali legati ad abusi e molestie, dai figli acquistati eludendo il bisogno di un compagno o di una compagna ai casi più sconvolgenti di violenza e femminicidio.

Lo stupro, di Edgar Degas (1868-1869)

Pensavamo a queste cose leggendo un libro, che pur essendo stato scritto un secolo e mezzo fa queste cose le previde e le colse con una preveggenza lucida ed implacabile: ovvero L’Idiota di Dostoevskij. L’Idiota è uno dei libri più difficili di Dostoevskij, quello su cui di solito si arenano i suoi peggiori detrattori: ha una trama lenta, una progressione faticosa, qualche inverosimiglianza temporale e qualche vicenda chiusa in modo un po’ troppo sbrigativo. Ma, più di tutto, a rendere il romanzo difficile è il suo misterioso protagonista, il suo ineffabile personaggio principale: il Principe Myskin, l’Idiota appunto.

Nelle intenzioni di Dostoevskij questo personaggio doveva rappresentare un uomo perfettamente buono scaraventato, dopo un periodo di riabilitazione in Svizzera per essere curato dall’idiotismo, nella San Pietroburgo dell’Ottocento, in una società nobiliare ipocrita e decadente, capace di nobiltà d’animo ma anche di terribile meschinità. Dostoevskij voleva riuscire nell’impresa di tratteggiare un uomo che fosse l’epitome della bontà, in un mondo di avidità, spregiudicatezza ed opportunismo, e questo senza dare al personaggio nessun aspetto umoristico, differenziandolo perciò ad esempio dal Don Chisciotte di Cervantes.

Qualcuno ha sostenuto che Dostoevskij in questa sua creazione avesse in mente anche quella che per lui doveva essere la vera figura “perfettamente buona”, ovvero quella di Cristo, ma questa a noi sembra un’inesattezza, o quantomeno una verità parziale. Più che al Cristo, l’Idiota si avvicina invece ad altri personaggi dostoevskiani: al protagonista delle Notti Bianche, ad Alesa dei Fratelli Karamazov e, certo in modo meno evidente e più sottile, anche al Raskolnikov di Delitto e Castigo. Il Principe infatti è il tipico personaggio di Dostoevskij, un personaggio che egli tratteggia così bene forse proprio perché in qualche modo gli ricorda anche se stesso, o comunque quello che lui doveva essere stato per parte della sua vita.

Il Principe Myskin è un uomo che, per una forma acuta di epilessia che lo condusse fino all’idiotismo, aveva sempre dovuto vivere una vita appartata, a distanza di sicurezza dalle persone, della realtà, dal mondo. In molti tratti del libro il Principe racconta di come avvertisse da un lato un senso di gioia irrefrenabile per la vita, la sua bellezza, la sua varietà, la sua potenza; ma dall’altro sentisse anche una terribile amarezza per il fatto di essere sempre fatalmente estraneo a quell’immenso spettacolo, sempre leggermente in disparte rispetto al dispiegarsi degli eventi, delle emozioni, degli incontri. Tuttavia, questa condizione di appartato porta al Principe la particolare facoltà di saper ascoltare e scrutare gli altri con una perspicacia quasi infallibile: la sua immaginazione, che da un lato lo tiene lontano dalla realtà, dall’altro, al momento di confrontarsi con il prossimo, gli dà il potere di penetrare in modo quasi infallibile la reale essenza delle persone, al di là degli infingimenti e delle maschere sociali.

Così il Principe, che per molti versi sembra un idiota per il modo impacciato ed inesperto con cui si approccia alla vita, da altri versi appare perfino geniale per la sua capacità psicologica così sottile di saper leggere le persone, intuirne i caratteri più profondi ed i moventi più segreti. Ad un certo punto si dice di lui: Lei vede cose di cui gli altri non si accorgono. Più che un essere perfettamente buono, in questo senso, il Principe ci pare più un personaggio perfettamente mentale, astratto; o, per dirlo in un altro modo, perfettamente spirituale. Se c’è una cosa che stupisce del Principe, infatti, è che di fatto egli si muove per tutto il romanzo quasi come se non avesse un corpo, come uno spirito raffinato e penetrante ma completamente incapace all’azione e disincarnato. Se la vita è uno spettacolo, il Principe Myskin ne è uno spettatore acuto ma inattivo.

Fëdor Dostoevskij, di Vasilij Perov (1872)

In questo senso, non ci pare riduttivo né improprio sostenere che la vera chiave di lettura dell’Idiota, questo romanzo così difficile ed enigmatico, stia proprio nel rapporto sempre più difficile tra i sessi e nella crisi che, in modo diversi, coinvolge sia gli uomini che le donne del racconto. Della crisi della virilità il Principe è il primo rappresentante, sensibile ma astratto, amorevole ma disincarnato; laddove Rogozin, il suo contraltare e rivale di tutto il romanzo, rappresenta l’altro grande tipo dell’uomo in crisi, ovvero quello ossessionato, geloso fino alla follia e morboso fino alla violenza fisica. D’altra parte, anche i personaggi femminili mostrati da Dostoevskij non sono esenti da contraddizioni né da ombre. Nastaja è una donna bellissima ma spregiudicata, amorale, che sfrutta la sua bellezza per irretire gli uomini, sedurli ed umiliarli; Aglaja invece è una donna sensibile ed emancipata, fiera sostenitrice della “questione femminile”, che ama la sua famiglia, specie sua madre, ma che vede anche tutte le contraddizioni dell’ambiente nobiliare in cui è stata allevata, le sue ipocrisie, le sue pochezze, le sue miserie.

Il Principe Myskin nel romanzo dichiara di amare e di voler sposare sia Nastaja che Aglaja: che cosa c’è dietro a questa doppiezza? Cosa si nasconde dietro a questo atteggiamento, così stridente per un personaggio perfettamente buono? E, soprattutto, formulando la domanda che echeggia insoddisfatta per tutto il libro: chi ama veramente Myskin? Nastaja o Aglaja? In questo dramma, che, malgrado il tentativo di Dostoevskij, ha anche dei momenti di grottesco, si gioca tutta la sfortunata vicenda del Principe Myskin, la sua infelice parabola umana e la sua evidente natura di uomo in crisi.

La sconosciuta, di Ivan Nikolaevič Kramskoj (1883)

Il primo amore del Principe, quello per Nastaja, è quello più enigmatico, ed all’inizio può apparire anche irrealistico. Come, una donna spregiudicata ed egoista, che provoca dolore agli uomini solo per compiacere la propria vanità, che umilia Rogozin per tutto il libro fino a portarlo alla più totale esasperazione, che si innamora dell’essere più ingenuo e meno malizioso della terra, di un uomo così ingenuamente fiducioso negli altri da essere scambiato da tutti per un idiota? Eppure, non è così assurdo se pensiamo che Nastaja è una donna orfana, che è stata abituata fin da piccola a non conoscere nessuna forma di amore davvero gratuito, affettuoso, incondizionato. Per lei la vita era sempre stata una competizione serrata e senza scampo, in cui si soffre o si fa soffrire, in cui si muore o si fa morire, e l’amore era sempre consistito solo nel compiacimento di spezzare, con la sua bellezza, la forza degli uomini.

Se Rogozin era il prescelto di Nastaja è perché era fra tutti il più vitale, il più forte, il più determinato; quello che si sarebbe più umiliato per lei – o il solo che, in alternativa, avrebbe avuto davvero il coraggio di ucciderla… Ma guardandola il Principe capisce che in lei non vede tanto la magnetica bellezza del suo volto (dalla quale anzi il Principe è spaventato) ma vede innanzitutto l’orrenda abiezione della sua anima, lo spregevole cinismo della sua condotta. Il Principe in realtà non ama Nastaja, o perlomeno, non la ama come un uomo ama una donna: la ama nel senso che ha pietà di lei, che prova compassione per l’indicibile sofferenza che vede in lei, che sola può giustificare una vita così malvagia, e che solo il Principe, con il suo acume psicologico, era riuscito a cogliere con tanta precisa esattezza.

Gli amanti, di René Magritte

Alla fine, quando il Principe accudisce Nastaja ormai sull’orlo della pazzia, alla vigilia del loro bislacco matrimonio, lei viene percepita quasi come un bambino. Ecco, il Principe non ama Nastaja come una donna; la ama in quanto essere sofferente, con la stessa genuinità e lo stesso candore con cui, durante il suo soggiorno in Svizzera, aveva amato i bambini che l’avevano guarito dall’epilessia o la povera tisica che solo grazie a lui aveva ricevuto la solidarietà del paese. L’amore di cui lui ama Nastaja è un amore caritatevole, pietoso, curativo; è l’amore che al Principe viene più facile, quello casto e puro della consolazione, quello dolce e distaccato che lenisce le pene; l’amore pastorale che si rivolge alle comunità e ai sofferenti.

Nastaja è abituata ad intendere l’amore come una contrapposizione tra forze, come una guerra in cui chi resiste vince e chi molla merita di soccombere: il Principe Myskin invece le mostra la grandezza di una debolezza così scoperta ed inerme da vincere qualsiasi forza, le mostra la grazia di un gesto pietoso che spezza la spirale di violenza e sopraffazione.

Il bacio a letto, di Henri de Toulouse-Lautrec (1892–1893)

Ma è proprio qui che sta la contraddizione del Principe: se lui avesse veramente desiderato un amore che fosse solo pietà, un amore pastorale e pietoso, si sarebbe risolto a votare la sua vita al prossimo, proteggendo Nastaja senza sposarla e, soprattutto, senza illudere Aglaja. È nel rapporto con Aglaja che si vede che il Principe Myskin, per quanto si senta inadatto e ne abbia un terribile timore, anela ad un altro tipo di amore, un amore che non sia solo pietà e compassione per il prossimo, che non sia rivolto ai gruppi e alle comunità, ma l’amore esclusivo e personale che esige una coppia. Il Principe ama Aglaja: per quanto si sforzi di negarlo, per quanto lo neghi decisamente anche a se stesso, ponendosi un tabù ridicolo perché infantile, questo è evidente in tutte le scene in cui i due compaiono insieme.

È con lei che le sue notevoli qualità di psicologo, il suo profondo eloquio e la sua capacità di ridurre tutto ad un discorso edificante (così Aglaja definisce in tono teneramente stizzito la sua esigenza di voler cogliere da tutto una morale, un significato spirituale) vengono semplicemente buttata all’aria; davanti ad una donna così, intelligente, coraggiosa, forte, ansiosa di viaggiare ed affamata di vita, tutti i suoi sogni risultano risibili, le sue paure sono schiantate. Lo spettatore della vita ha davanti a sé uno spettacolo troppo bello, troppo attraente per potersi limitare solo a guardare, a scrutare, a sentenziare… Questo è il punto in cui il Principe ed il protagonista delle Notti Bianche si avvicinano fino a sovrapporsi: il sognatore finalmente potrebbe vivere, ma la paura lo fa esitare, così rischia di accontentarsi un’altra volta di trattenere quella bellezza stando in disparte, alle porte della vita, alle porte del sogno:

Era chiaro che per lui rappresentava il colmo della beatitudine già solo il fatto di poter liberamente far visita ad Aglaja e che gli fosse permesso di parlare con lei, sederle accanto, passeggiare con lei, e, chissà, forse anche soltanto questo gli sarebbe bastato per esser felice per tutta la vita!

Fëdor Dostoevskij nel 1876

Il Principe ama Aglaja ma di Aglaja ha anche terribilmente paura, perché amare lei lo costringerebbe ad uscire dalla sua condizione di estraneo alla vita, di malato, di inetto, di sognatore, che lo mortifica ma alla quale si è assuefatto; lo costringerebbe a dire scopertamente che egli non è un Idiota, e a comportarsi di conseguenza. Lo costringerebbe a confrontarsi con un tipo di amore diverso, dal quale è allo stesso tempo attratto e respinto, quello dell’intimità, della prossimità, del contatto. La bontà del Principe, che con tutti gli altri gli attrae simpatia e commosso affetto; con Aglaja risulta invece irritante, si trasforma nella mollezza ipocrita di chi non vuol essere sincero con se stesso, di chi non vuole assumersi le conseguenze delle verità che sente chiare dentro di sé.

Fa pena e rabbia vedere questa giovane donna, che si era innamorata del Principe per la sua nobiltà d’animo e per la sua grande forza morale, che per lui avrebbe vinto anche le contrarietà della sua famiglia, dover dipendere ogni istante dalle sue incertezze, dai suoi scrupoli, dalle sue titubanze, dai suoi rimorsi… Forse anche l’ultimo gesto folle del Principe, quello di lasciare Aglaja per proteggere Nastaja dalla violenza di Rogozin non è nient’altro che uno di quei doppi pensieri di cui il Principe confessa di essere affetto, in cui un movente nobile, ma secondario, ovvero aiutare Nastaja, è usato subdolamente per legittimare il movente principale, ma indegno, ovvero scappare da Aglaja… Il Principe ha paura di Aglaja perché questa potrebbe guarirlo dalla sua intima convinzione, che egli non ha mai pienamente sradicato da se stesso, di essere un idiota, un essere, pertanto, che non merita l’amore, o perlomeno, non merita il tipo di amore che Aglaja sarebbe disposta a dargli.

Se qualcuno in quel momento gli avesse detto che era innamorato, appassionatamente innamorato, certo forse egli avrebbe respinto l’idea con il massimo stupore e forse con indignazione. E se qualcuno avesse anche aggiunto che il biglietto di Aglaja era un biglietto d’amore, egli si sarebbe profondamente vergognato per lui, e magari l’avrebbe perfino sfidato a duello. In tutto ciò egli era assolutamente sincero; neppure una volta era stato sfiorato dal dubbio, e non avrebbe mai ammesso in lui la presenza di un qualche “doppio” pensiero sulla possibilità che quella fanciulla lo amasse, e neppure la possibilità che egli l’amasse. L’idea che qualcuno potesse amarlo, che si potesse amare “uno come lui”, egli la considerava addirittura mostruosa.

Uomo seduto, di Egon Schiele

I soli amanti che non sono credibili agli occhi di una donna sono quelli che non pensano di esserlo, che da soli si boicottano, per non turbare il proprio ordine, i propri alibi, le proprie scuse. È un meccanismo di difesa: se lei mi amasse, sarei costretto ad uscire dai miei sogni, dalle mie paure, dai miei vittimismi; ma se le cose stanno così, allora io decido che lei non può amarmi, per non dover rischiare, mettermi in discussione, per non dover far la fatica di assumermi la mia responsabilità di fronte a me stesso, di fronte a lei. È un ragionamento paradossale e grottesco, che può tenere per sempre un uomo alle porte della vita, alle porte della maturità, senza avere il coraggio di fare il passo decisivo, il salto coraggioso e necessario. Quando parliamo di crisi della virilità, evidentemente non abbiamo nostalgia di vecchi stereotipi e di cliché stantii, ma alludiamo invece a questa tendenza di certi uomini ad accomodarsi in un sogno ovattato, confortevole ma soffocante, schivando le chiamate e gli appelli che la vita riserva loro. Quello che fa uomo un uomo non sono i muscoli o altri miti machisti, ma è invece la risolutezza della propria decisione, la determinazione nella propria scelta, l’assertività di fronte agli stimoli del reale. Ma oggi, in un mondo in cui Dio è uscito dall’orizzonte di molti, la realtà stessa è posta tra parentesi, guardata spesso con diffidenza da un soggetto scettico, in cui la salutare applicazione del dubbio eccede nell’indecisione o nel peggiore dei casi nel sospetto paranoico; in cui la morale è spesso strumentalizzata ipocritamente per legittimare le proprie paure ed i propri alibi.

La cura per guarire questi spiriti malati nel libro non è subito visibile – anche perché il romanzo ha una scena finale terribile ed angosciante – ma a nostro giudizio la vera cura potrebbe essere la bellezza, che, secondo la celebre frase attribuita al Principe, salverà il mondo. Se la malattia del Principe è l’irrealtà, ovvero la paura che lo spinge a preferire un sogno comodo ma noioso ad una realtà faticosa ma appagante, la terapia d’urto contro questo morbo è proprio la bellezza. La bellezza è ciò che chiarisce in modo indubitabile la differenza tra sogno e realtà; potremmo dire che la bellezza è una realtà così forte da vincere qualsiasi dubbio.

Sogni, di Vittorio Matteo Corcos (1896)

La paura e la bellezza hanno due significati metafisici opposti: se la paura allontana dalla realtà fino a farci dubitare della sua effettiva esistenza; la bellezza ci attrae ad essa, ci mostra in modo irrevocabile l’esistenza del mondo fuori di noi, di una vita che poiché è bella val la pena di essere vissuta, di essere esplorata. Se la paura ingenera stanchezza, la bellezza è fonte d’inesauribile vitalità. Il Principe non è un personaggio solo negativo, al contrario: è un uomo straordinariamente sensibile, ha un vigoroso senso morale, un istintivo altruismo e un’intelligenza acutissima. Il passo decisivo che gli manca è proprio il salto nel vuoto, il sussulto di coraggio, l’anelito alla bellezza che gli consentirebbe di uscire da quella zona protetta ai margini della vita dalla quale scruta e giudica, per entrare nel flusso vivo delle cose, per diventare attore attivo, volitivo, di carne ed ossa, delle vicende che gli stanno attorno.

Il Principe alla fine riesce ad allontanare Aglaja solo per le sue continue titubanze ed i suoi pretestuosi vittimismi: ma se egli per primo avesse creduto di essere un amante credibile, se avesse colto l’invito di Aglaja non in modo dubbioso ed indeciso, ma con la ferma volontà di chi desidera ardentemente il suo obiettivo, con la risolutezza di chi non ha più neppure un dubbio su ciò che realmente vuole, lei l’avrebbe amato senza esitazioni. Del Principe sono apprezzabili la nobiltà d’animo, la sensibilità e l’attenzione al prossimo, la propensione spontanea alla cura e all’aiuto, la capacità di pesare opportunamente le parole e le situazioni; quello che gli serve è invece un sicuro sentimento della realtà, una consapevolezza del suo corpo e della sua capacità attiva, la determinazione ed il coraggio di trasformare i suoi acuti pensieri in azioni risolute e in decisioni irrevocabili. Per tutto questo, gli sarebbe servito un salto attraverso la bellezza, quel salto che rende un ragazzo, ancora infantile ancorché sensibile e profondo, un uomo.

Pomeriggio in terrazza, di Vittorio Matteo Corcos

In questo senso, il Principe non può in nessun modo essere, perlomeno completamente, una figura di Cristo. Il Cristo di cui è immagine l’Idiota è un Cristo parziale e quindi in definitiva falsificato, un Cristo che rassomiglia l’idea deteriore e spregiativa di cristianesimo molto in auge nell’Ottocento, che ispirerà gli strali di Nietzsche, a cui non a caso l’Idiota piacque molto. L’Idiota mostra un cristianesimo come religione della malattia, dell’indecisione, dell’astrattismo, della spiritualità disincarnata… Ma basta leggere e studiare il Cristo autentico per convincersi che questa visione è un completo distorcimento dell’esempio cristiano: è vero che Cristo disse di porgere l’altra guancia, ma disse anche che era venuto a portare la spada e non la pace, espresse invettive furibonde contro i suoi nemici, mostrò una risolutezza inflessibile in tutti i momenti della sua vita, anche i più tragici, ed infine ebbe sempre una completa consapevolezza del proprio corpo, sia quando la sua presenza ammaliava durante la sua predicazione, sia nei numerosi gesti che compì, più eloquenti di tante parole, sia durante la sua sofferenza, che fu innanzitutto una sofferenza fisica e corporea.

Cristo è dotato di una straordinaria forza, non tanto fisica quanto proprio morale, e quando sceglie di mostrarsi pietoso ed inerme non lo fa per debolezza, ma perché deliberatamente, liberamente, decide di rinunciare alla propria forza per senso di giustizia. È vero che il grande messaggio del cristianesimo è che l’amore vince la forza, ma la debolezza allora non deve essere una condizione obbligata, bensì una libera scelta, una temporanea rinuncia alla forza, di cui pure si disporrebbe, per spezzare il circolo della violenza ed innescare quello della pietà…Anche la castità, che per il Principe è una condizione subita passivamente, di cui egli inconfessabilmente ispirerebbe anche a liberarsi, in Cristo è una scelta, una deliberata rinuncia, e quindi non è sinonimo di debolezza, ma di forza.

Il corpo di Cristo morto nella tomba (e dettaglio), di Hans Holbein il Giovane (1521)

Se alla fine il Principe Myskin ritorna ad essere un Idiota, per quanto sia amaro dirlo, è perché forse egli l’ha voluto, l’ha preferito. Ma malgrado il finale sconfortante, sia pure nascosta, anche in questo romanzo c’è una speranza ed un’eredità spirituale profonda che riluce come messaggio e monito per tutti gli uomini, specialmente oggi in un mondo in cui Dostoevskij è forse più attuale di quanto non lo fosse per i suoi stessi contemporanei: non accampate alibi, non siate subdoli e bugiardi con voi stessi, non fingete di essere più deboli di quanto non siete, non usate meschinamente la bontà per mascherare la vostra paura ma cogliete la vita, cogliete la bellezza, con risolutezza e decisione, e rimanetele fedeli. Ecco forse come un uomo deve amare una donna.