In questi tempi crepuscolari essere delicati può forse sembrare retorico giacché nel seno dell’imperante sentimentalismo il concetto nobile di delicatezza apre a scenari di petalosa arrendevolezza funzionali alla decadenza che tarla con luciferina insistenza i corpi e gli spiriti. Tutto ciò non vale per gli anni d’acciaio vissuti da Pierre Drieu La Rochelle. D’altronde, la delicatezza di cui nel suo Diario di un delicato egli si fa inimitabile epigone, è un raffinato esercizio di stile e, per molti versi, una esibizione di estetico autocontenimento, di autodisciplina riflessiva piuttosto che una disordinata ed esplicitamente disperata capitolazione davanti alla fatale catastrofe della vita – e personale e collettiva.

Naturalmente, se si legge il Diario appare pressoché automatico collegare le riflessioni ivi contenute alla tragica dipartita del suo artefice – e non solo alla dipartita, ma anche agli altri ripetuti tentativi di suicidio di cui l’autore, auto-eliminatosi nel 1945 in compagnia delle Upanishad e del Fenobarbital, fu consapevole protagonista. Tuttavia, se questo rimando risulta inevitabile, a nostro avviso non si deve precipitare nella consuetudine moderna di interpretare il libro soltanto alla luce della biografia essendo ogni opera – finanche un diario – qualcosa che sorgendo dagli abissi dell’individuo li trascende in un altro spirito dando a chi legge la possibilità di scorgere nelle parole non solo l’autore ma, come in uno specchio, se stesso e i suoi stessi abissi.

Un’altra tentazione sarebbe quella di porre in relazione il Diario con il romanzo Fuoco fatuo che La Rochelle dedica all’amico scrittore Jacques Rigaut, morto suicida nel 1929. Tale riferimento è legittimo a tal punto che alcuni hanno visto nel protagonista del romanzo non il sodale di Drieu ma, in buona parte, lo stesso Drieu. Cionondimeno, in questo caso sarebbe opportuno non perdere nel confronto col romanzo la specificità del Diario che è sì un’opera letteraria ma resta anche ciò che è: la rappresentazione artistica di un’intima confessione, l’estetica estrinsecazione dei propri moti interni, della propria irriducibile alterità e della propria radicale, incolmabile volontà di isolamento.

Queste riflessioni hanno però senso solo se si accetta l’identificazione del protagonista del Diario con lo stesso autore – aspetto nient’affatto scontato. Quantunque tale corrispondenza non sia certa, a noi sembra comunque di poter affermare che il protagonista del Diario se non Drieu sia per molti versi lo spirito di Drieu, l’impronta della sua ultimativa anima. Per questo abbiamo scelto di scrivere come se stessimo scrivendo proprio di lui, di Pierre Drieu, e non soltanto del personaggio di un romanzo.  

Journal d’un délicat è uscito in Francia nel 1944, un anno prima del suicidio del suo autore, ed è stato pubblicato in Italia nel 1998; la nostra esegesi si basa sull’edizione del 2016. Il libro, tradotto e presentato per i tipi SE da Milo De Angelis, raccoglie le riflessioni dell’anno 1934 e, in una seconda parte, le riflessioni successive al 1940. Sin dalle prime pagine, oltre alla descrizione della relazione con la giovane Jeanne, risulta preminente il rapporto dell’autore col Partenone – monumento che ricorre di sovente nelle pagine successive e col quale lo scrittore ha una relazione profonda, quasi mistica. Il protagonista del Diario lo aveva visto da giovane e, scrive, avrebbe voluto rivederlo con la giovane Jeanne pur avendo paura che questa gioia potesse eliminare il piacere di ammirarlo nuovamente da solo:

solo non per egoismo, ma spogliato degli altri per spogliarmi di un io che vive solo per reazione automatica a loro. E rimanga solo questo pensiero, che è un albero nell’universo.

Ma, in fondo, Drieu, forse influenzato dalla lettura di Nietzsche, annota che, proprio quando il Partenone fu costruito, Atene iniziò il suo momento di declino; di conseguenza, non potendo essere una realtà, il Partenone sarebbe una verità, un nobile cadavere. Coerentemente, La Rochelle non ama la Grecia bianca e razionale, felice di una vuota felicità di statua:

la Grecia che amo, di cui ho bisogno (…) è una Grecia interiore, turbata, ansiosa. Che domina il suo turbamento ma che lo conosce, lo pratica, lo consuma. È la Grecia delle religioni segrete e delle filosofie amare, è la Grecia della conoscenza tragica. Una Grecia che non è più un miracolo nell’umanità, ma è mescolata a tutta l’umanità. Che da una parte tocca l’India, dall’altra l’Egitto e la Caldea. Che ha conosciuto tutto prima di perdere tutto, che è stata tutto prima di negarsi nel flusso anch’esso totale e gnostico del cristianesimo precedente al dogma ristretto. Assaporo in Grecia ciò che non è solamente la Grecia ma tutta l’umanità dolorosamente consapevole di un segreto indicibile, inafferrabilmente misteriosa.

Connessa a questa tragica ed estetizzante concezione dell’antichità è l’interpretazione che l’autore dà del divino per giungere all’autentica nozione del quale occorrerebbe “perdere l’immagine di un Dio, per quanto sublime essa sia”. Siffatta idea sarebbe stata originaria degli ariani e, successivamente, dei filosofi greci. I semiti quindi si sarebbero rifatti a queste tradizioni. Il concetto secondo cui i semiti sarebbero stati influenzati dalla tradizione ariana e classica è ripetuta nel testo e si ha talvolta la sensazione che l’autore voglia con ciò salvare del cristianesimo proprio gli aspetti che non sono semitici.

L’Acropoli e il Partenone, Leo Von Kleze

D’altra parte, è nuovamente evidente la lettura di Nietzsche e il rifiuto della morale degli schiavi che avvicinerebbe il cristianesimo alle moderne forme di socialismo – aspetto, quest’ultimo, che Drieu invero pare contestare non essendo la promessa di salvazione da intendersi in senso storico ma metatemporale. Il male per lo scrittore è il momentaneo allontanamento da Dio così come, quasi alla stregua di Schelling, il peccato originale è il processo di dilatazione del divino, vale a dire la sofferenza che comporta le concatenazioni che implica.

Questo scenario in cui il male è declinato quale momento di realizzazione del divino sarebbe compensato dalla grazia e dalla gioia. Dio non sarebbe il mondo così come l’uomo non sarebbe Dio. Allo stesso tempo – e misteriosamente – solo Dio sarebbe. In questa costellazione in cui l’essere in senso pieno è attribuito esclusivamente al divino, l’autore sente di essere un “impercettibile e fuggitivo fremito quando Dio si rigira nella sua immobilità”. Il mondo starebbe rispetto a Drieu come Drieu starebbe rispetto a Dio: l’io è nulla rispetto a Dio come il mondo è nulla rispetto all’io. La Rochelle conclude questa enigmatica riflessione scrivendo:

La mia anima è una ruga sul mio spirito e su questa ruga l’apparenza delle cose è una ruga ancora più impercettibile.

Se Patrizio, l’indimenticabile protagonista di I sette colori di Brasillach, a dispetto della sua assoluta indipendenza interiore, si apre a una forma di tragico amore, Drieu è certo della sua inespugnabilità che mai nessuna donna avrebbe infranto, a tal punto che si legge:

Da vero libertino, ho conservato sempre una specie di castità; mai una donna è penetrata, si è installata nel mio intimo.

Il rapporto che l’autore intrattiene con Jeanne è marcato da questa interiore inviolabilità:

Nonostante il mio distacco dagli esseri e dalla vita (già molto segnata quando lei è giunta), desidero ancora abbandonarmi a lei; ma quando mi abbandono, mi perdo. Scioglie i miei nodi a uno a uno. La guardo mentre mi disfa. Eppure mi fa orrore l’avarizia.

Drieu ha il terrore che l’amante cerchi di fagocitarlo e, in questo modo, di annullarlo; crede altresì che tale annientamento salvi la donna dal suo stesso annichilimento. Il terrore dell’autodimenticanza assume una coloritura ancora più esistenziale quando affiora la possibilità di un figlio. Un figlio sarebbe una lotta ristagnante di due egoismi risvegliati, un monumento di carne, una promessa di Partenone, vale a dire la promessa di una bellezza che sancisce la conflagrazione di un mondo. Il poeta inoltre crede che un figlio lo legherebbe per sempre a Jeanne: è la sua anima che temo: si imporrebbe a me col pretesto dell’anima del figlio.

Drieu, che forse già sentiva su di sé il peso di una scelta irreversibile, basta a se stesso e sente il pericolo che la sua intimità sia invasa dall’amata – intimità in cui lei vi abita con l’umidità in un vaso poroso. D’altronde, la sicurezza si fa sicurezza dell’insicurezza quando Drieu annota:

Non volevo essere legato a lei perché non avevo fiducia in me, non avevo più nessun desiderio profondo di andare a letto con una donna.

Drieu ha un atavico rapporto con la solitudine che cerca di continuo per consegnarsi alla paura e alla derivata angoscia che egli sente di giustificare con scuse ridicole non avendo l’angoscia alcun oggetto ed essendo essa in grado di disporci, attraverso una inspiegabile disperazione, verso l’insensatezza dell’esistenza e – heideggerianamente – verso una morte tragicamente redentrice. Egli crede che la vertigine della solitudine sia il centro della sua vita. La delizia della solitudine gli rende possibile esperire l’incorruttibile unità di Dio – di un Dio che è Tutto ma che è parimenti trascendente, che è tutto nel senso di essere l’essenza di Tutto. Un Dio che quindi non è necessario pregare nelle chiese:

Sono entrato nella chiesa, che è moderna, dunque brutta sia fuori che dentro. Come ci ferisce ogni cosa del nostro tempo! C’è però la bellezza delle macchine. Ho cercato una volta di raccogliermi e – oserei dire – di pregare nella pace di una centrale elettrica, dove c’è più ordine e più armonia che in una chiesa ingombra di sedie e di grotteschi san Giuseppe, con le labbra imbellettate, la barba riccia, la sottana teatrale, mentre dovrebbero quantomeno portare i pantaloni, come tutti.

Il rapporto col divino s’interseca con la brama di solitudine laddove l’autore ammette che un figlio, rafforzando il suo rapporto con Jeanne, avrebbe fatto rinascere in lui una nuova deriva verso l’io borghese che mediante un arcano sodalizio col divino egli sente di aver definitivamente oltrepassato – come se, dopo una arcana forma di nigredo, fosse asceso a un livello ultraindividuale – e con ciò avesse decretato in se stesso il funerale dell’io – finanche materiale, forse. Religiosa appare inoltre la sua idea di letteratura intesa come una forma edulcorata della confessione, della testimonianza, che sono funzioni preliminari alla preghiera. Si tratta di una religiosità che trascende e allo stesso modo include gli infiniti miti della coscienza:

L’ateismo non ha risolto nulla: cacciate dalla porta San Paolo e dalla finestra rientra Freud. Cacciate Freud, restano Eschilo e Sofocle.

La stessa volontà di solitudine può forse aver influenzato il suo rapporto estremamente negativo con Köln, il direttore della rivista d’arte illustrata L’Art au xxe Siècle dove il protagonista lavora, e il rapporto, altrettanto tormentato, col suo amico Frédéric – quest’ultimo è probabilmente Frédéric Grover, autore dell’intervista a Louis Aragon che per un periodo aveva frequentato La Rochelle. Superiore alla umana condivisione e allo stesso tempo costantemente alla ricerca di un rapporto veramente autentico, Drieu preferisce coltivare sino alla fine il giardino dorato della sua riservatezza:

Desideravo rimanere nella penombra, per pigrizia, per dolorosa modestia e forse anche per una contrazione della mia delicatezza di fronte agli aspetti intimamente grossolani di un’affermazione esteriore.

La delicatezza, dunque, come contrazione dell’io di fronte alla manifestazione dell’azione, delicatezza come un ritorno verso di sé e una difesa consapevole dell’antico detto secondo cui ogni determinazione è una negazione, una perdita. Ecco, da questo radicale e nobile ripiegamento, da questo piano trascendente in cui si sa quanto poco valgano le cose, l’autore scrive di non voler essere una competenza riconosciuta e classificata, ma, aggiungiamo, neppure un semplice io borghese. Egli lotta intimamente per qualcosa di più, per un’etica estetica:

Ma il mio lavoro sono io (…). Ciò che scrivo, mi sembra, lo scrivo sulle rocce o sul cielo. Si cancella subito, ma il gesto di scrivere resta per sempre.

Così l’esteta della irriducibilità annichilente che con delicatezza abbraccia la solitudine certo di essere scorto da un laconico dio nascosto, si stanca di essere grande, di essere se stesso e, baciando in un estatico amore d’abbandono la morte, oltrepassa per sempre il gretto nulla del mondo.