Il dialogo è la forma autentica del discorso filosofico. Da Platone a Heidegger, ogni grande opera filosofica, anche se impostata su differenti schemi narrativi o scritta ed elaborata nella più totale solitudine, è stata costruita in realtà come dialogo. Ad esempio, se Marx conversava, volente o nolente, con il suo maestro Hegel, allo stesso tempo Nietzsche conversava con gli autori greci dell’antichità e Heidegger con lo stesso Nietzsche.

Lungi dal voler azzardare scomodi paragoni, bisogna in primo luogo riconoscere a “Dialogo sul conflitto” (Editoriale Scientifica, 2019) il merito di riportare in auge (o quantomeno di tentare di farlo) un modello di confronto filosofico dimenticato da una intellettualità contemporanea, o pseudo tale, che preferisce di gran lunga trincerarsi nell’autoreferenzialità.

Non si può che apprezzare il fatto che un pensatore di lungo corso come Gianfranco La Grassa abbia accettato (cosa più unica che rara attualmente) di confrontarsi con Orazio Maria Gnerre: giovane intellettuale e ricercatore, già autore dell’interessante saggio “Prima che il mondo fosse. Alle radici del decisionismo novecentesco” (Mimesis Edzioni), e recentemente fatto oggetto di una disgustosa campagna denigratoria da parte di alcune comparse della politica e del giornalismo per il semplice fatto di sostenere la causa dei popoli delle repubbliche separatiste ucraine di Doneck e Lugansk.

Il tema di questo dialogo è il conflitto nelle sue svariate accezioni e interpretazioni. Entrambi i dialoganti partono dalla constatazione che la storia stessa è conflitto e che il conflitto è una realtà permanente di ciò che Heidegger identificava come “l’Esser-ci”. Ora, se la storia è conflitto, la lotta di classe (mai superata ma occultatasi sotto forme e termini diversi) è la più profonda manifestazione di esso. Il conflitto, a prescindere dalla possibile ricaduta nel mero economicismo della visione marxista, è in primo luogo di natura politica.

Di fatto, il conflitto è categoria della politica per eccellenza e i due aspetti non possono essere scissi. Ne erano ben consapevoli due Carl: von Clausewitz e Schmitt. In particolar modo il secondo, pur rimanendo tra le righe e citato di rado dai due interlocutori, in quanto teorico del conflitto politico e di una geopolitica dei grandi spazi ante litteram, è il protagonista nascosto di questo dialogo: uno spettro con il quale l’attualità politica e internazionale ha reso inevitabile il confronto.

L’inevitabilità di questo incontro/scontro con l’elaborazione teorica di Carl Schmitt venne già pronosticato e preparato negli anni passati dalla brillante pensatrice belga Chantal Mouffe. In un testo da lei stessa curato, dal titolo “The Challenge of Carl Schmitt” (Verso, Londra 1999), contenente contributi decisamente di prim’ordine (dal filosofo argentino Jorge E. Dotti al celebre intellettuale sloveno Slavoj Zizek), venne sottolineata l’attualità tanto del pensiero schmittiano quanto di quello marxiano. Allo stesso tempo, venne sottolineata la necessità di leggere l’uno attraverso le lenti dell’altro: ovvero di leggere Marx attraverso il criterio del politico, così come fece Schmitt.

Esistono, infatti, notevoli punti di contatto tra i due pensatori spesso sottaciuti o scarsamente analizzati per il semplice fatto che l’accostarsi a Schmitt presupporrebbe il rischio di accuse o incomprensioni di varia natura. Tuttavia, tanto Marx quanto Schmitt erano convinti che i loro rispettivi “nemici” (capitalismo e liberalismo – ma ciò potrebbe valere anche per Heidegger e il nichilismo) andassero studiati prima che combattuti, in quanto solo il pensiero può dare il la all’istante del loro superamento: quel momento in cui per entrambi si “rovescia il mondo rovesciato”.

Schmitt trova il politico in Marx proprio nel conflitto: quella lotta di classe che, attraverso lo scontro tra borghesia e proletariato, ripropone il raggruppamento amico/nemico da lui identificato come l’essenza stessa del politico. Tale conflitto/lotta, nella prospettiva di Schmitt, non lascia alcuno spazio a quelle forme conciliatorie liberali che negano e occultano il conflitto al mero scopo di delegittimare o ritardare all’infinito l’attimo della “decisione sovrana”. E senza alcuna sorpresa quest’attimo, per Marx come per Schmitt, coincideva con la dittatura: proletaria per il primo, reazionaria e volta alla salvaguardia dell’essere del popolo (della sua omogeneità vera o presunta) per il secondo.

Manifestacion (Antonio Berni, 1934)

L’attualità di questi due pensatori risiede essenzialmente nel fatto che il liberal-capitalismo, così come la lotta di classe, non sono mai stati superati e, di conseguenza, nel fatto che il loro pensiero rappresenta ancora oggi uno strumento concreto per interpretare il presente. Marx era ben consapevole che il capitalismo sarebbe stato capace di trasformarsi e occultarsi in vario modo. Nel terzo volume de Il Capitale egli fu anche capace di prevederne l’evoluzione finanziaria attuale.

Il capitalismo, soprattutto nella sua più recente espressione neoliberista, è infatti capace di far credere tutto e il contrario di tutto. Ciò è più che evidente nell’ambito politico, in cui manifestazioni assolutamente consustanziali al “sistema” (trumpismo e cospicua parte del populismo europeo) vengono erroneamente percepite da ampi strati della popolazione – impoveriti proprio a causa delle politiche economiche neoliberiste – così come da intellettuali di vario genere, come “anti-sistemiche”.

Così come il volto del Capitale, anche nelle sue espressioni politiche, si è modificato, lo stesso discorso vale per il conflitto nella sua accezione di lotta di classe. Essa si è evoluta, tanto a livello interno quanto esterno, in un conflitto tra dominanti e dominati che si concretizza sia sul suddetto piano verticale che su un piano orizzontale: la conflittualità tra macropotenze in ambito internazionale o tra differenti élite di potere, e la conflittulità tra piccoli nazionalismi o tra gli strati sociali più deboli (spesso strumentalizzati da un sapiente utilizzo di temi propagandistici) internamente a ogni Stato.

Qui, però, si entra nel campo della geopolitica. E, come ben fanno notare Gnerre e La Grassa, attualmente è proprio nell’ambito della geopolitica che un reale cambiamento, capace di portare decisivi vantaggi anche alle classi più deboli della società, può avere luogo.

Il conflitto odierno, di fatto, ha assunto la connotazione di conflitto strategico globale rivolto al superamento del declinante unipolarismo a guida nordamericana e all’affermazione di un nuovo ordine mondiale multipolare: ovvero, di un pluriversum di “grandi spazi”, usando dei vocaboli propriamente schmittiani. Un conflitto che ha assunto le caratterisitche della “guerra senza limiti” in cui le parti coinvolte utilizzano qualsiasi strumento a propria disposizione (pressioni economiche e politiche, sanzioni e intelligence) sia per difendere la propria egemonia e posizione di preminenza (Stati Uniti), sia per fare in modo che tale primato venga superato (Cina, Russia, Iran ecc.).

In questo senso, Gnerre coglie in pieno il ruolo geopolitico di certo sovranismo italiano ed europeo, prono agli interessi strategici di Washington e capace di svuotare completamente di significato uno dei concetti più pregnanti della politica: quello di “sovranità”. Non sorprende, inoltre, se in molti Stati europei (Italia in primis) i ceti imprenditoriali attuali, anche per mero calcolo economico, si oppongano allo sviluppo di settori strategici che potrebbero realmente creare spazi di sovranità e, al contrario, si concentrino sulla costruzione di infrastrutture (il Tav e i corridoi europei, ad esempio) che già oltre trent’anni fa rientravano nei piani di controllo geopolitico del Vecchio Continente da parte degli Usa.

Non sorprende, dunque, il fatto che sia proprio l’Europa la grande assente in questo scontro. Quest’ultima, infatti, potrebbe avere un ruolo solo nel momento in cui venisse liberata completamente dalla presenza militare nordamericana e nel momento in cui un Paese, o un gruppo di Paesi (quell’asse Roma-Berlino-Mosca già pensato da Ernst Niekisch), ne assumessero la guida. Una guida egemonica che, tuttavia, non potrà essere incentrata sul mero interesse economico, come nel caso della Germania attuale.

Allo stesso tempo, La Grassa coglie altrettanto nel segno quando constata come le due fazioni che contraddistinguono la dialettica politica interna agli Stati Uniti odierni siano in realtà due facce della stessa medaglia. Entrambe, seppur con strategie diverse, puntano a salvaguardare l’ordine globale incentrato su Washington. Il protezionismo trumpista, infatti, è tutto rivolto a salvare la globalizzazione americana, non a fermarla. E la guerra commerciale con Pechino, in questo progetto, è di fondamentale importanza in quanto è proprio l’economia cinese, più ancora della rinnovata forza militare russa, a essere il motore trainante nella transizione al multipolarismo.

Un passaggio che sarebbe in reale antitesi rispetto allo scontro tra civiltà (pensato anni orsono da Bernard Lewis e Samuel Huntington) recentemente ritornato di moda grazie agli schemi “bannoniani” che vedrebbero nella riunificazione del blocco occidentale (dipinto in modo abbastanza superficiale come una sorta di unicum culturale), sotto la guida di Washington, l’unica via per contrastare l’esuberanza geopolitica dei Paesi emergenti. Il multipolarismo, oltre a porsi come l’unico sistema globale capace di garantire una “limitazione del conflitto”, potrebbe permettere il pieno rispetto di qualsiasi forma culturale, senza alcuna pretesa di superiorità, nella precisa consapevolezza che una vera “rivoluzione geopolitica e spaziale” non potrebbe in alcun caso prescindere dal rispetto della storia e delle tradizioni di ciascun popolo.