In un momento storico in cui le forze vitali dei popoli vengono ingabbiate nella dicotomia (tutta interna al sistema) sovranismo/globalismo, e le speranze di redenzione ideologica affidate da una forma di post-moderno populismo che trasforma il popolo da soggetto dell’azione politica a mero “pubblico consumatore” di un circo mediatico in cui l’emergenza viene percepita dalla classe politica come opportunità di propaganda, la riscoperta della dottrina schmittiana della sovranità si impone quasi come un dovere filosofico-morale atto a fornire degli adeguati anticorpi per affrontare quell’invasione di inautenticità volta a preservare i classici sistemi di dominio militare-economico dandogli veste nuova.

Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione. Così affermava Carl Schmitt: colui che cercò di creare i fondamenti filosofico-giuridici per un ordine nuovo in quello spazio europeo sconvolto da una guerra mondiale vissuta come vera e propria apocalisse politico-ideologica in cui il liberalismo si espresse nei suoi più abietti appetiti imperialistici. Ed in questa semplice sentenza è contenuto un mondo e l’essenza autentica di quel concetto di sovranità brutalmente svilito nell’attualità da forze politiche che lo hanno trasformato in un vuoto simulacro propagandistico. Un mondo profondamente radicato nel sacro, la cui rimozione da parte del liberalismo venne vissuta come la privazione di una delle necessità principali dell’uomo.

Finché l’uomo è senza Dio – affermava a questo proposito Martin Heidegger – non può non essere anche senza mondo […] Senza Dio e senza mondo, l’uomo non ha più nulla a cui appartenere ed a cui prestare ascolto, da cui essere chiamato e reclamato.

Carl Schmitt

La Prima Guerra Mondiale venne interpretata da molti autori legatisi al fenomeno intellettuale della Rivoluzione Conservatrice come una sorta di guerra di religione tra due visioni opposte del mondo: quella mercantilista anglosassone e quella eroico-guerriera tedesca. Secondo questa diffusa interpretazione, la guerra altro non fu che una crociata dell’Occidente contro la Germania affinché la Germania stessa diventasse definitivamente Occidente.

Già Nietzsche intuì i danni che la mentalità anglosassone, con il suo “basso livello medio”, aveva provocato sullo spirito europeo. Tali danni, che nella visione del pensatore tedesco assumevano i contorni di un oscuro destino sopraggiungente nella storia europea, si acuirono ulteriormente con l’incontro/scontro tra l’Europa e la “grandiosità senz’anima” dell’America al termine della guerra.

L’imposizione agli sconfitti della visione del mondo liberal-democratica, fondata sul mero computo dell’utile e del successo economico, venne percepita dall’intellettualità tedesca e non solo come la manifestazione compiuta dell’oblio della destinazione storica della propria Nazione e dell’Europa tutta. Un oblio che non poteva essere controbilanciato dall’ostentazione del moralismo puritano nordamericano o dall’umanitarismo democratico.

Friedrich Nietzsche nel 1882

Dunque, da più parti in Europa sorse una crisi di rigetto a questo modello imposto dall’Estremo Occidente. Ed a questo proposito, Gabriele D’Annunzio, che al termine della guerra diede vita all’impresa fiumana proprio in spregio all’Europa costruita dal Trattato di Versailles, disse:

Liberiamoci dall’Occidente che non ci ama e non ci vuole. Volgiamo le spalle all’Occidente che ogni giorno più si sterilisce e s’infetta e si disonora in ostinate ingiustizie e in ostinate servitù. Separiamoci dall’Occidente degenere che, dimentico d’aver contenuto nel suo nome «lo splendore dello spirito senza tramonto», è divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica.

Ma per contrastare la forza di una ideologia tendente ad imporsi su scala globale e fondata sulla pretesa dell’economia di porre fine al criterio del politico, neutralizzandolo in quanto potenziale fonte di conflitto, serviva un’idea altrettanto forte.

Di fatto, il liberalismo, incentrato sulla convinzione di possedere una sorta di primato morale di ispirazione protestante, si fondava (e continua a fondarsi) sulla criminalizzazione del nemico. Ogni suo avversario diventa automaticamente un nemico del genere umano da annichilire e distruggere.

Per questo Schmitt, vero protagonista dell’interessante saggio di Orazio Maria Gnerre, intuì come il liberalismo una volta distrutto il polemos (il “conflitto” come essenza della politica), avrebbe inevitabilmente distrutto anche la polis (intesa come lo Stato quale più fulgida espressione del formalismo europeo). Dunque, si rendeva necessario superare, attraverso il pensiero, l’imposizione di un simile modello ideologico e ripensare al contempo il concetto di sovranità.

Gabriele D’Annunzio

Così, Schmitt, ispirato da pensatori quali Joseph de Maistre e Juan Donoso Cortes, intuì il fatto che il liberalismo, trovando la sua base sociale in quella borghesia liberale che proprio Donoso Cortes definiva nei termini di “clase discutidora”, si fondava essenzialmente sul disprezzo e rifiuto del momento della decisione politica. L’interesse del liberalismo è infatti quello di non arrivare mai al momento delle negazioni radicali o delle affermazioni sovrane.

Il nuovo diritto, quello che sarebbe dovuto nascere in opposizione alla visione del mondo liberal-democratica, dunque, avrebbe dovuto imporsi sulla decisione: ovvero, su quell’atto politico autonomo che è la manifestazione reale della sovranità. Nello stato d’eccezione l’eccezionalità diventa miracolo. E lo stato d’eccezione è l’istante proprio delle rivoluzioni: di quei rovesciamenti dell’ordine stabilito per creare un ordine nuovo.

Così, alla vigilia del referendum tedesco sull’uscita da quella Società delle Nazioni (prodotto dell’ordine europeo uscito da Versailles), Heidegger affermò:

Il carattere unico di questo voto è la semplice grandezza della decisione che in esso deve compiersi. L’inesorabilità di ciò che è semplice ed ultimo non tollera alcun ondeggiamento, alcuna esitazione […] La rivoluzione nazionalsocialista non è semplicemente l’assunzione di un potere presente nello Stato grazie ad un partito sufficientemente cresciuto per questo scopo; ma, al contrario, questa rivoluzione comporta il totale sovvertimento della nostra esistenza nazionale. A partire da adesso, ogni cosa esige decisione ed ogni azione responsabilità.

Come ben afferma Gnerre, la riscoperta della politica venne individuata come la risposta al riduzionismo spersonalizzante dell’economia e del dominio liberale. Tuttavia, questa avrebbe dovuto configurarsi in maniera assolutamente nuova e non più come appendice del processo di razionalizzazione calcolante del mondo. Ma per riappropriarsi della politica (rinnovandola) e della sovranità si rendeva necessario riappropriarsi anche dello spazio. La rivoluzione come evento catartico e purificatore, necessario per l’affermazione di un nuovo ordine, non poteva che partire dalla connotazione sacrale dello spazio.

Juan Donoso Cortes

I riti della nuova politica diventarono il mezzo per trasformare lo spazio nel luogo in cui si manifesta il mistero della comunità politica. E, come brillantemente constato sempre da Gnerre, attraverso la ri-conquista interna del territorio si mirava a ricreare un’unità politica sacrale fondata sulla persistenza del fenomeno sovrano. Nello Stato totale, fosse esso quello fascista, nazionalsocialista o comunista, si recuperava l’attributo divino della sovranità a prescindere dal fatto che essa venisse attribuita ad una classe sociale, allo Stato stesso o ad un capo carismatico e “angelizzato”. Non a caso, proprio Carl Schmitt ebbe modo di constatare come i pensatori cattolici reazionari a cui lui si ispirò non si discostassero affatto, nelle loro argomentazioni ed esiti finali, dai sostenitori della dittatura del proletariato.

Nel fenomeno totalitario, odiernamente rimosso (in tutte le sue forme) come male assoluto per il semplice fatto che riaffermava il dominio del politico sull’economico, veniva preservato il discorso religioso (fosse esso cristiano o addirittura di matrice islamica) negato o ridotto a mera facciata moralizzante dal liberalismo.

Fu Ernst Niekisch, esponente di “sinistra” della Konservative Revolution e vero oppositore del nazismo, a comprendere l’essenza romano-cattolica e sotto certi aspetti “islamica” dell’esperienza nazionalsocialista tedesca. Più che uno Stato totale, secondo Niekisch, quello nazionalsocialista era più uno Stato d’arbitrio sottoposto agli umori del Führer idealizzato come una sorta di rinato Profeta Maometto.

Non sorprende, dunque, che il modello nazionalsocialista tedesco riscontrasse un notevole successo nel mondo islamico costretto in larga parte al giogo coloniale britannico e francese. E non sorprende che la sostanziale simpatia mostrata da Adolf Hitler nei confronti dell’Islam generò miti e leggende su di una sua ipotetica conversione a questa religione assumendo il nome di Abu Ali. A tal proposito, si racconta addirittura che Joseph Goebbels, avendo visto il Führer pregare rivolto verso la Mecca, si fece egli stesso musulmano.

Ciò che è vero è che il “Terzo Regno”, così come il mito sotterraneo russo della “Terza Roma” paradossalmente rafforzatosi negli anni dello stalinismo (che fu capace di declinarlo in termini bolscevichi), assunse un vero e proprio carattere escatologico. Il sacro, negato dal liberalismo occidentale, era ritornato in un lampo restaurando un ordinamento totale fondato sulla coesione tradizionale distrutta dal sistema capitalistico.

Il bolscevismo, come già affermato, non fu affatto estraneo a questa dinamica. Lo scenario messianico-escatologico della filosofia hegeliana, incentrata sulla manifestazione nello Stato prussiano dell’Idea Assoluta, venne fatta propria da Marx che la applicò alla sfera delle relazioni economiche identificando la massima alienazione dell’Assoluto nel Capitale. Così la comprensione dei meccanismi interni del sistema capitalistico avrebbe dovuto costituire la premessa essenziale per la costruzione del comunismo, da identificare, in termini hegeliani, nell’Era dello Spirito Santo.

I bolscevichi rinforzarono una simile concezione rivestendo il fenomeno rivoluzionario dell’usuale afflato messianico che contraddistingueva la cultura popolare russa. Così facendo, trasformarono un’ideologia progressista in un modello politico-religioso che trovava i suoi fondamenti nell’eredità gengiskhanide dello spazio eurasiatico e nella tradizione ortodossa del centro imperiale slavo-cristiano.

Prima che il mondo fosse, di Orazio Maria Gnerre

Nel mondo attuale, in cui il fenomeno totalitario è stato negato e rimosso ed in cui le élite contro le quali questo fenomeno (nelle sue diverse sfaccettature) cercò di opporsi sono ancora saldamente ancorate al potere, il libro di Orazio Maria Gnerre ha se non altro il notevole merito di riscoprire il pensiero di intellettuali radicalmente ostracizzati dall’egemonia culturale del discorso liberal-democratico occidentale.

Riscoprendo l’autenticità di questo pensiero, il testo fornisce un utile ausilio per affrontare una realtà caratterizzata da quella che Heidegger definiva “l’aberrante confusione del mero opinare”. E riscoprendo l’essenza sacrale dell’autentico principio della sovranità smaschera l’inganno ideologico degli odierni paladini d’oltreoceano del sovranismo.

Questi, infatti, altro non sono che dei neoconservatori travestiti, fautori di un utilizzo strumentale di valori religiosi e culturali artificialmente costruiti per mantenere inalterato il sistema egemonico dell’Estremo Occidente sull’Europa, e assertori di una nuova forma di fatalismo monocentrico e unidirezionale che dovrebbe accomunare ancora una volta il blocco a guida nordamericana nella lotta contro gli “Stati totali” attuali: Cina e Iran.