David Foster Wallace oggi manca come non mai. Colto, sportivo, amante del tennis fino al punto da dedicarvi un saggio critico, mettendolo in relazione con il fascino della trigonometria, era anche capace di eclissarsi per giorni davanti al televisore e non fare nient’altro. Le sue opere raccontano la complessità della società contemporanea e i dolori dell’esistenza umana, con un acume critico che non è stato più eguagliato da altri. La venerazione per Wallace, tanto in America quanto soprattutto in Italia, è soverchiante. Complice anche la sua morte prematura, cagionata dalla resa al morbo della depressione e culminata con il suicidio nel garage di casa sua. Ma sarebbe estremamente riduttivo limitarsi a riconoscere solo nelle vicende biografiche dell’autore americano il motivo principale di un simile culto.

Scrittore di straordinario acume analitico, ci restano di David Foster Wallace fiumane di parole organizzate in tre romanzi, di cui il primo, “La scopa del sistema”, è in realtà la rielaborazione della sua tesi di laurea. Tre antologie di racconti e una moltitudine di saggi, articoli e approfondimenti sui temi più disparati: tennis e matematica, come già accennato, ma anche televisione, dipendenza, depressione. E come tacere dei reportage su una crociera al Festival dell’aragosta del Maine, dove prende le difese dei crostacei utilizzando tutte le proprie doti argomentative per provare che anche le aragoste sono capaci di soffrire?

Dei romanzi, il più famoso e inutilmente chiacchierato è Infinite Jest. Criptico e grandioso monolite di milleduecento pagine, fu pubblicato nel 1996 e divenne presto il simbolo della nuova letteratura americana. Figlio legittimo delle sperimentazioni di autori come Thomas Pynchon e John Barth, fu considerato l’anello di congiunzione tra la poetica post-modernista e le nuove suggestioni narrative che, di lì a breve, si sarebbero formate. Soprattutto, Infinite Jest è un romanzo in cui Wallace è riuscito a cogliere con straordinaria lucidità la moltitudine dei problemi che affliggono la società contemporanea, spesso precorrendo l’insorgere delle mode digitali e dei modelli di comportamento tanto in voga ai giorni nostri. Ed è proprio in ragione del suo enorme e ancora misconosciuto impatto culturale, che l’articolo qui presente si propone di analizzare il romanzo di Wallace in rapporto a un tema fondamentale, che tuttavia la critica non ha ancora approfondito come converrebbe.

Barry Schwartz, psicologo americano, ha messo in luce in occasione di un intervento a TED Talks intitolato “The Paradox Of Choice” una questione di estrema importanza per l’analisi dell’odierna società. La tesi di fondo che anima il saggio di Schwartz è la seguente: più scelte abbiamo e meno siamo portati a scegliere davvero qualcosa. Posti di fronte a una illimitata serie di opzioni, ci rendiamo inevitabilmente conto che una vera e propria scelta è impossibile da conseguire. Ne consegue una condizione di paralisi, di stasi, dominata dall’incertezza e appesantita dal rimorso nei confronti di tutte le opzioni che si potrebbero prendere e che si è costretti, al momento della scelta vera e propria, a scartare. E questo avviene nel mondo civilizzato in ogni momento. Basti pensare alla pletora di prodotti che vengono commercializzati tra i banconi dei negozi o sugli scaffali dei supermercati o nei siti web di milioni di brand. Wallace lo sapeva bene, come attesta il seguente passaggio:

Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa. L’impatto che il mondo ha sulle mie terminazioni nervose è legato a doppio filo con la roba che certi intellettuali con le toppe sui gomiti della giacca considererebbero «pop», insignificante ed effimera. Io ne uso parecchio di materiale pop nella mia scrittura, ma il significato che gli do non è affatto diverso dal significato che aveva per altri scrittori, cent’anni fa, parlare di alberi, di parchi e di andare ad attingere l’acqua al fiume. È semplicemente il tessuto del mondo in cui vivo.

Siamo bombardati da slogan pubblicitari e proposte di intrattenimento a ogni ora del giorno, dalle quali traiamo l’effimero nutrimento cerebrale che ci induce a volerne sempre di più, a pretendere sempre di più dai prodotti e servizi che paghiamo, spesso profumatamente, solo per distrarci, per evitare di dover assolvere al compito pietoso e deprimente di partorire un proposito che sia frutto di un attento e consapevole ragionamento. Tutti i giorni abbiamo a disposizione centinaia di film e serie tv di micragnosa qualità, dieci milioni di blog e piattaforme web dove leggere e reperire informazioni a proposito di qualunque genere di argomento solletichi il nostro palato sitibondo di tuttologia. E soprattutto abbiamo i social media, tele di Aracne nelle quali è tanto facile imbrogliarsi. Siamo sempre stati abituati a non riconoscere ciò che vogliamo da ciò di cui abbiamo bisogno. Dannati a cercare di ottenere stimoli di piacere in ogni momento, finiamo per inebriarci della consapevolezza che abbiamo a portata di mano tante di quelle distrazioni concepite in provetta da aziende-laboratori preposte a decidere per noi, che accettiamo qualunque cosa ci venga proposta senza proferire un solo sì di disappunto.

Servendosi dell’analisi dei dati, le piattaforme che utilizziamo on a daily basis elaborano informazioni su di noi per fornirci contenuti studiati su misura di quelle che, in apparenza, sono le nostre abitudini di svago. Pensiamo alle playlist preconfezionate su Spotify, che ci risparmiano l’avventura di andare a cercare sponte nostra artisti o gruppi musicali, precludendoci il percorso di ricerca così necessario ai fini di una comprensione anche affettiva della materia presa in questione. Capita lo stesso con i libri o i film consigliati su Netflix o Prime Video. Se tutto ci è offerto su un piatto di argento, è inevitabile trovarci esposti alla scarica elettrica di un consumo fine a se stesso che non può mettere radici.

Parlando di prodotti artistici, la letteratura viene percepita dalla massa come una merce di consumo inserita in un mercato editoriale che incentiva chi scrive a realizzare un bestseller in una società iper-veloce che non tollera momenti di inerzia, e diffida del silenzio o dei momenti di raccoglimento interiore necessari per godere davvero del piacere della lettura. Lo stesso Wallace notò che molte persone da lui conosciute nutrivano per la lettura un’ostilità dovuta in gran parte al senso di solitudine e fissità che leggere presuppone sempre, incapaci di accettare il consiglio di Rilke in accordo al quale è necessario “penetrare in se stessi e per ore non incontrare nessuno”. In parte, tutto questo dipende dal fatto che viviamo in un’epoca in cui abbiamo a disposizione una quantità enorme di intrattenimento, di autentico intrattenimento, e bisogna capire come può la letteratura ricavarsi un suo spazio in un momento storico di questo tipo.

Nonostante questo assunto, e a dispetto della sua intrinseca complessità, Infinite Jest è diventato paradossalmente un cult, vendendo milioni di copie e proiettando la figura di David Foster Wallace nel Parnaso degli autori contemporanei che contano. Per quale motivo? Com’è stato possibile che un libro di mille e duecento pagine, scritto con un virtuosismo stilistico invidiabile, percorso da registri linguistici diversi che vanno da quello estremamente tecnico (ad esempio le descrizioni dei farmaci e dei loro effetti collaterali, oppure delle pellicole prodotte da James Incandenza) a quello onirico, al gergo di strada, al linguaggio accademico più pedante; un libro dalla struttura così artatamente complessa e impreziosita da centinaia di note a piè di pagina, elementi imprescindibili per la comprensione di talune scene, sia stato bersaglio di un trionfo editoriale tanto grande e duraturo? Si potrebbe rispondere dicendo che la sua scrittura è capace di essere pop e contorta al tempo stesso. In Infinite Jest convivono pacificamente momenti di assoluta verbosità cerebrale e altri più distesi e quasi banali. Un bipolarismo che Wallace riassume come segue:

Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite – essenzialmente, il corrispondente letterario della tv – che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.

Leggendo Infinite Jest chi scrive non ha potuto esimersi dal notare un particolare, una caratteristica tematica e strutturale definita come stasi e che appare è uno degli elementi più importanti per capire il romanzo e, di conseguenza la società contemporanea (nonché la condizione umana, posto che un oggetto di letteratura ha per obiettivo la narrazione dell’umanità tutta, dall’antichità a oggi).

La stasi è il sostrato concettuale che anima, edifica e struttura il romanzo Infinite Jest dalle fondamenta più appartate all’intonaco ancora fresco di verniciatura della copertina. Ma che cosa si intende per stasi? Nel suo senso più generale, il termine si riferisce a una condizione di immobilità, cagionata da una discordia tra due elementi in opposizione. Una stasi che nel romanzo di Wallace assume due specifiche biforcazioni: una forma di stasi provocata dalla dipendenza da qualcosa (vuoi dallo sport o dalle sostanze o dalle cartucce dell’Intrattenimento), e un altro tipo di stasi che origina da un errore di comunicazione tra gli interlocutori. Non c’è dialogo in quel maelstrom di mille e duecento pagine che non esca perturbato da un terreno incolto. E il germoglio non può che essere sterile. Prendiamo la scena iniziale, introdotta da uno degli incipit più iconici degli ultimi anni.

I am seated in an office, surrounded by heads and bodies. My posture is consciously congruent to the shape of my hard chair.

Il protagonista del romanzo, Hal Incandenza, è in procinto di essere esaminato da tre Decani per l’ammissione all’Università dell’Arizona. I suoi numeri sono impressionanti: voti eccellenti in tutte le materie scolastiche, doti da tennista che potrebbero portarlo a qualificarsi a livello nazionale e la pubblicazione di saggi di qualità sopraffina. C’è solo un appunto che i tre Decani si riservano di opporgli. I risultati del suo SAT, test utilizzato per le ammissioni al college, sono piuttosto bassi e la commissione desidera sapere il perché di un simile risultato. Sono appena le prime pagine, e già Wallace ci proietta in un’atmosfera claustrofobica e alienante, servendosi di uno stile iperrealistico volto a enfatizzare il senso di straniamento che la figura di Hal non si perita di nascondere, come una retina che si distacchi lentamente dallo strato cui è attaccata suo malgrado.

La risposta di Hal ai risultati deludenti del SAT è la miccia che innesca la prima grande crisi comunicativa del romanzo. “Non sono solo un ragazzo che gioca a tennis. La mia è una storia intricata. Ho esperienze e sentimenti. Sono una persona complessa”. È un genio che sta parlando, un ragazzo che ha imparato a memoria l’Oxford English Dictionary e potrebbe discettare agevolmente di qualunque argomento, dalla sintassi alla matematica teorica all’influsso di Kierkegaard sulle opere e il pensiero di Camus. E nonostante questo nessuno riesce a capire ciò che esce dalle sue labbra. Difatti, dopo aver confessato agli astanti che pur possedendo una cultura enciclopedica è comunque un essere umano capace di emozionarsi, l’atmosfera cambia repentinamente. I Decani inorridiscono e arretrano di qualche passo, additando il ragazzo come fosse un appestato da internare.

– Per l’amor del cielo, cosa sono quei… (…) quei suoni? –
Vengo preso per le ascelle e sollevato, poi sbatacchiato a forza dal Direttore per farmi calmare. L’uomo ha la faccia violacea: “Torna in te, figliolo!”

Hal, immobile quasi fosse in uno stato comatoso, continua ad asserire di essere lucido ed emotivamente sveglio, ma le sue parole vengono scambiate per dei rantoli animaleschi, suoni privi di senso, mere formulazioni fonetiche espresse da una creatura disconnessa rispetto alla situazione in cui si trova. Ecco la stasi nella sua forma più evidente.

Sono due gli scenari principali in cui la storia di Infinite Jest si dipana: la Enfield Tennis Academy, tra le cui mura studia Hal Incandenza, e la casa di recupero per tossicodipendenti Ennet House, in cui presta servizio Don Gately, ex ladro dipendente dal Demerol e in via di reinserimento. La trama, se di trama si può parlare, ruota attorno alla ricerca della cartuccia smarrita di un film intitolato “Infinite Jest”. La visione del film ha lo stesso effetto che comporta l’assunzione di eroina: produce un piacere psicofisico talmente intenso e persistente che gli spettatori si riducono nel giro di un battito di ciglia in amebe depensanti e versano in uno stato catatonico dal quale è impossibile che si riscuotano.

L’autore della cartuccia è James Incandenza, padre di Hal e controverso cineasta d’avanguardia. Fondatore della Enfield Tennis Academy, è anche un esperto di fisica ottica. Geniale e incapace di comunicare con suo figlio, è l’unico a essere in grado di vedere The Entertainment senza essere preda dei suoi effetti. A ricercare “Infinite Jest” è anche un gruppo di terroristi in sedia a rotelle, chiamati Les Assassins des Fauteuils Rollents per la tradizione rituale di lanciarsi sui binari della ferrovia e ritirarsi per ultimi al sopraggiungere del treno. Il fatto che siano sulla sedia a rotelle amplifica la convinzione che il movimento, all’interno di Infinite Jest, sia sempre menomato da una disabilità o un ostacolo di sorta.

Nel romanzo il Nord America è composto dagli Stati Uniti, dal Canada e dal Messico ed è chiamato Organization of North American Nations, anche detta O.N.A.N., acronimo volutamente ambiguo. Gli Stati Uniti hanno deciso di praticare una sorta di imperialismo al rovescio, concedendo forzatamente al Canada di annettere gli stati del Maine, New Hampshire, Vermont e parte di New York, per avere uno spazio dove poter gettare tutti i rifiuti da loro prodotti. Ne risulta che il Quebec è divenuta un’enorme discarica nota come “La Grande Concavità”, una landa radioattiva e desolata popolata da criceti giganti e abbrutita dalla presenza costante di una cupa e densa coltre di nubi teratogene.

Nel mondo di O.N.A.N. l’intrattenimento viene consumato quasi esclusivamente all’interno del proprio nido domestico. Il sistema Interlace consente ai consumatori di scaricare film e serie tv in totale libertà, garantendo un catalogo pressoché interminabile di prodotti, talmente ampio da impedire agli utenti di sceglierne uno, paralizzandoli di conseguenza. Si tratta di una forma di intrattenimento nociva e fatale, e non c’è da stupirsi che Wallace avesse manifestato l’intenzione di chiamare inizialmente il suo romanzo “A Failed Entertainment”:

«Se il libro è su qualcosa, è sulla domanda: perché sto guardando così tanta merda? Non è sulla merda. È su di me: perché lo sto facendo? Il titolo originale era A Failed Entertainment (Un divertimento fallito), e il libro è strutturato come un divertimento che non funziona»

Prendiamo un altro esempio, cardine tematico dell’opera. La scena del “dialogo” tra il fantasma di James Incandenza e Don Gately. Il fantasma si presenta nella stanza da letto di Don Gately nel momento in cui quest’ultimo è impossibilitato a muoversi. E non per mera coincidenza. L’ex ladro è ricoverato a letto per ferite da arma da fuoco, dopo aver protetto un suo amico da uomini del Quebec con i quali era scoppiata una rissa. Non può muoversi e non può parlare. Si è speculato a lungo sul fatto che l’interazione tra il fantasma e il degente fosse possibile perché entrambi costretti a una condizione di stasi, di reciproca immobilità.

Difatti il “wraith of Incandenza” può muoversi alla velocità dei quanta e trovarsi ovunque, in qualsiasi momento, ma l’unico modo che ha per interagire con qualcuno è di usare “somebody’s like internal brain-voice”. Ciò significa che ha bisogno di rimanere fermo fino a che non trova l’alchimia giusta con chi stia scontando la medesima staticità. E nel momento in cui entra in contatto con Gately, il wraith proietta nella sua mente parole che l’ex-ladro è incapace di riconoscere, perché mai sentite prima. Da PIROUETTE a YORICK a LAERTES a LEVIRATEMARRIAGE.

La comunicazione è unidimensionale, coartata dal fantasma a sopravvivere in qualità di mero monologo chiarificatore. Sarà proprio grazie a questa sorta di invasione cerebrale che avremo modo di conoscere più a fondo la storia di James Incandenza. In quelle poche pagine di monologo forzato, assistiamo alla confessione affranta di un padre che teme per la salute psichica del proprio figlio più giovane, “the one most marvelous and frightening to him”. Il suo timore è che Hal diventi un figurante, alla stregua dei caratteri che apparivano nei film licenziati da James, esseri dalle facce animate e dalle bocche realistiche da cui però non traspariva alcun suono; sterili e inferme comparse destinate a servire d’arredo alle scene. Il fantasma spiega infine di aver speso gli ultimi novanta giorni della sua “animate life” lontano dai fumi dell’alcool a lavorare a un prodotto che potesse aiutarlo a creare un contatto tra lui e Hal. “Infinite Jest” è il risultato dei suoi sforzi, un tentativo ultimo e disperato di comunicare con suo figlio. Un rimedio all’eventualità che il ragazzo cadesse nel gorgo del “solipsism, anhedonia, death in life”, un modo per dirgli “I AM SO VERY, VERY SORRY”.

Ironico che The Entertainment sia finito per diventare l’opposto di ciò che si augurava il fantasma.

Resta da capire se Hal sia davvero diventato il figurante che James Incandenza temeva potesse diventare. In effetti, il primo capitolo del romanzo sembra condurre a questo tipo di soluzione. Pur trattandosi dell’inizio del romanzo, la scena in questione coincide con gli eventi più recenti raccontati in Infinite Jest. Abbiamo visto che il ragazzo è immobile e dalla sua bocca escono rantoli animaleschi giudicati con orrore dai Decani, e ciò potrebbe portarci a concludere che abbia visto la pellicola. Ma i suoi pensieri, cui l’autore ci permette di accedere con la prospettiva in prima persona, sono tutto tranne che il prodotto di una personalità devastata dalla “death in life”. Infatti il ragazzo afferma più volte di avere dei sentimenti, di non essere una macchina, di avere delle opinioni.

E se i veri figuranti fossero i Decani, degni rappresentanti della mancanza di umanità che la società contemporanea foraggia attraverso il circolo vizioso delle infinite choices? Se Hal, forte del distacco critico che compete a chi non si è lasciato fregare dai canti ammaliatori dell’intrattenimento, fosse l’unica creatura sana presente nella stanza e, in generale, nel mondo di Infinite Jest?

Gli esempi che si potrebbero evidenziare sono innumerevoli. Ad esempio la comunicazione artificiosa tra un dottore e la sua paziente, dove il primo si preoccupa esclusivamente di scrivere sul suo bloc-notes frasi tra loro slegate, pur di trasmettere alla paziente l’idea che la stia davvero ascoltando. Oppure il dialogo che intercorre tra Remi Marathe, membro disertore delle AFR e un agente segreto vestito da donna, tale Hugh/Helen Steeply, fiero assertore della freedom of speech. Anche in questo caso il dialogo, che si trascina per tutto il romanzo in 14 frammenti sparsi a caso per un totale di 500 pagine, è una variante sublime di stasi da comunicazione. Come la spia in incognito è a favore della libertà individuale, così l’ex terrorista in carrozzina Remi Marathe asserisce l’importanza di sacrificare la propria libertà per una causa più grande. La conversazione si sconta nel giro di una notte, in cima a un’altura che dà su un’imponente distesa desertica. Ciascuno dei due interlocutori espleta la sue funzioni fonatorie senza riuscire a far sì che si crei un dialogo sincero e arricchente.

I personaggi descritti da Wallace sono sempre alla ricerca di una forma di comunicazione autentica e genuina, e spesso il loro desiderio è talmente intenso che finiscono per anticipare le risposte dei loro interlocutori, sovrapponendo la propria voce a quella degli altri. Così sia Remi che Steeply falliscono a intendersi, e non è certo un caso che la lunga notte di conversazioni si concluda con i due intenti a guardare nella medesima direzione, parlandosi addosso come un paio di amici di lunga data che stessero guardando la cartuccia (“Infinite Jest”) insieme. Due solipsismi incapaci di evolvere in alcunché di costruttivo.

In un’intervista, Wallace ammette che il romanzo è strutturato come fosse un frattale, nello specifico un triangolo di Sierpinski: composto quindi da una serie di triangoli sempre più piccoli, i quali a loro volta contengono altri triangoli e così via. Questo significa che tanto i temi quanto i personaggi si ripetono in ciascun frammento in maniera improvvisa e apparentemente casuale. Alcuni caratteri di minore importanza echeggiano con i loro gesti quanto è stato compiuto cento pagine prima dai personaggi principali, oppure viceversa. E un vero finale non esiste. La linearità, nel romanzo, viene presa a calci nelle terga.

Il senso generale, una volta terminata la lettura, è quello di trovarsi di fronte a un continuo e spaesante moto ondoso, un ebbing and flowing perpetuo che non porta da nessuna parte, non sfocia in alcun oceano, e come tale brilla del candore di una soluzione architettonica goffa, complessa, macchinosa e inutilmente pretenziosa, prerogativa cara agli alfieri del post-modernismo più oltranzista, sterile e comunque straordinaria perché capace di rendere perfettamente l’immobilità da eterno giro dell’oca in cui versa la condizione umana in tutti i settori che le competono.

Pensiamo per un istante ai talk-show che affollano i canali televisivi, carichi come sono di parole a perdere e condotti da forze contrapposte, impegnate a portare acqua al proprio titanico e inscalfibile mulino. Assisti a un paio di interventi e capisci subito che la stasi è lì presente, viva tanto quanto moribondo è lo scontro verbale tra gli ospiti, chiamati a raccolta per alimentare il focolaio e paralizzare gli spettatori, al punto che non si è mai sicuri di ciò a cui si ha avuto la ventura di assistere, e non si perviene ad alcuna soluzione produttiva. La pochezza delle dialettiche di coloro che si scontrano è tale da creare confusione.

Aldo Busi, scrittore e intelligenza illustre che meriterebbe molta più considerazione di quanta l’Italia, equivocandolo, gli abbia dato in questi anni, elaborò un intervento straordinario e illuminante a proposito dei dibattiti televisivi, da cui estrapoliamo un frammento:

La televisione costringe linguaggi come i miei a sforzi di sintesi sovrumani, perché dopo sette secondi l’attenzione scema e – ce lo dicono gli esperti – la gente cambia canale. Allora che cosa si fa? Si urla, si alza la voce, si sovrappone voce su voce e si ottiene solo un’unica grande onomatopea, l’ecolalia del nostro scontento di sordomuti che si sfogano. La struttura profonda del linguaggio verbale, e ormai scritto, è stata modificata dall’ipervelocità fonetica: non c’è tempo per articolare un pensiero, solo per dare fiato a un bisogno.

Anticipando di trent’anni l’avvento dei social media, Wallace racconta che nel mondo di Infinite Jest, per un certo periodo di tempo, si sviluppò anche la moda della videofonia, ma la sua importanza decrebbe all’istante dopo che i consumatori si accorsero di quanto vedersi ripresi in video-chat fosse troppo stressante per la loro salute psichica, distratti com’erano dal notare le imprecisioni dei loro volti e l’ambiente in cui si trovavano a conversare. Questo stato di stress motivò i brand a studiare un modo per risolvere la situazione. Il risultato fu di dotare i telefoni di avatar digitali costruiti su misura delle specifiche esigenze e desideri degli utenti, maschere perfette dove potersi nascondere e sbizzarrire. Al divertimento subentrò una forma di paranoia per via della perfezione estetica degli avatar, che impediva a sempre più persone di uscire di casa per incontrare coloro che li avevano visti in video-chat, vinti dal timore che la competizione con l’aspetto fisico degli avatar fosse troppo lampante.

Ricollegandoci al pensiero espresso da Wallace, secondo cui le persone coltivano una sorta di paura riposta nei confronti della lettura, possiamo dire con sufficiente sicurezza che l’attività di leggere Infinite Jest ci costringe a metterci sullo stesso piano dei personaggi del suo romanzo. Come loro, anche noi siamo costretti dalla lettura a stare fermi, fissi in un determinato luogo per delle ore, quasi avessimo davanti a noi la cartuccia creata da Incandenza. Ma il libro, a differenza del film, comporta un divertimento attivo; l’immobilità fisica che comporta l’atto di leggere un libro è controbilanciata dallo sforzo mentale teso a comprenderne il testo, e l’amaro benessere che se ne ricava è la vera arma con la quale possiamo affrontare la stasi da cui Wallace ci ha messi in guardia, in tutte le forme orride e piacevoli in cui strepita per incatenarci.