Traduzione, comunicazione, esegesi

Scrittura che ha creato non pochi problemi ai traduttori che, coraggiosi, hanno accettato la sfida di lavorare ai suoi testi e di conservare, nel passaggio dall’inglese all’italiano, tutte le sfumature, i giochi di parole, la musicalità, le ambiguità semantiche e le problematiche tipicamente americane e per questo spesso lontane e magari estranee al lettore europeo che l’autore ha sapientemente disseminato un po’ ovunque nei suoi lavori, non soltanto nei romanzi. L’inglese di DFW è un inglese tecnicamente ineccepibile, studiato in ogni minimo dettaglio ed elaborato con una costruzione sintattica eccezionale. Questa sua capacità è una delle caratteristiche peculiari della sua scrittura e trova fondamento, oltre che nell’indiscutibile talento e nella capacità di esprimerlo, nell’educazione ricevuta nella sua famiglia; il padre, laureato in filosofia e grande studioso di Ludwig Wittgenstein e la madre, insegnante di lettere, hanno certamente influito sulla formazione e sugli interessi del giovane David, che non a caso durante gli studi universitari ha scelto di approfondire tematiche inerenti la logica e la matematica.

Dalla lettura di aneddoti ormai ricorrenti si scopre che DFW comincia a mettersi alla prova scrivendo tesine a pagamento per i compagni, e si decide definitivamente a lanciarsi nella scrittura creativa dopo aver letto The balloon, un racconto di Donald Barthelme.

Queste brevi indicazioni biografiche dal sapore più aneddotico che didascalico si rivelano particolarmente utili per tentare di comprendere appieno la sua opera e, soprattutto, quell’immenso bagaglio di paure, nevrosi, dipendenze e velleità contrastanti tra loro che la caratterizzavano. Chi volesse approfondire la conoscenza  del personaggio con la speranza di trovare poi meno difficoltà a digerire i suoi libri ha l’imbarazzo della scelta tra numerose biografie, interviste e un recente adattamento cinematografico, che ha diviso la critica sulle valutazioni di merito ma non nella curiosità che tale esperimento ha suscitato.

DFW era un personaggio empatico ma schivo, patologicamente timido e si rapportava alla fama e alla visibilità che ne conseguiva con un atteggiamento ambiguo; viveva in perenne contrasto tra una sincera umiltà, una vera attenzione per il lettore mista alla paura di ingannarlo e una forte ambizione, e di certo oggi troverebbe amaramente ironico (e ansiogeno) questo parlare così tanto di lui e così poco di ciò che ha scritto. È come se stessimo giocando a Eschaton violando la più importante delle regole: stiamo colpendo il giocatore anziché l’indumento che lo rappresenta.

Romanziere o saggista? Postmoderno o Avantpop? Una risposta realista

La peculiarità dell’opera di DFW ha generato, in nome di un’esigenza tassonomica spesso stucchevole e di dubbia utilità, infinite discussioni sulla sua collocazione ideale nel panorama letterario americano e mondiale. Autore poliedrico, si è espresso con la tecnica del romanzo, del racconto, del saggio e del reportage. Prima di cedere alla tentazione di organizzare gare e comparazioni, stilare classifiche di gradimento con le quali capire finalmente se l’apice è stato raggiunto dal Wallace romanziere o dal saggista, se il saggista Wallace supera il saggista Franzen ma il romanziere Franzen gli è invece superiore o viceversa, è bene sottolineare lo scopo principale per il quale DFW si è dedicato alla scrittura: la voglia, anzi la necessità, di comunicare, considerando la comunicazione un’arma potentissima da opporre alla solitudine, laddove la solitudine è l’anticamera dell’autodistruzione.

Scrivere per DFW era l’unico sistema a sua disposizione per tenere lontana la Cosa Brutta.

Soltanto dopo aver capito a fondo questa necessità, dopo aver interiorizzato questa sua spinta inesauribile a scrivere che non è nient’altro che anelito di vita, ci si può eventualmente dedicare, per gioco, alle gare e alle classifiche.

Ciononostante fin dal romanzo d’esordio critici e appassionati si sono impegnati nella ricerca di un abito che calzasse alla perfezione. L’impronta postmoderna è una caratteristica molto evidente ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa prima impressione; non mancano di certo metanarrazione, citazionismo e frammentarietà di personaggi e trama, tuttavia ci sono altri aspetti altrettanto importanti da prendere in considerazione. Uno su tutti la paura, un vero e proprio terrore come emerge da numerose interviste, di non sembrare sincero; DFW si prodigava in una ricerca ossessiva di un contatto con il proprio lettore, con il quale voleva instaurare un rapporto di fiducia assoluta e scevro da ogni ipocrisia e artifizio retorico. Ecco che allora prendere per buona la frettolosa collocazione nel contesto postmoderno appare subito riduttiva. L’uso, seppur sapiente, di tecniche narrative postmoderne non rende necessariamente l’opera finale un’opera postmoderna; questo perché è fondamentale andare oltre il testo, più a fondo, guardare fra le righe, anche quelle più strette delle famigerate note a piè pagina, per apprezzare appieno la ricchezza del messaggio che l’autore ha voluto lasciarci attraverso la sua scrittura.

Ogni suo testo doveva anzitutto essere (non semplicemente apparire) sincero e per riuscirci DFW capì di non potersi più servire dell’ironia così come avevano fatto autori postmoderni prima di lui; usata come mezzo di rottura ed emancipazione dai rigidi schemi modernisti antecedenti, l’ironia aveva ormai esaurito la sua carica sovversiva e si era trasformata in un semplice mezzo retorico con il quale prendere le distanze dal lettore, ingannandolo. Ecco un altro punto di rottura dal contesto postmoderno: DFW non vuole rinunciare al suo patto con il lettore, non vuole tradirlo; questo nonostante una particolare, geniale forma di ironia non manchi di certo nei suoi testi. Egli però non ne fa un uso retorico, strumentale alla trama, ma è una vera e propria arma di sopravvivenza da opporre alla sua depressione. Una necessità personale, non una tecnica compositiva.

Ma se DFW non è (in parte o del tutto) postmoderno, se consideriamo che con le sue caratteristiche sia andato oltre, allora possiamo annoverarlo fra i rappresentanti dell’Avant-pop? La risposta deve essere negativa, nonostante alcuni accostamenti siano stati fatti.

Un movimento che si prefigge lo scopo di eliminare forma e contenuto a favore della mera fruibilità del messaggio, della velocità di trasmissione, come può accogliere sotto la propria ala un autore che ha costruito la sua opera su solidissime basi grammaticali e sintattiche, che ha cercato per tutta la vita di trovare un compromesso fra le proprie velleità artistiche e il rischio che esse potessero interpolare il messaggio che egli voleva trasmettere, puro, al lettore?

Per accontentare i più intransigenti cultori di tassonomie, potremmo inquadrarlo in una sorta di neorealismo o realismo isterico, arricchito dalle esperienze postmoderne e da tutte le correnti da esse scaturite; ma siamo sicuri che sia poi così necessario farlo? Forse è meglio arrendersi alla meravigliosa complessità dell’opera di DFW e impiegare il tempo a leggere più volte i suoi testi, così ricchi da regalare nuovi spunti a ogni rilettura.

Misticismo dell’isteria

Competitività, solipsismo, ansia, dipendenza, depressione, noia, televisione, internet. Tutte tematiche che, nell’immaginario collettivo, sono tipicamente occidentali. Così come è tipicamente occidentale DFW: un giovane e talentuoso scrittore, squisitamente americano, con una formazione filosofico-scientifica di stampo europeo, che nel corso della sua vita più volte si è interrogato su quanto la sua condizione di privilegiato e istruito esponente di una classe medio alta americana potesse condizionare i suoi convincimenti e, di conseguenza, la sua opera.

Di quanto i padri della narrativa postmoderna ma anche, in una certa qual misura, modernisti come Joyce e Kafka siano stati di ispirazione per DFW è cosa nota. Ma ampliando lo sguardo oltre il confine segnato dalle Colonne d’Ercole del sapere pacifico, si possono scoprire nuovi orizzonti.

Non è certo un mistero che DFW ammirasse Dostoevskij, per cui è lecito immaginare che l’opera del grande romanziere russo possa essere stata altrettanto di ispirazione. Don Gately, uno dei personaggi più importanti di Infinite jest, si intrattiene con lo spirito di James Incandenza così come Ivan Karamazov sostiene un dialogo con il demonio. Ma oltre a questo parallelismo evidente si può scorgere un collegamento fra i due autori anche affrontando il tema dell’autodeterminazione dell’individuo e del libero arbitrio. Così come Ivan Karamazov si chiede, attraverso il racconto allegorico di sua invenzione sul Grande inquisitore, se non sia più semplice e quindi auspicabile delegare la propria libertà ad altri così da liberarsi, paradossalmente, dalla responsabilità e dal peso dell’autodeterminazione, allo stesso modo, in Infinite Jest, gli studenti dell’E.T.A. e i tossicodipendenti ricoverati nella Ennet House si accorgono di riuscire nei loro intenti (rispettivamente, giocare a tennis e disintossicarsi) soltanto abbandonando ogni consapevolezza e rifugiandosi nell’automatismo del gesto, nella memoria muscolare e nel pensiero automatico; la loro unica speranza (di riuscire, di salvarsi) è l’eterodirezione.

Il tema della libertà individuale è centrale nella storia culturale dell’uomo, per cui non sorprende di certo che molti ne abbiano discusso, seppur a vario titolo e con alterne fortune. Ciò che invece può sorprendere è la scoperta di collegamenti inaspettati fra DFW e autori che solitamente non vengono annoverati fra i (molti) suoi modelli. Uno su tutti è il mistico di origine armena Georges Gurdjieff. Filosofo e scrittore, riteneva che la vita umana viene vissuta solitamente in uno stato di veglia apparente molto vicina al sogno, e soltanto con grande applicazione e volontà è possibile elevarsi a un grado maggiore di consapevolezza cosciente. Gurdjieff non ha mai raccolto per iscritto le sue teorie, ancora oggi tramandate oralmente dai discepoli della sua Scuola; ciononostante la bibliografia che lo riguarda è piuttosto ricca. Fra tutti, spicca un testo del filosofo russo Pëtr Uspenskij, intitolato Frammenti di un insegnamento sconosciuto, in cui egli parla del periodo in cui fu discepolo di Gurdjieff, soffermandosi in particolare sul tema della libertà e dell’autodeterminazione; possiamo considerare questa opera e l’elaborazione del pensiero a essa sottesa il punto di raccordo, sia cronologico che letterario, fra Dostoevskij e DFW.

Al suo interno vi si legge:

La civiltà contemporanea vuole degli automi. E le persone sono certamente sul punto di perdere le proprie abitudini di indipendenza, diventando sempre più simili ad automi, a pezzi di macchine. Non è possibile dire come finirà tutto questo né come uscirne, e neppure se ci sarà una fine o un’uscita. Una sola cosa è certa, ed è che la schiavitù dell’uomo non fa che aumentare. L’uomo sta diventando uno schiavo volontario. Non ha più bisogno di catene: incomincia ad amare la sua schiavitù, a esserne fiero. E nulla di più terribile potrebbe accadere ad un uomo.

E ancora:

Nella maggior parte dei casi l’uomo si identifica con ciò che gli altri pensano di lui, con il modo in cui lo trattano, con il loro atteggiamento nei suoi confronti. L’uomo pensa sempre che la gente non l’apprezzi abbastanza, che non sia abbastanza cortese o educata. Tutto questo lo tormenta, lo preoccupa, lo rende sospettoso; egli disperde in congetture o supposizioni una enorme quantità di energie, sviluppando in sé un atteggiamento diffidente ed ostile verso gli altri. Come lo si guarda, ciò che si pensa di lui, ciò che si dice di lui, tutto questo assume ai suoi occhi un’importanza enorme.

È sorprendente l’immediatezza con la quale queste parole rimandano a tematiche così care a DFW e ai suoi personaggi, veri e propri intermediari mimetici delle sue mille sfaccettature caratteriali. Anche la sua più grande ossessione, la paura di non essere sincero ed empatico con il lettore, scrupolo in perenne contrasto e contraddizione con il suo spirito altamente competitivo e la volontà di eccellere e primeggiare nel campo della scrittura, è un tema trattato da Gurdjieff, il quale sostiene:

[…]” gli scrittori, attori, musicisti, artisti e uomini politici, sono quasi senza eccezione degli ammalati. E di che cosa soffrono? Prima di tutto, di una straordinaria opinione di se stessi, poi di esigenze e, infine, di ‘considerazione’, cioè di una predisposizione ad offendersi per la più piccola mancanza di comprensione o di apprezzamento.

 

[…] La sincerità, l’onestà sono in realtà qualche cosa di differente. Ciò che in questo caso un uomo chiama ‘sincerità’ è semplicemente non avere voglia di controllarsi. E nel suo intimo ogni uomo lo sa bene. Quindi egli mente a se stesso ogni volta che pretende di non voler perdere la sua sincerità”.

Ciò che emerge prepotentemente  da queste righe è l’intransigenza con la quale Gurdjieff affronta l’argomento della sincerità riferendosi in particolare a coloro che, per vocazione professionale, si occupano a vario titolo di comunicazione; ciò che accomuna attività in apparenza così differenti come l’attore, il politico, il musicista, lo scrittore,  ecc. è in realtà la loro capacità di essere vettori di un messaggio che deve raggiungere il maggior numero possibile di persone.

Chissà se DFW, al crepuscolo della sua esistenza, non sia arrivato anch’egli alla medesima conclusione di Gurdjieff e non si sia arreso, nonostante ogni sforzo contrario, alla sua invincibile e inevitabile insincerità di scrittore. Una verità amara e insopportabile che potrebbe aver minato le poche certezze che ancora resistevano in un uomo tanto acuto quanto fragile.

Georges Gurdjieff

Vita e opere incompiute. Il suo ultimo, grande infinite jest

Se la sincerità è un’utopia letteraria anche per il più volenteroso degli autori, qual è lo scopo della letteratura? Come può uno scrittore trovare la forza di perseverare nella sua ricerca? Come può un lettore riuscire ad appassionarsi  ancora? Forse l’unica risposta plausibile è smettere di cercarne una e provare a concentrarsi sul sentimento che spinge l’uomo a scrivere e leggere. Così facendo si può conservare, sublimandola, quell’integrità di intenti che inevitabilmente si dissolve non appena entra in contatto con la realtà e i compromessi che essa richiede.

Scrive Claudio Magris:

Lo scrittore non può incarnare nulla, neanche una tendenza o un mondo poetico, che sono autentici solo finché egli li esprime così come li vive, senza preoccuparsi di che cosa succederà loro, di quale effetto essi avranno nella realtà. Quando egli, anche per spirito di alta responsabilità morale, se ne occupa e se ne preoccupa, finisce la sua avventura poetica e comincia la sua gestione di quest’ultima, che deve tener conto di tante cose e conseguenze estranee a essa.

Ecco allora una possibile soluzione; limitarsi ad assecondare l’istinto, un’atavica curiosità, che spinge lo scrittore a raccontare e il lettore a ricercare, e resistere entrambi alla tentazione di darne una spiegazione razionale o utilitaristica.

Questo, forse, è il vero grande messaggio che ci ha lasciato DFW. Così facendo, potremo evitare di trasformarci anche noi in giramanovella, ossia:

Gli omini grigi che prendono i macchinari creati da altri e girano semplicemente la manovella, così che dall’altro lato escano piccole pallette di meta fiction. I giramanovella capitalizzano per qualche tempo la loro dose di elogi, aprono un fondo pensione e si ritirano. […]Ciò che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è cercare di capire come mai noi essere umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo.

Non è facile comprendere qual è il momento esatto in cui non solo uno scrittore, un pittore, ma tutti noi smettiamo di creare, vivere, trasmettere un sentimento e ci trasformiamo in giramanovella; può essere tremendamente frustrante realizzare che, nonostante ogni sforzo possibile, non riusciamo a evitarlo. Se abbiamo volontà, forza, pazienza, possiamo impiegare tutta la vita a provare e riprovare, oppure, se siamo intrappolati in un palazzo che sta andando a fuoco e la paura delle fiamme supera quella del vuoto, possiamo decidere di buttarci e lasciare tutto malinconicamente incompiuto; un’opera, così come la propria vita. Una cesura improvvisa, che impedisce al cerchio di chiudersi, evita il risveglio e la fine del sogno, rimanda forse per sempre il ritorno alla realtà.

Davanti a un suicidio è sempre difficile, per chi resta, comprendere, accettare. Per rendere più sopportabile un gesto insopportabile, vogliamo credere che DFW non abbia voluto chiudere nessuna porta, né mettere nessun punto. Non è stata una resa ma un passaggio di testimone, un invito a proseguire noi per lui il suo grande infinite jest.