La vita ha origine da un tratto. Il tratto dei nostri passi, dei nostri sogni, delle lacrime. La vita ha origine da un tratto ma si emancipa grazie alla parola: senza la parola saremmo bocche aride prive di fondamenta. Intrigante l’esperimento di Nicola Vacca, poeta che suole schiantare il verso sul foglio: prende per mano Mario Pugliese, artista che porta il pubblico aldilà dello sguardo, nelle vene, componendo insieme un lavoro iperbolico, una matriosca letteraria: Dal tratto alle parole (I Quaderni del Bardo Edizioni, rampante casa editrice leccese). Sedici poesie fresche, sanguinanti, che puntano a spaventare limpidamente il lettore. Sedici poesie dedicate ad altrettanti fuoriclasse dell’Ottocento e del Novecento poetico-narrativo, nate scrutando con pragmatismo gli occhi filosofici degli stessi. Nicola Vacca è il poeta del Disagio con la “D” maiuscola, rauca emozione che riesce a scalfire il lirismo consumistico – ed eternamente compiaciuto – dei “prodotti” del Duemila. Lotta in “direzione ostinata e contraria”, citando Fabrizio De André, e si fa sedurre tra i fogli del suo ultimo lavoro dal pennarello agile ed essenziale del maestro Mario Pugliese. Unione leggiadra, scaltra, veloce, arditamente comunicativa, che punta con estrema minuzia al nocciolo della società – e dell’uomo –, tralasciando faticosi arrotondamenti e sfumature gravide di finzione.

La lezione di Umberto Eco, nel suo Trattato di semiotica generale, ha aperto orizzonti ancora non del tutto esplorati. Perché allo stesso modo si possono incrociare i codici comunicativi dell’arte visiva con quelli della scrittura, suscitare una prima reazione interpretativa del fruitore, che chiude il cerchio.

Giuseppe Scaglione – osservatore e scrittore di lungo corso – sintetizza semioticamente il fascino dell’opera, vegliata da una chiave di volta innovativa, ma che erige con calcestruzzo umano sedici encomi per altrettanti classici – tradizione e futurismo –, di cui il mondo sente inconsciamente la necessità.

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Emil Cioran e il caos, Federico Garcia Lorca e la pece, Fernando Pessoa e gli eteronimi, Cesare Pavese e il disamore, Italo Calvino e l’invisibile, Albert Camus e l’assurdo, Edgar Allan Poe e l’abisso, Charles Bukowski e l’oscenità, Virginia Wolf e la sua stanza, Alda Merini e la sua voce, Wislawa Szymborka e le piccole cose, Simone Weil la sua anima, Marcel Proust e il mondo, Boris Pasternak e Mosca, John Fante e la polvere, Jorge Luis Borges e la seduzione: boom! Sul piattume narrativo odierno.

L’acuto critico letterario Alessandro Vergari spiega come tale fronte artistico sfugga con linearità ai dogmi e alle dottrine del potere, sbeffeggiando altresì le annesse sovrastrutture:

Cos’è la letteratura con la L maiuscola? Prendiamo in prestito da Harold Bloom, grande e controverso critico letterario americano, una definizione: è un’epifania individuale che non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico… la grande letteratura non ci rende più altruisti o generosi ma ci insegna a parlare in maniera più lucida, efficace e, in ultima analisi, illumina il nostro io. Chi ci propone una prosa moralistica è un militante, non un vero scrittore, pertanto dobbiamo stare attenti ai tratti ideologici travestiti da romanzi.

Non è il caso di tre sensibilità novecentesche lodate garbatamente dal sodalizio Vacca-Pugliese: Federico Garcia Lorca, Albert Camus e Jorge Luis Borges.

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Garcia Lorca è riuscito a riempire d’azzurra eufonia la Marcia Trionfale spagnola, soffocata per decenni dalla putrida saliva del generale Francisco Franco. Vacca lo omaggia così:

Gli hanno tolto la vita

perché temevano le sue parole.

Federico era un poeta

che aveva nel cuore un tremore di stelle.

Gli hanno chiuso la bocca

perché i suoi versi lanciavano un grido.

Si è donato alla poesia

con i brividi della verità.

Davanti al castello fragile della libertà

Non gli è mancato il coraggio

di scrivere che Satana è un guercio.

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Garcia Lorca gridava, svegliando un mondo abbagliato dalla “corona dorata”. Lo stesso grido “d’allarme”, partito dal Mediterraneo e diffuso in tutti i continenti, dell’intellettuale che ha infiammato cellulosa francofona e polvere di Dioniso: Albert Camus. Vacca riproduce l’allarme esistenzialista in questo modo:

Nelle trame dell’assurdo

il vocabolario delle libertà.

Albert è un uomo in rivolta

Che dice sempre no

alla peste che impicca il mondo

nella caduta.

“Io mi ribello, dunque esisto”

è un pensiero che grida l’allarme

sulla tragedia di un’epoca marcia.

Stiamo ancora aspettando

i giorni in cui le rivoluzioni

avranno bisogno della bellezza.

I giorni dell’Umanesimo Nuovo, gli istanti in cui mentre tutt’attorno crollerà saranno poeti e artisti a regalare un orizzonte di pietra rigenerante e colori reali. Ma oggi a governare le sorti terrene è “il mostro”, che ha le stesse sembianze di quello decantato da Borges mentre contemplava labirinti altisonanti nel bel mezzo dei suoi barrios materni. Vacca estrae il coltello dalle piaghe del poeta argentino e lo affonda nel cuore del lettore spaesato:

Giorni stretti nell’assedio

viviamo la prigionia di labirinti.

Nessuno grida la rivolta

soffocheremo la voce nell’assenza dell’urlo.

 

Stiamo bene nei labirinti

perché il mostro che abbiamo dentro

è l’incubo peggiore che ci seduce.

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Dal tratto alle parole è un esperimento di concatenazione di linguaggi ed emozioni che punta alla sublimazione degli occhi di chi sa raccontare. Il modus operandi versato nei versi è semplice: è tratto. L’aurora dell’opera vede un vortice di parole comporre l’immagine enigmatica della stella polare dell’Intellighenzia italiana novecentesca: Pier Paolo Pasolini. E poi sedici ritratti, con altrettanti risvolti poetici, con innumerevoli link distopici per il lettore ribelle.

Perché come dice Nicola Vacca, “la poesia non può mai essere utopia”, contrariamente a quanto scrivono i poeti lustrini e pagliette presentati come i soli dell’avvenire della nostra cultura. Bisogna bagnarsi di intellegibile distopia: è l’unico modo per scaraventarsi nell’ignoto, verso il vero, regalando un gesto valoroso all’umanità commerciale.