Il mondo contemporaneo, sotto il profilo geopolitico, è dominato dall’euroatlantismo, assetto in evidente crisi da un certo lasso di tempo. Chi non vi si riconosce guarda, con più o meno simpatia, al premier russo Vladimir Putin. Questi, in un discorso tenuto il 12 dicembre 2013 all’Assemblea Federale, momento saliente della sua svolta conservatrice, definì il significato delle proprie scelte politiche attraverso le parole del filosofo Nikolaj Berdjaev:

Il senso del conservatorismo non è di ostacolare il movimento in avanti, ma quello indietro e verso il basso, verso l’oscurità del caos, verso il ritorno ad una condizione primitiva.

Lo ricorda Aldo Ferrari nell’Introduzione ad una nuova edizione de, Le fonti e lo spirito del comunismo russo, opera tra le più note di Berdjaev, comparsa da poco nel catalogo della OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, euro 20,00).

Il filosofo nacque nel 1874 da una famiglia aristocratica ed attraversò i momenti più drammatici della storia del Novecento. In gioventù, come molti della sua generazione, fu attratto dalle idee rivoluzionarie, inserendosi nei primi circoli marxisti che operavano nelle città dell’Impero, tanto che, nel 1898, fu arrestato e condannato a tre anni di confino. Nel 1904, durante la devastante guerra russo-giapponese, si trasferì a San Pietroburgo, dove, a contatto con l’intelligencija locale, corresse le sue originarie posizioni politiche, convinto che fosse necessario corrispondere, con opportune riforme, alle richieste di un radicale rivolgimento economico-sociale, ma anche alle istanze religiose, riaffioranti dal profondo dell’animus russo, che chiedevano di essere ascoltate.

Nel 1909 partecipò alla pubblicazione di Vechi (Pietre miliari), opera dalla quale emerse un’attenzione significativa per gli ideali liberali e la riforma religiosa. Dopo il 1917, su tali presupposti ideologici, entrò in contrasto con il governo ‘rosso’ e nel 1922 venne espulso dal paese. Si recò a Berlino e poi in Francia: a Clamart, nella banlieue parigina, si spense nel 1948.

Berdjaev nel 1912

Durante l’esilio collaborò con il mondo intellettuale francese, in particolare con i pensatori cattolici, Maritain, Marcel e, soprattutto, Mounier. Tenne le fila dell’emigrazione russa, attraverso la fondazione della rivista, La Via, e pubblicò i suoi lavori di maggior spessore, conquistando prestigio e notorietà internazionale. Il suo lavoro teoretico lo condusse a valorizzare le problematiche esistenziali incontrate nelle pagine di Dostoevskij, oltre al personalismo cristiano. Applicò la sua visione delle cose alla storia russa, in particolare se ne servì per l’esegesi del bolscevismo. Argomenta in proposito il filosofo:

L’antipersonalismo del comunismo non è legato al suo sistema economico, ma al suo spirito, alla sua negazione dello spirito.

Sulla scorta di tale intuizione, dette alle stampe nel 1937, in lingua inglese, il volume di cui qui si discute. Il libro era centrato su un’idea essenziale: il comunismo russo, pur esplicitando un tratto anti religioso, nel corso del tempo è andato assumendo una connotazione palingenetica, salvifica e pseudo-religiosa. Il marxismo teorico russo, si sarebbe imbevuto, per Berdjaev, dell’intera tradizione culturale del paese slavo, caratterizzata, da un lato, da uno spiccato senso delle ‘potenze’ che abitano la natura:

da un paganesimo naturale e dionisiaco; dall’altra dall’ascetismo ortodosso […] dalla nostalgia del regno dell’al di là.

The monk painter, di Alexander Yanov

Il mondo psichico slavo è stato, fin dalle origini della Russia di Kiev, specchio del paesaggio geografico, illimitato e sconfinato, della Madre Russia. Tale slancio verso la trascendenza, nelle diverse epoche storiche, ha dato vita a vere e proprie forme di mistica o, in contesti diversi, ai tentativi rivoluzionari, mirati a realizzare, ‘qui e ora’, nella città terrena la promessa escatologia e soteriologica dell’ortodossia. Nel pensiero russo moderno ci troveremmo di fronte, con l’affermazione del marxismo, all’immanentizzazione della fine della storia, esperita in termini neo-gnostici, stante la lezione di Eric Voegelin.

Il comunismo sovietico sarebbe, nella sua essenza, riconducibile all’orizzonte teorico-politico delle religioni secolari, assumendo in esse un ruolo preminente assieme a quello svolto dai fascismi. Più nello specifico:

I russi non cessarono mai di essere ortodossi, degli ortodossi eretici o apocalittici o nichilisti.

L’affermazione può aiutare a spiegare tanto il successo del bolscevismo, quanto ciò che è avvenuto, in termini di recupero della Tradizione, successivamente al crollo del Muro di Berlino e, in ultimo, la stessa affermazione di Putin.

Kirov takes a parade of athletes, di Alexander Samokhvalov (1935)

In questi termini, il mito di Mosca terza Roma, ha carattere messianico: la ricerca del Regno della verità. Ed è la fede ortodossa che consente l’accesso a tale Regno, così come nel Novecento fu la ‘fede’ marxista a determinare l’accesso al Regno sovietico, esempio di paradiso in terra. Tale vocazione messianica ha dato luogo ad una Chiesa nazionalista, che progressivamente, nel corso della storia, si è liberata della coscienza universale delle sue origini. Ciò si è verificato nel momento in cui l’ortodossia russa smise di intendere la Chiesa Greca, quale vera Chiesa:

La fede ortodossa è la fede russa: la fede non russa è la fede non ortodossa.

Quando, in pieno XVII secolo, le avanguardie culturali del paese si accorsero che il Regno era corrotto, dettero vita, al fine di recuperare la retta Via, allo scisma dei Vecchi Credenti, connotato dal medesimo afflato rivoluzionario del bolscevismo nel XX secolo. Berdjaev rintraccia, inoltre, prossimità tra l’azione occidentalizzante e modernizzatrice di Pietro I e quella svolta dai comunisti: furono esperimenti politici che non tennero in alcun conto i sentimenti profondi del popolo. L’influenza occidentale non fece che dilatare i privilegi dei notabili, ma tanto l’Impero di Pietro quanto quello sovietico vissero sulla scissione che contrapponeva popolo e classi dirigenti, distinguendo la cultura degli uni da quella degli altri.

Pietro I il Grande, di Paul Delaroche

   Vista la tragedia prodotta dal comunismo, conclude Berdjaev, sarà necessario per il futuro tutelare i diritti della persona: «soltanto un cristianesimo rinnovato potrebbe essere all’altezza di un simile compito» (p. 232). Nella diagnosi del comunismo come malattia sta l’attualità del libro del filosofo. Ancora oggi il pensiero russo più accorto è sensibile alla cultura ortodossa, espressione del Dasein slavo (pensiamo a Dugin). Per noi Europei sarà certo importante aprici, per superare i limiti euroatlantici del mondo contemporaneo, alla Santa Russia, a condizione di non dimenticare che le nostre radici sono greco-romane.