Signore e signori, benvenuti a bordo: per la vostra sicurezza e per poter proseguire il viaggio, vi suggerisco di lasciare fuori ogni preconcetto… Codice di accesso: tabula rasa. Per chi non se la sente, può sbarcare da adesso. A tutti un preavviso: il libro che tenete in mano esploderà prima o poi.

Così avrebbe potuto suonare un immaginario captatio benevolentiae di Claudio Scorretti al suo esplosivo e tagliente primo libro, Disincantos, appena pubblicato con GOG Edizioni. Se lo avesse scritto, ma non lo fa… L’autore sceglie di lasciare il libro nudo e libero, ignorando per scelta un’introduzione capace di addomesticare l’amabile lettore. Basterebbe una scintilla e boom! Andrebbe in aria all’istante. “Questo libro è una bomba”, scrive Stenio Solinas nella sua prefazione che potrebbe fungere da incipit: non poteva esserci scelta migliore come introduzione, se non il testo – testimonianza di una “frequentazione amicale e ideale”, che contestualizza il percorso formativo dell’autore, classe 1950. Dagli anni giovanili da critico teatrale attratto dalle avanguardie e co-ideatore dell’innovativa rivista di spettacolo Machina, al periodo newyorchese di impronta sempre neoavanguardista, affiancando i suoi interessi per il teatro e l’arte contemporanea al management culturale e agli investimenti finanziari. Nomade dai 25 anni in poi, dividendosi tra gli Stati Uniti, la Svizzera e l’Italia, “99 i paesi visitati”, come si diverte a raccontare (tiene sempre conto della soglia psicologica del lettore-spettatore!), Scorretti parla di sé in terza persona: “è altro”, e non sente il bisogno di precisare cosa. Non serve essere espliciti: meglio mettersi in salvo dalle categorizzazioni, dai labels, dalle parole troppo delineanti.

Disincantos, di Claudio Scorretti (GOG edizioni)

Disincantos è il suo primo libro: 400 pagine di sorvolo sul mondo contemporaneo, in 22 capitoli, che sembrano filmati da un velivolo futurista. Nel cockpit, un misterioso capitano divertito, giocoso e ironico, “un marziano alle piume di cristallo”, la cui identità si ricompone durante il percorso: per ogni zoom sulla mappa, si aggiunge un nuovo tassello alla voce che unisce ciascuna delle storie di Disincantos. Appartenente, nelle proprie parole, “a quella nicchia d’umanità senza paese”, per Claudio Scorretti questo spaesamento è fonte inesauribile di igiene ideologica, mentale e di scrittura; strati dopo strati di pensiero usurato, luoghi comuni della political correctness cadono l’uno dopo l’altro in una concatenazione di episodi dove l’io narrante risulta miracolosamente immune ai concetti prefabbricati, non importa l’argomento: dalla politica all’economia, dalla finanza all’amore, dalla diplomazia alla letteratura o alla religione. Avvolto nella sua cabina come in una sorta di papamobile trasparente di vetro, il narratore prende le distanze, demistifica, demolisce, irride: insomma, quasi raggiunge il grado zero del disincanto contemporaneo. Eppure, senza esaurire lo stupore.

Nel comporre il filo narrativo di Disincantos, Scorretti sembra montare una scena enorme dove ai margini, frantumati, colloca gli idoli demoliti, i miti desacralizzati, i concetti ingessati: dopo questo necessario dissodamento, si fa strada tra i detriti e riesce finalmente a montare la sua storia. Per niente comoda, d’altronde. In un paese dell’Est, una vecchia contadina inscena una protesta originale il giorno delle elezioni: io piscio sul voto è occasione per far sfilare le anomalie grottesche delle originali democrazie europee, tutto filtrato tramite lo schermo televisivo in un racconto da Truman Show; nelle viscere della ex Costantinopoli, una donna sputa in un occhio ad un autista di taxi con un tiro da professionista; a New York, una collezione preziosissima di pecorelle di porcellana finisce per danneggiare i vetri e le carrozzerie delle auto della polizia, in un teatrale finale di partita d’una storia d’amore; ad Addis Abeba, la prostituzione è prigionia, ma non per chi la pratica, ma per chi, per errore, casca nel cerchio infernale; la logica pop-capitalista e mercantilista tocca perfino gli angeli custodi, raggruppati ormai (anche loro!) in multinazionali divise per specialità, di cui una, in particolare, si occupa del lavaggio automatico variabile per le anime… I fili narrativi vanno paralleli, alcuni s’intrecciano, altri si separano in isole di poesia, in una scrittura altamente sperimentale; anche qui, come nella scelta dei temi, l’autore percorre i sentieri meno battuti, e il risultato “è altro”: un genere fluido, all’incrocio tra romanzo e poesia, dove tutto, dall’immaginario alla scrittura, mantiene una sana distanza da qualsiasi forma di déjà-vu.

Claudio Scorretti

Nel libro di Scorretti, il disincanto, oltre a essere la lente d’ingrandimento che lascia intravedere le fessure di ciò che costituisce la corazza delle nostre comodità contemporanee, diventa stile. Spesso raschia, taglia, irrita, sconvolge, provoca, muta, chiede, e non dà (mai!) niente per scontato. Un dialogo sottile con i maestri novecenteschi del disincanto, Céline e Pound a capofila, attraversa Disincantos, ma il libro trova la propria sponda in una veste letteraria diversa, densa, che si rifiuta di essere etichettata: si sente, soprattutto, una voce che vuole e (ha molto da) raccontare. Disicantos: un libro che lascia immaginare l’autore al lavoro assiduo su un ampio cantiere narrativo in progress. That’s all: end of journey. Explosion to be continued.