La letteratura è una finestra sul passato che l’ha prodotta. Per questo motivo immergersi nelle opere di Chaucer insegna al lettore più di quanto pile di tomi e manuali di storia medievale potrebbero mai fare. Questa, in buona sostanza, è anche l’idea dietro a Geoffrey Chaucer libro del 1932 figlio della fervida penna del grande polemista, apologeta e scrittore britannico G.K. Chesterton.

Quella che si presenta come una semplice biografia del poeta medievale inglese più famoso di sempre, scritta da un autore che si definisce ignorante di tutto tranne che dell’esperienza umana, è in realtà una vera e propria guida turistica per l’uomo moderno che dovesse mai trovarsi catapultato nel XIV secolo. Nelle pagine di Geoffrey Chaucer le opere del poeta permettono a Chesterton di far luce su un mondo che, in fin dei conti, è stato tutt’altro che buio.

G.K. Chesterton

In Italia, Chaucer è conosciuto dai più per i suoi Racconti di Canterbury, spesso considerati la versione anglosassone del Decamerone di Boccaccio. I frammenti del lungo poema raccontano di un gruppo di uomini e donne inglesi in pellegrinaggio verso la tomba di San Thomas Beckett a Canterbury. Spinti dall’oste della taverna presso la quale hanno sostato, i viaggiatori raccontano ognuno una storia. Talvolta si interrompono, tavolta litigano tra loro, talvolta l’oste deve intervenire per riportare la pace tra i pellegrini. Attraverso i racconti, la marcia verso Canterbury si trasforma in un viaggio tra le vite, le idee e le debolezze dei rappresentanti della società medievale inglese.

La prima differenza tra l’opera di Chaucer e quella del suo collega italiano, secondo Chesterton, sta proprio qui. Al contrario del Decamerone, in cui i personaggi sono il pretesto per raccontare le storie, nei Racconti di Canterbury le storie sono spesso e volentieri il pretesto per raccontare i personaggi. Il cavaliere, con il suo racconto cortese di amore e guerra, il prete con un sermone teologico sulla penitenza, la comare di Bath, che parlerà del matrimonio. C’è persino lo stesso Chaucer nelle vesti del poeta che, guarda caso, racconterà la storia peggiore di tutte e al quale i suoi compagni di viaggio imploreranno di tacere.

I pellegrini di Canterbury di William Blake

Il libro di Chesterton si apre con due capitoli che illustrano la realtà in cui Chaucer ha vissuto. Il XIV secolo, l’autunno del medioevo inglese, viene minuziosamente descritto senza risparmiare al lettore numerosi riferimenti ai tempi moderni. L’analisi della funzione delle gilde, per esempio, si inserisce perfettamente nella critica al capitalismo rapace e alle utopie socialiste alle quali Chesterton si è sempre opposto.

L’idea stessa che un mugnaio e un cavaliere potessero trovarsi fianco a fianco in pellegrinaggio verso un santuario davanti al quale entrambi si sarebbero inginocchiati, mostra come un mondo che non conosceva ancora gli slogan sull’egualitarismo avesse in certi aspetti molta più uguaglianza del nostro. Le opere di Chaucer fungono da specchio della realtà medievale nuda e cruda, dimostrando a Chesterton e al lettore come l’idea della Merry England (la ‘felice Inghilterra’ delle dame e dei cavalieri, morta con la riforma protestante) fosse assolutamente reale. Proprio per questo all’inglese moderno i personaggi delle opere di Chaucer appaiono come stranieri. Anzi, per dirla con le parole di Chesterton:

Se i vittoriani avessero potuto dare concretamente un’occhiata all’Inghilterra di Chaucer, avrebbero pensato dell’uomo inglese che fosse un francese. Tutte le battute fatte contro i francesi potrebbero essere battute contro l’inglese del XIV secolo. Era capace di provare ogni sorta di emozione e di esprimerla, specialmente quel tipo di emozioni considerate assolutamente non-inglesi.

Non c’era il pragmatico John Bull della società industriale, l’imprenditore della classe media che parlava enfatizzando la pronuncia delle ‘h’ per distinguersi dal proletariato. Non esisteva la serietà vittoriana, lo stoico distacco e la freddezza insegnate nelle Public School di Sua Maestà. La Merry England raccontata da Chaucer era davvero ‘Merry’ ma sicuramente ben poco ‘England’. Un paradosso per il primo vero poeta nazionale che gli inglesi hanno avuto.

Geoffrey Chaucer

Una volta descritto il contesto storico, Chesterton disegna un profilo della vita del poeta basandosi sulle poche certezze note sul suo conto. Chaucer nacque figlio di un mercante di vino, ma la sua arguzia fu presto notata a corte, dove divenne un uomo prezioso per la diplomazia inglese. Lavorò per Edoardo III come ambasciatore, ed ebbe modo di viaggiare sul Continente. Combattè la guerra dei cent’anni. Camminò tra i campi e i villaggi devastati della Francia settentrionale, si fermò a trattare con i mercanti di Genova i diritti dei marinai inglesi, vagabondò curioso tra le strade di Padova dove potè conoscere Petrarca. Ebbe rapporti con gli ecclesiastici romani e con i nobili milanesi. Tornò in Inghilterra, rischiò la carriera e forse la vita sotto il tumultuoso regno di Riccardo II. Non fu quindi il solito intellettuale tutto assorto sui suoi libri, troppo impegnato a studiare per occuparsi del mondo. Amava i manoscritti di Aristotele quanto probabilmente amò i 500 litri di sherry che gli vennero donati dalla Corona insieme al titolo di Poeta Laureato. Furono i popolani, i poeti, i compagni d’arme che incontrò nel corso di una vita avventurosa e di viaggi a dargli la materia prima per costruire quella vivace combriccola in cammino verso Canterbury.

Il poeta medievale, Chesterton ce lo ricorda, ama raccontare le storie perché ama le storie. Per questo motivo ha poco senso stare a disquisire su quella o quest’altra influenza, sul fatto che il tale racconto sia una rielaborazione di questo manoscritto italiano, piuttosto che di una vecchia leggenda forse ascoltata attorno al falò di un accampamento militare.

Possiamo dire, se si preferisce, che le storie di Chaucer sono eccellenti, pur non essendo di Chaucer. Ma dobbiamo renderci conto che Chaucer le considerava eccellenti, e ne godette come se le avesse inventate lui. Non dobbiamo escludere l’amore che l’uomo mediavale nutriva per la narrazione pura e semplice.

L’autore prende in prestito, rielabora, arricchisce temi ovviamente già affrontati, e con questi riesce a mettere a nudo le personalità che li raccontano. L’esempio più lampante è quello della donna di Bath, il cui prologo al racconto è più interessante del racconto stesso.

La prima pagina del racconto della Donna di Bath, dal manoscritto Ellesmere

È verso la fine del libro, dopo aver analizzato la bellezza dei Canterbury’s Tales, che Chesterton si sofferma poi su uno degli aspetti più interessanti di Chaucer, quello della sua religione. In molti in ambienti anglicani, forse per strappare all’odiata Roma uno dei poeti nazionali della Gran Bretagna, hanno cercato di leggere nella satira di Chaucer contro il clero ipocrita una prima scintilla di protestantesimo in un universo completamente cattolico. Altri che si professavano neopagani o atei (nonostante le due definizioni spesso coincidano), vedevano nel ricorrente riferimento a divinità e miti classici, un segnale della scarsa religiosità dell’autore.

Si tratta di due narrazioni che Chesterton, con il solito piglio da buon apologeta cattolico, smonta facilmente. In primo luogo le battute contro i religiosi devono essere lette in senso opposto a come le si interpreta in chiave protestante. La penna di Chaucer punzecchia il clero negligente proprio perché crede che l’avere un clero giusto sia questione di estrema importanza. Il problema dell’indulgenziere avido e del monaco mondano, non è l’essere indulgenziere e monaco, ma il non esserlo abbastanza.

La difesa di Chaucer dalle accuse di eresia permette poi a Chesterton di regalare al lettore una delle metafore più belle del libro. Nel grande edificio dell’Europa, se il paganesimo rappresentava il muro, il Cristianesimo era la finestra. Due cose necessariamente accostate l’un l’altra, ma troppo differenti per poter essere considerate ugualmente valide. Il muro poteva essere utile, bello e ben costruito. Ma era alla finestra che si guardava se si voleva vedere la luce. Gli europei hanno spesso (spessissimo nel tardo medioevo e nel rinascimento) dipinto il muro, ornandolo e rendendolo sempre più magnifico. Ma nessun europeo si è mai illuso che la luce del muro pitturato dei colori più splendenti potesse essere luminosa quanto il cielo che si vedeva dalla finestra.

L’uomo medievale, come Chaucer e Petrarca, sembra spesso essere capace di passare con assoluta leggerezza e innocenza dal parlare di Venere al parlare della Vergine. Lo fraintenderemo completamente però, se pensiamo che la sua leggerezza significhi che le due cose sono troppo in sintonia o simili per essere contrapposte. Al contrario, la sua leggerezza significa che sono troppo dissimili per essere paragonate.

G.K. Chesterton

È, paradossalmente, questa fede granitica che permette all’uomo medievale di guardare con rispetto ai fasti del mondo classico e di ricordare gli antichi miti, per così dire, con la coscienza a posto. Uno spirito che morirà nella generazione successiva a quella del grande poeta inglese, e che da allora sarà una nave che perennemente affonda, e che non è saggio abbandonare, neppure in nome della Repubblica, neppure in nome dell’ideale sovietico. È questo il mondo che Chaucer ci racconta, la sua involontaria testimonianza. Un canto che ci porta alle vere origini della nostra civiltà. Un canto che giunge non da un santo, né da un eroe, ci ricorda Chesterton, ma dal più umano degli esseri umani.