Per carpire il sovrasensibile soffio che vivifica le righe di Bar non deve mancare un certo intrinseco fiuto per il bello: Bar non è un libro per tutti – e questo, senz’altro, non è un demerito. Come anticipa il titolo, l’opera di Donato Novellini – pubblicata quest’anno da Giometti & Antonello – è ambientata tra i bar, specialmente tra i bar della Lombardia e del Veneto – rifugi in una steppa lentamente pettinata da una postideologica modernità che custodisce, quali cimeli impolverati, atmosfere e caricature veterosovietiche.

In questi oltreluoghi ritagliati, un prodigioso “fanciullo orfico” illustra le sue esperienze meta-alcoliche rappresentando in caleidoscopiche riflessioni un memorabile, jüngeriano “realismo magico d’avvinazzati”. Ogni bar è esibizione di splendida inutilità, fenomenologia di figuranti bizzarri, talvolta teneri, altre rozzi, vecchi e giovani, poetici, romantici e post-romantici. L’amore dentro i bar è visione di misteriche mistress dello spirito velate dietro atteggiamenti che difendono nella inadeguatezza della vita una incorrotta grazia.

Ci sono in questi bar complicità che deragliano in coriandoli mentre l’alchimia dell’inganno apparecchia eterne verità nella finzione – abazia d’equivoci per eludere il reale. Così, una scollatura in cui si penetra furtivi guardando senza guardare, un effluvio di carne nelle parti alte delle cosce sono il pretesto per la poesia e due gambe troppo belle fanno scrivere perfino chi non vorrebbe – o almeno fanno bere, questo è certo. Ma anche il fatalismo e l’orgoglio, “la consapevolezza d’essere male in arnese col mondo”, tutto questo c’è nei bar. E c’è l’ammaliante nichilismo di una inarrivabile barista che passandosi una mano tra i lunghi capelli neri, afferma sommessamente di preferire i cani agli umani, lasciando così di stucco il suo affezionato pubblico.

Ci troviamo in questi bar anche la malinconia nostalgica di donne introverse che hanno perduto nel tempo e nei ripetuti gesti, negli ammiccamenti abbozzati della giovinezza ogni foggia:

triangoli di carne capovolti nelle guance, dov’erano sorrisi e batuffoli rosa di spensieratezza ora cipiglio, come se la felicità dipendesse dal sorriso che riesci a portarti appresso. La resa a ciò che mai più tornerà, null’altro che un presidio di ricatti.

Le parole del libro sono scrigni che salvaguardano gli aneliti più autentici, finanche quelli più selvaggi, puri, che non scendono a patti con nessuna giornata internazionale dei diritti, con nessun dover essere, dover pensare, dover dire e scrivere e amare. Si tratta della vita che precorre il concetto, della via che dalla carne conduce a un inchiostro sensibile e magari all’alcol – ma vale decisamente anche il contrario giacché – scrive l’autore – non si beve per scrivere, si scrive per bere, smantellando ogni retorica e ricollocando la dionisiaca bevanda sul trono delle Muse che precedono metafisicamente gli umani segni e tutte quante le parole: si scrive per bere, sì – e solo così davvero si scrive.

Le parole scivolano veloci nelle pagine e negli occhi grazie a uno stile a tratti nominale che sfocia in un flusso d’in-coscienza ricostruendo i dettagli degli ambienti e delle anime, non come se si pensasse, ma come se in quel momento si stesse osservando e tutto ci passasse davanti simultaneamente, insieme alla luce, ai sogni, prima del pensiero. E, mentre scorrono, le batterie dei nomi si dispongono in climax che ascendono a paradisi ultramondani e discendono in segrete subumane; poi alla fine di ogni racconto – come se ci fosse una occulta morale extramorale – la quiete, lunghe pennellate e la chiosa che induttivamente dalle cose trapassa ai sensi e dai tavolini allo spirito – emozione sublimata che sospende il tempo ed esibisce l’avanguardia della retroguardia facendo affiorare in prima linea l’anima concupiscibile – della parola l’idea, nerboruta e viva, sangue e carne e sesso del verbo.

Si dipana in queste “fumisterie dell’ebbro” il ritorno a preistoriche, originarie certezze:

ci si alza per le presentazioni, prima le signore, quindi stretta di mano virile all’altro uomo, che è sempre un nemico, chiunque sia.

E mentre il sigillo della volontà marcia nel fiume dell’irrilevanza, il futuro sembra fermarsi nel nontempo della notte, ma fatalmente il sole disegnato fuori consegna la commedia umana ai rituali del mattino dopo per condurre i vagolanti relitti sognanti all’illusione della raggiante sensatezza. Sino a che non tornerà l’oscurità risucchiando la nebbia della pianura – l’oscurità e rinnovate processioni di maschi, baldi disertori del tempo presente, nel piccolo bunker delle rose