Eventi inaspettati e inusuali, appassionanti e straordinari in grado di spezzare, almeno momentaneamente, la monotonia dell’esistenza: ammettiamolo, tutti abbiamo bisogno di avventure. È qualcosa di atavico e dal fascino irresistibile, accomuna più o meno giovani e nasce da una forza propulsiva innata: la fantasia, più o meno fervida a seconda dei casi. Creare avventure degne di nota, però, è cosa seria: ideare i personaggi, conferir loro spessore, calarli nelle parti, adattarli ad uno scenario suggestivo (e magari verosimile), far progredire la vicenda, soprattutto, tra linearità e colpi di scena per tenere inchiodato il lettore alla pagina non è alla portata di tutti. Meglio ancora un romanzo che sappia evidenziare gli spietati dissidi dell’animo umano, in fin dei conti sempre gli stessi dalla notte dei tempi.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, in un’Italia provinciale ancora lontana dai confini del mondo, Emilio Salgari ha saputo dar vita a interi universi fantastici per un totale di oltre ottanta opere (che salgono a più di duecento se si considerano i singoli racconti): il Ciclo dei pirati della Malesia, quello dei corsari delle Antille e dei meno famosi delle Bermuda, le avventure nel selvaggio West, tra i ghiacci del Polo o sotto il sole africano, tra le nevi della Siberia e tra i misteri d’Oriente testimoniano appieno che non c’è stato luogo, per lontano che fosse, che egli non abbia raggiunto navigando sulle onde impetuose della sua fantasia.

Fantasia, per l’appunto, perché sorprendentemente lo scrittore veronese non ha mai varcato i confini nazionali: le accurate descrizioni di luoghi sospesi tra storia e leggenda, gli approfondimenti e le curiosità su flora e fauna locali, gli itinerari di viaggio tracciabili con precisione sulla mappa, le vicende di personaggi realmente esistiti cui si intrecciano quelle dei suoi eroi sono il frutto di un meticoloso lavoro di documentazione su atlanti, monografie, cronache e resoconti che tanto affascinavano la sua avida mente di narratore.

Da Melville a London, da Verne a Hugo, Emilio Salgari non ha nulla da invidiare, se non la fama, ai maestri indiscussi del genere. L’accostamento automatico dei suoi romanzi ad un certo tipo di letteratura, sostanzialmente etichettata per ragazzi in base alla platea dei lettori, ha limitato fortemente l’interesse della critica ufficiale finendo troppo spesso col relegare il padre di Sandokan ad un ruolo di second’ordine nel vasto panorama nazionale.

Merita un simile trattamento? No di certo, almeno per quanto concerne la grande stagione dei suoi cicli di avventure (per inciso prima che i debiti finanziari e le pressioni dell’editore lo costringessero a scrivere più per necessità che per passione). Le storie presentano trame accattivanti, complesse e ben strutturate, nonostante alcuni episodi marginali si risolvano in scioglimenti un po’ troppo sbrigativi, i protagonisti delle vicende hanno uno spessore psicologico convincente e accanto alla patina “eroica” emerge a tutta forza l’umanità indelebile che li anima, basti pensare al terribile dissidio che tormenta il Signore di Ventimiglia, follemente innamorato dell’innocente figlia dell’acerrimo nemico eppur determinato a compiere la sua vendetta, le descrizioni non sono mai abbozzate, dagli scenari esotici in cui la moltiplicazione dei particolari non inficia un certo fascino misterioso ai duelli tratteggiati con la perizia dei manuali di scherma.

Il ritmo della narrazione non sempre incalzante, i personaggi secondari che assumono talvolta tratti stereotipati, un periodare ed un lessico che possono oggi apparire datati non bastano da soli a scoraggiare i lettori, soprattutto i più giovani, e non per questo i meno esigenti.

Emilio Salgari, tra i primi casi in Italia di una letteratura di largo consumo, è esempio di come non basti il pubblico, che spesso quanto più è ampio più ci fa storcere il naso, a determinare il valore o il disvalore di un’opera. Vittima dell’allora incipiente etica del consumismo che l’ha portato, sotto pressioni incalzanti, quasi ad odiare un lavoro nato ab origine per passione (“la professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni (…) io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi”, scriveva a un amico), sapientemente dosando la realtà e i voli della fantasia ha saputo donarci pagine memorabili da cui si sprigiona in tutto il suo magnetismo il fascino dell’avventura. Che sia per mero intrattenimento o per curiosità, per vivo interesse o per nostalgia, c’è sempre un buon motivo per rileggere Emilio Salgari.