Parlare di un poeta e non di uno tra i tanti, ma di questo incatalogabile versificatore che è stato e continua a essere Attilio Lolini (Siena, 1939), non è impresa da poco. Ne tentò un inquadramento critico, nel ‘74, già Pier Paolo Pasolini nella sua rubrica letteraria sul settimanale Tempo (oggi reperibile in Descrizioni di descrizioni), definendolo un “tardo frutto”, “un’assurda fioritura fuori stagione” della contestazione anni sessanta, la cui poesia discenderebbe dal solco aperto da La ginestra di Leopardi. Difficile esprimere il proprio giudizio dopo l’autore di Una vita violenta. Eppure sono convinto che, ex post e avendo ormai il poeta una vasta carriera alle spalle, sia più facile tentare un’esegesi della sua arte, essendosi venute a creare le condizioni per osservarla da una distanza che non ne deformi i connotati. La sua produzione è andata per altro avanti, ben oltre la morte di Pasolini, e solo una serie di teorizzazioni recentissime ci aiutano a comprendere meglio uno spirito che era già presente fin dai primi versi del Lolini e la cui attualità può essere intesa pienamente solo ora. Pasolini, le cui parole sul conto dell’allora giovane poeta oscillano tra la carezza sfiorata e una malcelata presa di distanza, sono purtroppo eccessivamente deviate da una lettura ideologica che, se aveva una sua ratio in illo tempore, è oggi fortunatamente trapassata. Il recensore aveva il difetto di inquadrare il poeta nel senso delle sue affinità, o divergenze, rispetto allo spirito della contestazione allora conclusasi relativamente di recente. In realtà, il Lolini ha poi dimostrato col suo lavoro di essere anni luce avanti da tutte le categorizzazioni ancora vive in quella contingenza storica. Lo sguardo dell’autore di Petrolio è, bisogna dirlo, quello di un occhio che scruta il poeta sul fondale del passato remoto, senza riuscire a scorgerlo con lungimiranza mentre muove i suoi passi verso il futuro della letteratura. Ma procediamo con ordine…

Leggendo Attilio Lolini per la prima volta, mi è subito venuto in mente un passo del primo romanzo di Michel Houellebecq. Con ciò non voglio certo dire che Lolini sia stato un Houellebecq italiano ante litteram, sia detto per inciso. Ma c’è un pagina di Estensione del dominio della lotta che ritengo fondamentale mettere in parallelo col racconto della realtà che fa il nostro poeta. Si sta parlando di cosa è diventato il mondo, dopo la fine delle grandi ideologie e narrazioni (destra, sinistra, Chiesa, Stato, ecc), una volta che siamo passati dall’essere individui sociali a esseri atomizzati:

Questo progressivo sbiadire delle relazioni umane non manca di porre qualche problema al romanzo. Come si potrà, infatti, perseguire la narrazione di passioni focose, sviluppate lungo svariati anni e talvolta in grado di far sentire i propri effetti su diverse generazioni? Il meno che si possa dire è che siamo lontani da Cime tempestose. La forma romanzesca non è concepita per ritrarre l’indifferenza e il nulla; occorrerà inventare un’articolazione più piatta, più concisa e più dimessa

Eccoci dunque al punto! La poetica delineata dal noto romanziere e poeta francese è, si potrebbe dire, quella che senza previa fondazione teorica era già contenuta in nuce nelle lirica del Lolini. Ciò che Houellebecq ha fatto a livello narrativo e poetico dai primi anni ‘90 del secolo scorso, ovvero “cercare una forma più piatta, più concisa e più dimessa” per descrivere la mutazione antropologica dell’Occidente, il Lolini l’aveva già messo in atto almeno trent’anni prima. Non stupisce pertanto che tutto il lavoro del poeta italiano abbia quel tono particolare da poesia estemporanea, volutamente senza pretese, fino ad assumere a volte la forma di una filastrocca improvvisata da un ragazzaccio che abbia bevuto qualche bicchiere di troppo. L’impressione che lascia è di essere il frutto di un’emozione transitoria, vissuta in un determinato frangente della giornata (in questo tempo/ separato, diviso/ che esiste solo/ per se stesso). Insomma, pare un poco buttata lì sull’onda di una percezione minima, fissando fuori dalla finestra, camminando per una strada anonima, tornando a casa dopo essere andati a comprare le sigarette. Ma ripeto, non vi è motivo di meraviglia in tutto ciò: non è più tempo di narrazioni in grande stile, dall’architettura complessa e l’andamento epico.

Pasolini chiaramente non poteva capire sentimentalmente, se non in senso negativo, questo nuovo filone che si stava venendo a creare (sia detto senza volontà di biasimo). Ognuno ha il suo tempo, di cui è vittima e megafono. Temo del resto che neanche un Sartre in Francia, per esempio, avrebbe compreso un tal modo di declinare la poesia. Lui che in Che cos’è la letteratura traccia una distinzione così netta tra autori ribelli e rivoluzionari, gli uni borghesi snob innocui e intrattenitori dall’estetismo fine a se stesso, e gli altri invece a fare letteratura impegnata, engagée, con scritti dalla funzione eminentemente pratica e sociale. Non voglio certo dire che quanto detto dal filosofo francese siano sciocchezze. Il problema con Sartre, come con Pasolini, è il loro provenire da un’epoca completamente diversa da quella di Lolini e dalla nostra, un’epoca ideologizzata appunto. Un poeta, per porsi nel ruolo di vate, di guida, e “spiegare l’uomo di una determinata contingenza storica ai suoi contemporanei”, deve, se non altro, avere una platea. Ecco il punto: oggi lo scrittore non ha più una platea e meno che mai ce l’ha il poeta. Che rivoluzionario potrà mai essere uno scrittore di versi che ci metterà dieci anni per vendere mille copie di un suo volume di appena cinquanta pagine? Bisognerebbe prendersi troppo sul serio per poter pensare realmente di avere un impatto sul paese reale facendo poesia. E giustamente Lolini, troppo intelligente per pensarsi come altro dalla voce di un singolo e insignificante individuo disperso nella folla, scrive:

accuratamente esaminai lo scartafaccio/ tutti questi fogli/ che fecero della mia vita/ un contorto assurdo rigo/ di vanità e menzogne/ storie indecifrabili/ paroline parolette

Oppure, sempre più impietoso verso se stesso:

discutiamo sul linguaggio/ parole più spente di queste/ fatte con i succhi/ delle menzogne imparate/ nelle scuole d’occidente. /pubblica pure/ anche io ho scritto/ un chilo e mezzo/ di poesia/ ma confesso che non ho vissuto

Cosa potrà mai pensare di se stesso un autore, oggi come oggi, quando si sveglia e al mattino si guarda nello specchio, se non quello che si chiede Lolini in un suo verso: “chi è mai quella/ faccia di merda?”.

Ciò che Pasolini definisce

la scarsità di sentimento civile e rivoluzionario dei letterati italiani. La loro inettitudine all’entusiasmo e all’amarezza, all’illusione e alla rabbia

è cifra comune e ampiamente giustificabile di tutta una generazione di poeti che va formandosi in Italia, almeno dagli anni ‘70 in poi. Uno degli ultimi e migliori risultati in tal senso è, per esempio, Simone Cattaneo, giovane poeta morto suicida a trentacinque anni.

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La raccolta delle rime di Simone Cattaneo

Effettivamente, si percepisce un certo qual comune idem sentire tra lui e Lolini. Entrambi si muovono in un orizzonte alienante fatto di sofferenza esistenziale, panorami di città desolate, nevrosi, sfinimento vitale, sigarette e bar, centri commerciali, consapevolezza della propria inefficacia sociale come intellettuali: un spleen trasandato e privo di qualunque solennità poetica. Più ironica forse l’amarezza di Lolini, più tormentosa quella di Cattaneo, ma al di là delle differenze personali credo che entrambi i poeti siano perfettamente rappresentati dai versi del primo quando dice

volevo fare versi alati/ poesie di protesta/ ma mi mancava la testa/ per essere vate/ parole insalivate/ parole risibili/ versicoli.

Sussiste comunque in Lolini una forte venatura sociale e politica, parallela al compiaciuto ripiegarsi su di sé e alla presa d’atto della propria impotenza. Dunque vediamo alternarsi passi quali

i poveri come si odiano tra di loro/ egregio Ingrao,

I politici, i deputati, i presidenti/ che adorano eiaculare dalla bocca

a

finita l’età strana e confusa/ che per comodo/ e pigrizia/ chiamano gioventù/ […] sono fiorito/ un idiota qualunque […]/ le parole sempre meno/ esorcizzano il niente […] mi succhio il dito/ mi arriccio i capelli/ mi guardo spesso il cazzo/ che ciondola inerte

Quando addirittura i due aspetti convivono e a una riflessione sulla vecchiaia

cosa faremo dei giorni che rimangono/ dove troveremo il coraggio/ per portare in giro questo corpo/ un po’ ripugnante/ oramai sfiorito/ è questa l’età che deforma/ gli specchi ridono malvagi/ ci fissano da spazzi di ironie sconfinate

si mescola l’acrimonioso rifiuto dell’universo antropologico culturale in cui siamo immersi

abitare la necropoli abitare l’occidente/ tira la somma è zero/ inventario di banalità e menzogne

Chi è cresciuto nel post ‘68 o chi ha conosciuto la fine delle grandi illusioni, quando il nichilismo e la disillusione hanno raggiunto il proprio zenith, non potrà pertanto non sentire vicino la voce insolita e quasi unica del Lolini. Non ci si faccia ingannare dalla sua età anagrafica che ce lo fa vedere come un padre o un nonno. Egli è immensamente più giovane di tanti ventenni e trentenni che oggi prendono in mano la penna. Sicuramente un coetaneo di Cattaneo, se pur di diversa generazione. La sua attualità vi lascerà di stucco e farà improvvisamente ingrigire i capelli di molte delle giovani reclute.

 

Di Attilio Lolini si consigliano la lettura dell’autoantologia Notizie dalla necropoli. Poesie 1974-2004 e del recentissimo Carte da sandwich, entrambi pubblicati da Einaudi. Esistono inoltre altre piccole raccolte nelle Edizioni L’Obliquo (www.edizionilobliquo).

 

Breve antologia

Forse ci scordammo di vivere

fedeli ai nostri vizi

alle ombre discendenti

della sopravveniente notte.

Ora la vita la richiedi

ma è tardi se ne va

canto, altra età non c’è

che questa, lacerata

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Barattoli

Aspettiamo l’alba

come avesse

riccioli e parrucche

mettendo giù versi

senza profumo

come fiori d’erboristeria

la gente sorride

ai giorni allineati

come barattoli nei supermercati

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La muffa

Questo è un paese immobile

un catalogo della muffa

dicono che è tempo di iniziare

non importa cosa

come quando andava

alla tabella dei treni

tanto per far intendere

che non sarebbe partito.