Maurizio Serra ha scritto in un giro di Walzer di sette anni ben tre edizioni diverse della sua biografia sveviana (francese, italiana, spagnola), tra Parigi, Trieste, Ginevra. Dividendosi tra Unesco, letteratura, Onu, ha lui un’antivita come l’Ettore, Italo di cui ci centellina squisitezze e contraddizioni, pause e accelerazioni controllate o meno. Anche lui è un ladro di lettere? Anche lui vive una vita amplificata nel suo ordine formale? Un ambasciatore va incontro all’invidia perché è scrittore? Dove ruba il suo tempo? Nella disciplina o nella frenesia del vivere? Intanto Nino Aragno lo immortala a dovere. Chissà che penserebbe Italo Svevo, lui uomo d’affari seri e commerciali votato a un tatto che non escludeva lo sguardo ironico, anche nella contrita quotidianità degli intrecci parentali, negli obblighi del borghese che affiancava lo scrittore in modo aderente. Svevo – scrive Serra – rimane un nemico della decadenza, resta un testimone nel suo desiderio di sincerità, afferma il primato dell’intelligenza, ma è un intelletto rispettoso che non prevarica, che non scade di tono sia nella vita che nell’antivita: un intelletto pieno di dubbi.

òsjusdjvkndv

Dice Serra – un amante dell’ordine diffida del pathos – l’intelligenza astuta di Svevo convive con questa complicità interna mobile e molteplice, è lui un borghese dal passo felpato ma inquieto, ci descrive non solo Trieste come ben pochi hanno fatto, ma da quel contesto trae una stupefacente biografia storico critica psicologica letteraria, dove Svevo è proiettato in una rete di relazioni documentate, abbandonando il lettore abbagliato a fluttuare in un’Europa più viva dei vivi. Svevo – parlava e scriveva tedesco fluentemente, grazie a studi e pratiche professionali – sceglie l’italiano per la sua seconda vita, quella del letterato che dispone di forti puntate sui classici esplorati in lingua originale, sia dei tedeschi che dei francesi, coltiva la sua vita amplificata, richiamando i diversi punti di vista, il gioco delle diverse lingue, le angolazioni altre.

L’ammirazione per i migliori non mancava a Svevo: è ciò che gli permette di impiegare l’irrinunciabile lasciapassare all’amicizia e all’amore: l’ironia, l’arma della sopravvivenza che sostiene un solido motore intellettuale. La sua originalità sta nel saper vivere ma anche nel saper trasporre in pagina – soprattutto nelle sue opere più mature – un gusto creativo stupito, corroborato da una professionalità responsabile e pragmatica, fondata sul lavoro quotidiano, sulle falle di quella vita. Curioso, attento, osservatore. Scrittore e pensatore, Svevo amava conversare perché il bisogno di conoscere faceva parte del suo DNA, come le sue fantasie sessuali che non risparmiano figure pure divertenti, immagini indimenticabili, ma tutto ciò è plausibile, in un uomo complesso e articolato, ma tutto sommato devoto al matrimonio almeno formalmente, riconoscendone l’ardua prova, e pure appassionato all’adulterio artistico e non.

Italo Svevo (1861/1928)

Italo Svevo
(1861/1928)

Relativismo? Decadenza? No. Italo Svevo è un professionista e un artista, una mente organizzata e uno scrittore, certo arriva con i suoi modi, con i suoi tempi, con le sue ineffabili idiosincrasie a una notorietà favorita da eventi apparentemente inevitabili, da coincidenze che Trieste consente in quella temperie. E davvero l’affresco di Serra è poderoso dal punto di vista storico, a tal punto da costituire un intreccio formidabile con le radici di famiglie israelite scandagliate nelle genealogie e nelle sottili psicologie di un costume che incrocia il fascismo, l’Italia, ma ben prima quella Mitteleuropa tanto cara a molti, e altrettanto lontana da quella visione nostalgica odierna che fa sorridere, se presa a priori come un paradiso perduto: tutt’altro.

Il mondo di ieri aveva preparato per parte sua gli scempi di un Novecento zeppo di atrocità e di sangue e Svevo, che si sentiva profondamente italiano con un’ammirazione autentica per le efficienze tedesche, lo interpreta con questo lato mosso della sua opera, con questi personaggi accesi da propositi non proprio edificanti, ma irreprensibili nel loro Witz nascosto tra frasi sorprendenti e anticipatrici, visionarie e notturne, creative pure in senso cinematografico.

Ritratto di Italo Svevo - Leonor Fini (1928)

Ritratto di Italo Svevo –
Leonor Fini (1928)

Il lettore potrà gustare ben 194 pagine prima di incrociare una passo cardine del libro:

Svevo è un maestro di analisi psicologica spinta fino alla soglia dello stream of consciousness, o flusso di coscienza, ma non la varca mai. Rimane fondamentalmente un realista che diffida dei miti, ignora le religioni, trascura le tecniche narrative d’avanguardia (salvo farne un uso forse parodistico, nei frammenti del quarto romanzo). È privo del dono di originalità verbale e lessicale, estraneo alla magia delle parole e al gusto delle loro combinazioni. Scarta inesorabilmente tutto ciò che non rientra nel raggio d’azione della sua esperienza e del suo sguardo e non condivide la concezione mistica del romanzo totale – e totalitario –, dell’opera mondo, cara a Joyce, nonché a Proust, Musil.

Sorprendente? No. Svevo stupisce nel dedalo dei suoi interessi: vive e sogna nella sua opera. La coscienza di Zeno, il suo capolavoro, insieme ad alcuni racconti, presenta almeno nove sogni significativi ci ricorda Serra, il genio ottimista pervade comunque il suo personale umorismo, torna il suo saper vivere in una sorta di cammino tra esistenza e penna.

Un positivista di genio, che non si lascia influenzare dalle mode, tanto meno dalla psicanalisi; è forse più dedito a peritate psicologie che lo attraggono quanto gli irresistibili Crescent di Bath. Una mente sinuosa e musicale. Ma pragmatica e razionale al tempo stesso. “Ricordo tutto, ma non intendo niente” è la battuta di una raggiunta libertà, della necessità della scrittura matura che getta l’impulso sulla pagina senza remore, tra scetticismi e ironie. La Coscienza di Zeno è lo specchio di un processo di formazione pienamente esplicato nella vaghezza del possibile, nel riconoscere una verità nel nugolo di falsificazioni prodotte: nell’indistinto il lettore cerca il senso del significato profondo dell’opera: se stesso.

L’Heureux donateur - René Magritte (1966)

L’Heureux donateur – René Magritte (1966)

Arriva il tardivo successo: il riconoscimento non cambiava nel profondo la sua profilassi esistenziale, non per cinismo o disincanto, ma perché l’uomo dabbene mantiene intatta la sua compostezza e tira diritto per la sua strada – ma quanto lungo è stato il sentiero che là l’ha condotto, verrebbe da dire attraverso le notevoli Una vita e Senilità. “Un giusto” di questa “rara professione di fede” che sono le belle lettere, “in viaggio bisognava conquistarsi degli amici altrimenti si percorre questa terra ch’è la vera, la grande nostra patria col cipiglio dello straniero”: potrebbero essere accostati questi tre virgolettati, i primi due dell’autore della biografia e il terzo di Svevo nel Corto viaggio sentimentale, con lo scrittore che amerebbe vedersi mentre viaggia, in un itinerario che sentimentale non è, ma bensì sapienziale, presago che il fato o la falce è ormai prossima a divellere ogni pensiero di un uomo speciale e ordinario: un italiano alla seconda, grazie alla vita amplificata dell’autodifesa insostituibile denominata cultura.

Serra, in 394 pagine che rappresentano una scarica di adrenalina da prendere in piccole dosi (soprattutto nella prima parte), si conferma uno dei migliori saggisti europei, e Fusco e Raimondi non possono che essere felici di questa biografia di riferimento. Per i dubbiosi – come Svevo – il 14 febbraio 2018 escono per Grasset 700 pagine (D’Annunzio le magnifique, a 80 anni dalla morte del Vate) che completano la seconda trilogia (dopo quella memorabile dell’Esteta armato) avviata con il Malaparte, già premio Goncourt per la saggistica. Insomma gli scrittori ambasciatori possiedono un’Antivita anche loro, per elezione e dedizione al lavoro: dare il meglio ogni giorno.