Con il passare degli anni si allunga, inesorabilmente, una scia bibliografica non conforme, o quanto meno onesta intellettualmente, inerente l’esperienza politica, sociale, economica e culturale del fenomeno fascista. Un esempio di questa nuova ondata editoriale è sicuramente riscontrabile nell’ultimo lavoro di Damiano Rossi. Il suo Anni selvaggi è infatti un concentrato di accuratezza storica. Nelle pagine del suo lavoro viene raccontata l’avventura strapaesana di Mino Maccari nella sua completezza e complessità. Attraverso lo studio e la pubblicazione della prosa prodotta dal direttore e dalla redazione de Il selvaggio si ripercorrono le varie fasi culturali e politiche che il fascismo ha affrontato lungo la sua evoluzione, partendo, però, sempre da quella base selvaggia, squadrista e dissacrante che contraddistinguerà la rivista per l’interezza della sua esistenza.

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Nel primo articolo del periodico, questa tendenza viene scritta a chiare lettere:

In nome vostro, o Squadristi – con la vostra mentalità – leviamo questa voce, innalziamo questa barricata per la diffusione e la difesa della nostra fede.

La vicinanza con un determinato mondo è, insomma, indiscutibile, tanto quanto, l’avversione per un altro. Quest’ultimo non è univoco, anzi, molto variegato ed è stigmatizzato con altrettanta virulenza:

[…] i vigili custodi della verginità costituzionale, i berretti frigi della repubblica pollaiola, i ricattatori della politica, i massoni della socialdemocrazia, gli atei del materialismo storico.

Questi i nemici da combattere all’esterno ma senza scordare chi tenta di snaturare, svirilizzare e normalizzare un fenomeno rivoluzionario come quello fascista. Il riferimento è, indiscutibilmente, rivolto a quelli che vengono considerati fascisti da parata, i normalizzatori, i fascisti per convenienza:

La normalizzazione significa fare il processo al regime? Allora noi rispondiamo che il regime non si fa processare, se non dalla storia. Posto in questi termini non esiste più un problema di normalizzazione, ma un problema di forza tra fascismo e anti-fascismo. Se l’anti-fascimo è normalizzatore, il fascismo non può non essere, per ovvie ragioni di vita, che antinormalizzatore.

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Parole, forse, sibilline ad orecchie moderne ma sicuramente molto incisive all’interno dibattito politico dell’epoca. Parole che vanno anche oltre, lo stesso Mussolini fu subissato di critiche per il camaleontismo politico dimostrato durante il periodo dell’omicidio Matteotti:

Si è troppo adorato l’uomo in se stesso per i suoi meriti e le sue virtù, e non in quanto esso rendeva al partito e serviva l’idea. Siamo così arrivati ad identificare l’idea nell’uomo, senza pensare che gli uomini cambiano e sbagliano e le idee restano immortali. I fascisti per essere politicamente maturi devono considerarsi apostoli di una fede, i soldati di un’idea, non i lanzichenecchi di un uomo.

O con ancora più ardore:

un grande moto politico, o una nazione in marcia, non si riassume mai totalmente in un capo. Così il fascismo non si riassume in voi.

Fu un rapporto di amore e odio quello tra il selvaggio e il regime fascista, allo stesso tempo espressione e negazione di quest’ultimo. Negazione almeno nei suoi tratti più morbidi o meno arditi, che dir si voglia. Di fatti anche dopo il discorso del 3 gennaio e l’instaurazione della dittatura – naturalmente un evento salutato con favore dalla redazione senese – e la nomina del Ras di Cremona, Roberto Farinacci, alla segreteria del partito non furono risparmiate critiche al tentativo di imborghesire il fascismo e i suoi adepti facendolo divenire un tutt’uno con lo stato. Significative e lapidarie furono le parole scritte in merito, estrapolate da un articolo dal titolo più che sintomatico, Prepariamoci a fare a cazzotti:

il Duce tace, il Direttorio nazionale tace[…] Noi gridiamo che è l’ora di pensare al partito, di ritornare a curare il fascismo nelle sue organizzazioni e soprattutto nei suoi uomini.

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Politica, dunque, e della più sanguigna, ma anche progettualità. Dalle pagine della rivista, che nel frattempo trasferì la redazione in quel di Firenze, non smisero mai di pervenire ai diversi gradi del mondo fascista nuove idee e interpretazioni. Una delle più importanti e per cui lo stesso direttore si spese maggiormente è stata la difesa della provincia italiana. Quest’ultima intesa come archetipo di purezza e genuinità:

E per prima cosa facciamo funzionare attivamente le forze sane e fedeli al partito […] con la necessaria valorizzazione degli uomini nostri, dei gregari che la provincia nutre, ma che nasconde e che bisogna riscoprire. Devono essere questi oscuri soldati a impossessarsi dei posti di comando, di tutti i posti di comando.

Scalzare, quindi, i vecchi parolai liberali e sostituirli con contadini-soldati votati alla causa da cui far scaturire la nuova classe dirigente:

L’Italia del nostro sogno non è uno stato che è; è uno stato che si fa. […] Questo farsi dev’essere il processo di affermazione di un’aristocrazia, e dev’essere il processo di fissazione di uno Stato aristocratico aperto.

Prendere ciò che di buono e puro si trova nella vecchia provincia italiana e renderlo, attraverso la guida del fascismo, l’elemento fondante dell’uomo nuovo:

Quel che conta è come si vive. Uomini si nasce tutti, e certi sentimenti nascono, insieme con la vita, in ognuno di noi […] Ora tutto sta a vedere come si coltivano codesti sentimenti, di cui, chi più chi meno gli uomini sono forniti: e in codesto come è il segreto della civiltà e la pietra di paragone di cui si serve la storia. E proprio in questo nome i selvaggi si distinguono da tutti i pecoroni che ciondolano per l’Italia.

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Un progetto politico e sociale arditissimo che, artisticamente parlando, sfociò in quella che lo stesso Maccari chiamò Cronaca di Strapaese. L’immaginifico piccolo centro della provincia toscana reso come summa dei valori di italianità e autenticità:

Strapaese è fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana; vale a dire, oltreché l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il clima e la mentalità ove son custodite, per istinto e per amore, le più pure tradizioni nostre. Strapaese si è eletto a baluardo contro l’invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste, in quanto tali mode, pensiero e civiltà minacciano di reprimere, avvelenare o distruggere le qualità caratteristiche degli italiani, che del travaglio contemporaneo, tendente a creare lo Stato unitario italiano, devono essere l’indispensabile base e l’elemento essenziale.

Da queste ultime righe si evince chiaramente l’indirizzo che la rivista, oramai matura, continuerà a proporre per l’interezza della sua esistenza. Un indirizzo unico nel suo genere e che non sarà mai l’indirizzo univoco del regime, del resto il fascismo si è sempre contraddistinto per la sua capacità di includere e far funzionare ingranaggi così differenti tra loro. Strapaese stona con la filosofia di vita futurista o con l’idealismo gentiliano ma sicuramente ha rappresentato un filone importante della cultura e della socialità fascista. Lo spirito squadrista, l’irruenza della ruralità italiana trovò nelle sue pagine una voce schietta e soprattutto autentica.

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Con il suo lavoro, Damiano Rossi offre la possibilità al pubblico contemporaneo di riscoprire le origini più profonde di una socialità che ha tentato di divenire politica senza riuscirci, ci regala un pezzo della nostra storia che troppo facilmente scordiamo di aver vissuto come popolo e come nazione. Un’occasione importante per riscoprirsi più autentici e, perché no, più selvaggi.