È sempre una grande sfida, per uno scrittore, cimentarsi nel raccontare la vita di un artista, ancor più quando, oltre alle vicissitudini che ne hanno attraversato, e quindi forgiato, l’esistenza, si trova a dover raggiunge quelle segrete inaccessibili e oscure dell’anima, dove risiedono i tratti essenziali di queste personalità così sfuggenti, e nel medesimo tempo così reali. Per quanto si riuscisse a coglierne il temperamento, a intercettarne l’estro creativo, a comporre, passo dopo passo, seguendone le tracce, con la minuzia e la pazienza del filatelico, l’intera biografia loro, non si potrebbe però, che arrivare a tratteggiare uno schizzo pallido, a godere di una visione imperfetta, seppur fedele delle loro vite: ci è concesso di guardare solamente l’ombra di esse. L’ombra di qualcuno che, nonostante tutto, abbiamo imparato a conoscere attraverso le opere che ha lasciato.

È esattamente attraverso la fatica dell’artista che cerchiamo, illudendoci, una sorta di legame, un vincolo indissolubile che ce lo mostri in tutta la sua grandezza, così come nelle sue cadute, che ci permetta di raccontarlo e di vivificarlo eternamente nella scrittura. Non sospettiamo minimamente che il lavoro dell’artista non è che un fragile appiglio. Sembrerà assurdo, eppure, con molta probabilità dovremo rassegnarci all’idea che per quanti volumi si possano riempire, per quanto inchiostro si possa consumare, non giungeremo mai a capo di niente: il cuore umano sarà sempre un luogo inaccessibile anche alla miglior penna della storia. Tutti i libri del mondo non potrebbero rivelarci nulla di un artista più di quanto non possa farlo una sola parola, o un epitaffio scolpito maldestramente nel marmo di una lapide.

Stefan Zweig

Quei corridoi interiori non saranno rischiarati dalla luce delle parole. Così, si procederà sempre per approssimazione, asintoticamente, tentando di arrivare alla realtà senza tuttavia raggiungerla mai. A ogni modo, l’abilità di chi è chiamato a raccontare dei grandi del passato, non consiste solamente nell’esposizione rigorosa della documentazione o nella catalogazione e all’analisi intransigente di date, fatti, aneddoti, testimonianze, diari e carteggi infiniti, e nel tener tutto insieme esercitando la propria capacità narrativa, quanto piuttosto nel mettere in campo e svelare una sensibilità acuta, scaturita da uno slancio sincero e sorgivo di entusiasmo nei confronti delle conflittualità del proprio tempo. Scrivere di un personaggio del passato, ancor di più se si tratta di un artista, è sempre il confronto, o meglio il contrasto tra due vite, quella di chi scrive e quella di colui o colei che si sta descrivendo. È in questo rapporto di forze che l’animo umano potrà, forse, disvelarsi maggiormente ai nostri occhi.

Dove non sussiste questo scontro non potrà mai esserci una prosa viva ed efficace. È per questo che lo scrittore non può sottrarsi alle contraddizioni della propria epoca, che rappresentano probabilmente la parte attiva e feconda del suo essere. Quando ciò accade, nel momento in cui si perde coscienza del proprio tempo, allora in quel momento il testo biografico diventa mera enunciazione di fatti, sfoggio di vana e compiaciuta erudizione, che però nulla rivela su colui di cui stiamo scrivendo. La biografia è forse l’unico genere letterario dove l’individualità dello scrittore, avversando quella dell’artista, deve emergere se si vuole sperare in un qualche risultato. Se volgiamo indietro lo sguardo, la letteratura del passato non farà che confermare questa ipotesi. Bene lo sapeva Plutarco, quando scrisse le sue Vite Parallele, le quali, seppur con i suoi limiti e le sue forzature, ci ha insegnato proprio questo; per non parlare delle grandi biografie del semisconosciuto Stefan Zweig, i cui personaggi, lo scrittore austriaco seppe ben raffrontare con le tenebre della sua epoca e le atrocità degli avvenimenti che ne scandirono i ritmi. Lo stesso potremo dire sul lavoro di Prezzolini, Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino, biografia che si fa, in ultima analisi, metafora manifesta e cristallina del popolo italiano di allora (come di oggi).

Gli esempi non sono pochi. E a citarne un ultimo potremmo prendere ad esempio l’ultima fatica letteraria di Isabella Cesarini, Anime inquiete, uscita qualche mese fa per i tipi di Auditorium Edizioni. Anche se per complessità e audacia, non raggiunge quelli descritti sopra, ha in sé una forza e una liricità non meno dirompente. Un lavoro che si collega a quanto detto, dove a riecheggiare nella forma, sono i Ritratti, di Indro Montanelli, piuttosto che i grandi testi soprammenzionati, e che ripropone all’attenzione della modernità una galleria di personaggi sconosciuti, o tutt’al più non raccontati con appropriata cura, che in qualche modo hanno contribuito a plasmare la tradizione culturale di questo millennio. Sono ventitré le esistenze narrate in questo libro, ventitré vittorie mancate, come dice l’autrice stessa. Ventitré volti sfigurati dall’arte, su cui si è posata l’ombra della disperazione.

Sappiamo bene d’altronde, quanto gli artisti siano inclini a tutte le sfide da cui son certi di uscire perdenti: la vita è una, la sfida più grande di tutte. Chi sono questi personaggi? Uomini e donne, eroi del pensiero. Scrittori, musicisti, fotografi, filosofi, registi, pittori, poeti, amanti e semplici profeti della angoscia terrena, disperati e derelitti, diversissimi fra loro nel modo di concepire la vita, così come nell’affrontarla, benché accomunati nella medesima sofferenza (1). Uno dopo l’altro, vediamo scorrerne i ritratti, brevi e incisivi, tracciati su pagine, attraversate da un fitto ordito di trame, il cui filo rosso è l’inquietudine, antico e intimo travaglio esistenziale. L’autrice, tramite l’esperienza vitrea del tormento interiore manda al setaccio una ad una le vite di queste figure, tenta di sondarne la profondità, di svelarne i misteri reconditi senza tuttavia vantarne pretesa esclusiva.

Sera blu, di Edward Hopper (1914)

Sulla scorta di quanto detto prima, siamo ben consapevoli che una narrazione onnicomprensiva sarebbe impossibile quanto inefficace. Allo stesso modo l’autrice, che non pretende di esaurirne l’esistenza in poche battute, ma ci concede piuttosto brevi e intesi attimi di conoscenza, istantanee di vita, intuizioni fugaci e felici che si mescolano l’un l’altra nel groviglio inestricabile di queste vite, dandoci non un ritratto nitido e marcato, ma un caleidoscopio di immagini che, infrangendosi a vicenda, ne formano delle nuove; immagini sparse e gregarie come i sentimenti che le sorreggono e che le animano: barlumi lontani che provano a rischiarare un deserto d’oscurità. Illuminazioni estemporanee e variegate che permettono al lettore di entrare in sintonia con l’universo drammatico dell’artista.

Sono attimi, questi, in cui è racchiuso l’infinito: l’eternità di un amore mai vissuto, la paura del fallimento, la disillusione della vita così come della fama, il terrore della fuga e della morte, la percezione dell’oblio e della disfatta imminente, l’incedere del tempo e l’avvento della lotta senza fine. In esse, nelle parole, è radicato il sentimento della possibilità, e in quelle pagine scarne e spoglie di ogni didattismo e innervate dal loro stesso disincanto, l’opportunità di esperimentarla. Allora il testo, frammentario in apparenza, raggiunge d’un tratto una sua particolare unità, una sua compattezza organica. Ecco che ci si serve delle parole non per tratteggiare la realtà, ma per aprire varchi angusti, senza che mai ci venga mostrato l’intero paesaggio. Quel compito, siamo certi, spetterà solamente al lettore.


(1) Lou Andreas Salomé, Sibilla Aleramo, Egon Schiele, Pierre Drieu La Rochelle, Jeanne Hébuterne, Gustavo Adolfo Rol, Salvador Dalì, Leomor Fini, Emil Cioran, Èdith Piaf, Ingmar Bergman, Clarice Lispector, Diane Arbus, Sylvia Plath, Françoise Sagan, Bruno Lanzi, Franco Califano, Françoise Dorléac, Janis Joplin, Ágota Kristóf, Syd Barrett, Maria Schneider, Lars von Trier