L’andamento della società moderna ha posto in risalto una mancanza, comune certamente ad ogni secolo, eppure solamente nel nostro avvertita forse con una sensibilità maggiore: l’incapacità dell’uomo moderno ad amare. La filosofia che avrebbe dovuto rappresentare una guida per attraversare questi sentieri interrotti dell’esistenza ha abdicato il suo compito, e si è ritrovata ad essere mera disciplina teoretica che nulla ha a che fare lo sviluppo etico e il progredire morale dell’umana specie. La philosophia moralis, o la metafisica dei costumi, come la intendeva Kant, relegata a teoria puramente formale e astratta è stata totalmente separata e distinta dalla cosiddetta vita reale, facendo mondo a sé. Allo stesso modo gli insegnamenti teologici, irrisi dai più, relegati dagli stessi ministri della chiesa agli ambienti più eruditi del mondo cattolico, hanno abbandonato le comunità a una religione flessibile, dai facili compromessi e totalmente slegata da ogni vincolo morale non conforme alle leggi della modernità. Da un lato la scienza dell’astratto, la filosofia, dall’altro, una professione di fede senza leggi fisse, ma mutabile e guidata dell’estro della società che la professa, la teologia.

L’uomo moderno già da molto tempo percorre una selva oscura, un corridoio infinito di ombre senza una bussola morale a cui possa fare affidamento, e che possa indicargli la retta via da seguire. Egli ha perso, per così dire, ogni riferimento etico, ogni propensione alla virtù: lo vediamo in balia dei propri impulsi, travolto delle proprie passioni, guidato delle proprie inclinazioni, le quali, anziché asservite a cause più alte, a scopi più nobili, diventano motivo di vanto, e il loro perseguimento l’epicentro della propria vita.  È chiaro che parlando dell’amore, non lo si possa non intendere in altri termini che non siano quelli del vangelo: nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. (Gv,15, 9-17) e: amerai il prossimo tuo come te stesso (Mc 12, 29-31). Ecco che il senso dell’amore trova la sua più alta manifestazione nel sacrificio reciproco, nel donarsi all’altro costantemente, una comunione della sofferenza e della gioia. Allo stesso modo, sempre riprendendo Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi, vediamo che dice qualcosa di molto simile: agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. Affermazioni che sanciscono un principio inoppugnabile, un principio universale che Simone Weil in un suo breve saggio definisce come la sacralità dell’uomo, non in quanto individuo o persona, ma in quanto tale.

Amore e Psiche, Antonio Canova (1787)

Esattamente è questo, ciò che la nostra epoca ha dimenticato, o ha finto di dimenticare, nonché le relative conseguenze, di cui una fra tutte, quella che abbiamo menzionato all’inizio. Negare la sacralità di un essere umano vuol dire automaticamente ammettere ogni genere di atrocità su di esso. Intendere l’altro non più come colui con il quale poter instaurare un legame umano sincero e duraturo, quanto piuttosto un mezzo attraverso cui soddisfare le proprie bramosie, siano esse sociali, carnali, religiose, e via discorrendo: in altri parole, un tramite per una dimensione di godimento individuale e illimitato.

Se né la filosofia, né la religione riescono a darci un orientamento per comprendere l’andamento di questa deriva morale, la letteratura, amica dell’uomo comune e dell’anima umile, è capace ancora di sorprenderci, e di elargire ancora delle risposte soddisfacenti. Lo spunto ce lo dà una recente pubblicazione dell’Adelphi, un testo dostoevskiano poco noto al grande pubblico: La mite.

In questo racconto, appartenente alla fase della completa maturità artistica di Dostoevskij, troviamo tutti gli elementi per comprendere, almeno in parte, quella degenerazione dei costumi che nella nostra epoca è assurta a modus operandi dell’esistenza comune. La stesura del testo, estrapolato dal Diario di uno scrittore, si colloca tra la pubblicazione de I demoni e la realizzazione de I fratelli Karamazov, sintesi di tutta la ricerca intellettuale dello scrittore russo. Movente di questo racconto è un fatto di cronaca che Dostoevskij, come cronista, riferisce nel suo Diario:

Si era buttata dalla finestra, dal quarto piano, una povera giovane, una cucinatrice, perché non era riuscita in nessun modo a procurarsi del lavoro per vivere. […] ed era caduta a terra, tenendo nelle mani un’immagine sacra.  Questa immagine sacra nelle mani è un tratto strano e ancora inaudito in un suicidio! È un suicidio mite, umile. […] Semplicemente era diventato impossibile vivere. Su certe cose, per quanto semplici esse appaiano, non si può non pensare per un pezzo, si hanno sempre innanzi, e se ne sente perfino responsabilità. Questa mite anima che ha annientata se stessa, senza che noi lo vogliamo ci tormenta il pensiero.

In questa anticipazione giornalistica possiamo facilmente rintracciare il nucleo narrativo della storia, ma non il suo risvolto drammatico.

L’episodio funge da pretesto per intraprendere un’analisi molto più profonda di quella che può offrire la semplice realtà. Protagonista della vicenda è un uomo di mezza età, ex ufficiale, ora agente di pegni, invaghitosi di una sua cliente, la mite, appunto, un’orfana, povera, che da mesi cerca di sfuggire alla tirannia delle sue zie cercando lavoro come governante. Dopo un sordido giro di denari fra lui e le zie, per ottenere la sua mano, i due si sposano. Ma non appena il matrimonio ha inizio, il carattere meschino e vendicativo dell’uomo si mostra nella sua infima crudeltà. La vita coniugale si trasformerà ben presto per la giovane in un inferno, dal quale non vedrà altra via di fuga che nel suicidio: si lancerà dalla finestra del suo appartamento, stringendo nelle mani una icona sacra. A raccontare la vicenda è lo stesso agente di pegni, mentre ha accanto il cadavere della moglie suicida, adagiata nella bara, poggiata sul tavolo, in attesa che la portino via per sempre. L’uomo, sconvolto, dilaniato da angosciosi interrogativi, da dubbi che sembrano non trovare soluzioni: non si dà pace, cammina avanti e indietro nella stanza, cercando di dare un senso a quella morte, di ordinare i pensieri in un punto. Il racconto è una sorta di discesa nel Maelstrom, un monologo interiore che raggiunge, attraverso squarci psicologici di inaudita ferocia, gli abissi di quest’anima, in una ricostruzione dei fatti offertaci senza unità logica e temporale.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij ritratto da Vasilij Perov (1872)

Gli avvenimenti ci vengono mostrati come in un delirio frenetico e parimente lucido, e solo alla fine riunendo e scomponendo più volte i frammenti di questa confessione riusciamo ad avere una visione, non nitida, ma quanto meno generale della vicenda. L’essere che abbiamo di fronte in questo racconto è l’anello di congiunzione dell’uomo del sottosuolo e l’uomo ridicolo, che nell’universo letterario di Dostoevskij, troveremo rispettivamente in Memorie del sottosuolo e ne Il sogno di un uomo ridicolo. Allontanato dal consorzio umano, umiliato e disprezzato dalla società e dai suoi simili, l’uomo si prenderà la sua rivincita attraverso un semplice quanto tremendo atto di ribellione silenziosa.

Prima diventando usuraio, con l’apertura di un banco di pegni, poi, inconsapevolmente, diventato l’aguzzino spietato di un’innocente, attraverso il dominio su di lei. La sua vita di solitudine e privazione appare d’un tratto colma di una risibile disperazione. La scelta di prendere moglie è quanto mai insolita. È una decisione che, tuttavia, trova giustificazione in un preciso intento: un desiderio di vendetta e di rivalsa nei confronti di chi lo ha relegato ai gradini più bassi dell’esistenza, e che farà della giovane sedicenne la destinataria perfetta di tutto il suo odio. Dice: voglio vendicarmi della società.

Automat, di Edward Hopper (1927)

E non dobbiamo dimenticarci il motivo che lo ha spinto a preferire lei piuttosto che un’altra, ossia, come dirà lui stesso, che subito indovinai che era buona e mite. L’aver indovinato con sbalorditiva precisione la psicologia di questa sfortunata, sottende chiaramente un’impercettibile affinità spirituale fra questi due esseri. Molto probabilmente abbiamo a che fare con delle personalità ugualmente miti: nel primo la mitezza si traduce in flaccidità d’animo, che ha permesso ad un io spietato e vendicativo, di fare a brandelli la sua umanità; la seconda, nel senso religioso del termine, rappresenta un’umiltà portata alle sue estreme conseguenze. Allora i prolungati silenzi, la severità inaudita e intransigente, le privazioni dolorose, le umiliazioni dure e reiterate sono atti che l’uomo compie prima di tutto contro la propria persona, e non servono ad altro che a mascherare una inadeguatezza di fondo: l’incapacità ad accettarsi per ciò che si è, ad ammettere la propria sacralità, in altre parole, l’incapacità di un uomo ad amare se stesso.

Amare se stessi è fare a pezzi il proprio io, liberarsi dal proprio egotismo, sacrificare le proprie condizioni, abbattere ogni pregiudizio pretestuoso; e vederlo, quest’io, risorgere nuovamente attraverso il miracolo dell’amore e della carità, della sofferenza e della redenzione, in una dimensione di pace. L’odio che riversa copioso su quella creatura fragile e infantile, riflette l’odio per se stesso. Il potere maligno che esercita voluttuosamente su di lei, anima fiera e allo stesso tempo fragile, è il potere che vorrebbe, ma che non riesce ad esercitare su di lui. È una verità questa che gli si manifesterà alla fine del suo monologo, lo investirà come il lampo di una luce accecante, con tutta la gravita che una costatazione del genere porta con sé:

Tutto è morto e dappertutto c’è morte. Solo gli uomini vivono, e intorno a loro regna il silenzio – questa è la terra! “Uomini, amatevi l’un l’altro” chi l’ha detto? Di chi è questo comandamento? Il pendolo batte insensibile e odioso. Sono le due di notte. Le sue scarpine stanno vicino al letto come se l’aspettassero… No, seriamente, quando domani la porteranno via, che sarà di me?

L’andamento della narrazione, prima frammentaria e sconclusionata, diventa, via via che giungiamo alla fine, lineare e sequenziale, e in quella logica ritrovata dei sentimenti, l’uomo può riconoscere finalmente la verità. Amare il prossimo vuol dire prima di tutto amare se stesso. Ecco che quel precetto gli diventa odioso. Il dolore e l’afflizione di quella perdita gli permettono di compenetrarne il significato ultimo: qui l’implicazione morale che costringe l’uomo inevitabilmente a guardare in faccia alla realtà, facendo cadere una volta per tutte il velo di menzogne che lo separava da sua moglie, che rendeva lui e la mite due reciproci estranei. L’uomo non è riuscito ad amare sinceramente e liberamente quella donna, perché non era capace ad amare se stesso. L’apprensione per il futuro mostra, inoltre, il profilarsi di un terrore, un compito non più eludibile: affrontare le conseguenze delle sue azioni, affrontarle nella solitudine più buia. Sa che il prossimo passo è perdonarsi, e ne ha paura. Dove trovare la forza per farlo? Attraverso la mite, quest’uomo tenta la via del riscatto, prima di fronte se stesso, poi di fronte alla società che tanto disprezza, e che lo ha esiliato. Attraverso la crudezza della morte può risollevarsi. Attraverso il perdono può trovare la pace: espiazione e redenzione.

Lev Tolstoj

Alla bellezza tragica di questo racconto, potremmo affiancarne un’altra, non meno significativa e non meno poetica. Un racconto speculare, che ne completa e ne arricchisce il contenuto. Anche esso poco noto ai più, va sotto il titolo evocativo di Sonata a Kreutzer, romanzo breve del grande poeta russo Lev Tolstoj.

Il lettore aduso alla delicatezza psicologica e alla raffinatezza sentimentale di cui ha goduto nelle pagine di Guerra e Pace e Anna Karenina, storcerà il naso alla lettura di quest’opera aspra e dalle tinte scure. È il Tolstoj della conversione quello che oramai ha di fronte, inviperito, esasperato, stanco fino alla nausea dell’ipocrisia e della rozzezza della vita che ha di fronte.

Murder in the House, Jakub Schikaneder (1890)

Durante una traversata in treno, un uomo, registra la storia del suo compagno di viaggio, Vasja Pozdnyšey, il quale, infocolato dai vicini, impegnati in una discussione sul significato dell’amore e del matrimonio, confesserà al narratore di essere quel famoso uxoricida di cui la stampa russa ancora parla, fornendogli tutti i particolari della vicenda. Racconta di come era solito visitare le prostitute quando era giovane, di come questo abbia prodotto su di lui un danno irreversibile, l’inizio del suo degrado spirituale. Maledice la moda lascivia delle donne moderne, intenta e progettata per suscitare desideri carnali negli uomini. Una trappola spietata per far struggere le povere anime dei giovani in folli bramosie carnali. È fermamente risoluto inoltre, che le donne non potranno mai godere di diritti uguali agli uomini finché gli uomini le vedranno come oggetti del desiderio, e loro stesse non smetteranno di considerarsi tali.

Rimasto nello scompartimento da solo con lo sconosciuto narratore, inizia a raccontare la sua storia. Come sovente accade, conosce una ragazza di umili origini, se ne innamora, e decidono di sposarsi. Fin da subito però, consumati i primi rapporti sessuali, nella vita coniugale della coppia si alternano periodi di silenzio interminabili e litigi viziosi. L’amarezza di questa condizione è annegata in ore di amore carnale, in cui i due, lentamente seppelliscono le reciproche esistenze. Ogni virtù, ogni proposito di dialogo, di confronto, è affogato nell’istante dell’amplesso, precludendo alla coppia ogni possibilità di avvicinamento spirituale e di rinascita morale. I litigi diventano sempre più frequenti, e il sesso sempre più morboso, e parimente insoddisfacente. Trascorrono intere serate nel torturarsi l’un l’altro, rinfacciandosi i reciprochi difetti, la errate azioni che l’altro ha compiuto. Recriminazioni, accuse, odio. La vita, anche in questo caso, prende le sembianze di un inferno senza limiti. La tensione fra i due raggiunge il limite quando, dopo cinque figli, su consiglio di un dottore, la donna comincia a sperimentare le estasi dei metodi contraccettivi, riscoprendo di nuovo la sua femminilità che la maternità le aveva portato via.

L’ultima scusa per la nostra vita da bestie, i bambini, ci è stata tolta, e quest’esistenza è diventata più vile che mai.

Lo stupro, di Edgar Degas (1868-1869)

In quale abisso di infelicità, in quale marciume di menzogne si dibattevano. Due forzati, colmi di risentimento, legati alla stessa catena. Quando un violinista, Troukhatchevskj, entra nella vita dei coniugi, l’equilibrio già precario, viene sconvolto del tutto. Vedendoli suonare più volte insieme, con un affiatamento e con una spensieratezza indicibile, cominciano a germogliare nel marito, i primi semi della gelosia. Quei dubbi si concretizzano una sera, mentre i due eseguono l’uno al violino, l’altra al pianoforte la Sonata a Kreutzer di Ludwig Van Beethoven. Eppure, nasconde la sua rabbiosa gelosia. Tuttavia, una sera mentre è in viaggio per affari, torturato dal dubbio insinuato da una lettera di lei, decide di anticipare il rientro a casa, trovandovi Troukhatchevskj e sua moglie insieme. Pozdnyšev si scaglia sulla moglie e la uccide. Il compiersi lento e inesorabile dell’omicidio rappresenta il punto più alto della narrazione, espressa in un linguaggio e un’espressione di implacabile atrocità:

L’afferrai sempre con la mano sinistra, per la gola, la stesi giù, la strangolavo, Lei afferrò con ambedue le mani le mie cercando di allontanarle dal collo: con tutte le mie forze la colpii con il pugnale nel fianco sinistro, vicino alle costole. […] In quel momento, quando lo feci, sapevo di fare qualcosa di terribile, che non avevo mai fatto e che avrebbe avuto conseguenze terribili. Ma la consapevolezza di ciò balenò come un fulmine e subito dopo la consapevolezza arrivò l’azione. Dell’azione fui consapevole con incredibile chiarezza. Sentii e ricordo la leggera resistenza del corsetto e di qualcos’altro e poi il penetrare del pugnale nella parte molle. […] Soltanto per un attimo, prima di compiere il delitto, ebbi la terribile coscienza d’uccidere, d’aver ucciso una donna senza difesa, mia moglie.

Irretito nella trappola della passione all’uomo non rimane altro che dare sfogo a tutta la sua bestialità fino allo stremo delle forze, fino all’esaurimento totale delle sue energie malefiche. Dopo la prima visita alla casa di tolleranza Pozdnysev non potrà mai più cambiare la sua immagine della donna: quella creatura, fino ad allora sconosciuta, perde ogni sembianza umana per diventare semplice fonte di piacere carnale. Eppure, come il protagonista de La mite si rende conto alla fine della violenza commessa, del suo modo perverso di concepire l’amore, del male perpetrato a discapito di un altro essere umano, e riconoscendole alla fine un grado di purezza violata, così l’uxoricida di questa storia giunge alla medesima costatazione:

Guardai i bambini, lei con i lividi sul viso e per la prima volta mi dimenticai di me stesso, delle mie ragioni, del mio orgoglio, per la prima volta vidi in lei un essere umano.

The two human beings. The Lonely ones. Di Edvard Munch

La bellezza della redenzione non è qui mediata da un finale rassicurante. Entrambi gli uomini testimoniano come una passione amorosa abbia fatto di loro degli assassini. Navigano nelle tenebre della vita in perfetta solitudine e disperazione. V’è una sorta di assonanza, un’armonia che lega questi due personaggi. Entrambi fanno del proprio animo un’aula di tribunale. Colpevoli o innocenti che siano, implorano misericordia. Eccoci di fronte a un caso di suicidio e un altro di omicidio. La loro inettitudine all’amore è ciò che li ha spinti sull’orlo del baratro. Vediamo come nel primo, vi sia il rapporto tra l’uomo e il proprio io, e nel secondo il rapporto tra l’uomo e la società.

Ne La mite, l’uomo depone la sua confessione di fronte una platea assente, la sua coscienza. In Sonata a Kreutzer, l’uomo alla fine chiederà perdono al suo compagno di viaggio, uno sconosciuto, la civiltà. Via, perdonatemi, lo si sente sussurrare. Nel primo, la superbia, l’esaltazione del proprio sé, della propria immagine e delle proprie idee hanno reso quell’uomo un essere demoniaco, egoista, meschino, brutale, insensibile a qualsiasi richiamo di bontà, confinandolo perennemente in una dorata prigione di solitudine. Nel secondo, un animo accecato dalla lussuria, vittima e carnefice del suo stesso male, depravato dalle leggi di una società corrotta e malvagia, che spinge il anche il più buono tra gli uomini alla corruzione della propria coscienza, alla dannazione senza salvezza, alla sofferenza senza scopo; una società che esasperando l’aspetto carnale dei rapporti amorosi, svuotandoli di tutta la loro sacrale bellezza, e lasciando solamente ciò è destinato alla corruzione, nega qualsiasi scopo alle esistenze umane.

Non sono forse questi i tratti peculiari della società moderna? Rileggendo questi piccoli capolavori alla luce della modernità, allora, ci si rende conto di quanta poca, impercettibile, differenza separi in realtà il passato dal presente. Eppure, questa impotenza dell’uomo ad amare torna nuovamente a coglierci d’improvviso. Ci attanaglia, ci stritola, pervade i nostri pensieri, guida le nostre azioni. La si avverte, ad ogni angolo di strada, nei bar affollati il sabato sera, nelle discoteche, negli uffici, nelle fabbriche, tra i banchi di chiesa e di scuola, nelle case di ognuno di noi. Forse, il motivo per cui oggi la si avverte maggiormente, risiede nel fatto che per la prima volta nella storia dell’umanità questo sentire, non è la costatazione solitaria di pochi eletti, ma un sentire comune: tutti, ognuno di noi, nessuno escluso, ne è pienamente consapevole.

Il cadavere della nostra coscienza giace accanto a noi. Lo vediamo esangue, marcire lentamente e inesorabilmente, ogni giorno. Ma nessuno osa dire una parola. La nostra confessione non è ancora cominciata. Il male che scaturisce dall’ignoranza è qualcosa di miserando, deplorevole certo, ma si ha compassione di esso, e non nuoce mai in maniera definitiva all’anima. Il male consapevole, il peccato mortale in termini religiosi, ha qualcosa di terribile in sé: è la più spietata e inarrivabile forma di negazione della vita. La cultura della tecnica, estranea al bene dell’uomo, e a cui l’uomo è asservita, fa passi avanti, progredisce di giorno in giorno; quella dell’anima, la sola che può garantire felicità duratura, sembra invece essere stata abolita e dimenticata. Si è aperto un divario così immenso tra le due, che non basteranno secoli per colmarlo. Allora, come i personaggi di queste due storie, vale la pena chiedersi veramente: perché continuare a vivere? Non è preferibile l’estinzione della specie umana? A tutto questo male non è preferibile la morte e il silenzio?