Quando si ha a che fare con la letteratura moderna ci si lascia andare, generalmente, a una severità eccessiva, a una durezza sproporzionata. Ancor più se raffrontata, ad esempio, al modo in cui invece affrontiamo un classico. Perché, se è vero, che i grandi testi, hanno il merito di aver superato il vaglio del tempo e di aver imposto alla storia il loro valore artistico, è anche vero che, il lettore comune, o meglio il lettore contemporaneo, proprio in virtù di questa inoppugnabilità artistica, tende a considerali, a rapportarcisi acriticamente.

Ecco che, il campo d’azione del lettore comune resta circoscritto nel confortevole perimetro tracciato, più che da critici autorevoli, dalle egemonie culturali che caratterizzano la sua esistenza. Leggere solo un certo tipo di letteratura, spinge il lettore non solo a rinsaldare sempre più fortemente le proprie convinzioni senza mai aver modo di poterne mettere in dubbio la veridicità e la validità, ma soprattutto ne annulla lentamente le capacità di giudizio, e atrofizza quel senso di spirito critico che un’opera d’arte dovrebbe stimolare, risvegliare in lui. La letteratura moderna, malgrado le sue idiosincrasie, i suoi orrori e le sue bruttezze, al di là del suo reale valore artistico, ci costringe inevitabilmente a diventare critici del nostro tempo, a raffrontarci con la concretezza del presente. Attitudine questa, che un classico, per quanta grandezza gli si possa riconoscere, non potrà mai sviluppare in noi.

L’ira di Achille, di Charles-Antoine Coypel 1737

I temuti autori moderni, ed è forse questo il motivo per cui continuiamo a evitarli, non ci sgravano dalla responsabilità di giudizio, tutt’altro, ce la accollano per intero e senza sconti, rendendoci partecipi, insieme a loro, dello sviluppo e dell’evolversi della civiltà. Il lettore non è più una personalità passiva, ricettore insensibile di parole e immagini visionarie, ma è chiamato in causa, è chiamato a prendere posizione. Il punto è se il lettore sarà in grado di dare una risposta.

La lettura dei classici rappresenta il nostro tirocinio culturale, sono punti di riferimento imprescindibili, è vero, ma è con i moderni che mettiamo alla prova il nostro valore. Eppure, un’altra difficoltà si affaccia prepotentemente: la scelta dei testi. Siamo ben consapevoli, oggi come non mai, dove si corre il rischio di incontrare uno scrittore ad ogni angolo di strada, di come tutta la produzione letteraria sia viziata da un lato da un’ignoranza di fondo, che ne vanifica ogni buon intento, e dall’altro da una forte volontà di alcune classi politiche affinché la cultura non deragli da specifici percorsi prestabiliti.

Chi ha deciso di districarsi nel panorama letterario odierno infatti, dovrà faticare non poco prima di poter trovare qualcosa all’infuori dei confini che una certa élite culturale ha tracciato così capziosamente, la stessa élite, che ha sentenziato su quale fosse la buona letteratura e quale invece quella cattiva. Francesco Consiglio, col suo nuovo romanzo Ammazza la star (Castelvecchi Editore, 2018), rientra in quella che l’egemonia culturale attuale additerebbe come bad literature, o alla meglio letteratura di serie B, letteratura non allineata, priva di interesse artistico, e perciò destinata in precedenza al totale anonimato.  

Con all’attivo due romanzi, Qualunque titolo va bene (Iacobelli Editore, 2010) e Le molecole affettuose del lecca-lecca (Baldini e Castoldi, 2014), e vari testi teatrali, l’autore siciliano con quella dose di sarcasmo che ha sempre contraddistinto i suoi lavori, ci mette difronte un testo irriverente, ironico, divertente, e parimenti atroce nella sua attualità. Un testo che dietro l’apparente velatura di cinismo e disincanto, nasconde in realtà una profonda sensibilità verso quelle che costituiscono le piccole tragedie quotidiane dell’uomo moderno.

Francesco, protagonista del romanzo, è un cinquantenne, abitante di provincia, legato a una donna da cui non si sente più attratto, ma di cui non riesce a fare a meno, disoccupato, che sfoga le sue frustrazioni attraverso i videogiochi. Uno in particolare, Ammazza la star, gli è d’ispirazione per un suo progetto di vendetta nei confronti della società: diventare un serial killer.

Eppure, non c’è solo un desiderio di rivalsa che spinge l’uomo a uccidere povere sconosciute – le vittime saranno solamente donne -, ma un’altra aspirazione, quello della celebrità. Il sogno di vedere il proprio nome salire agli onori della cronaca, di essere eternato nel gran libro delle star è un’ossessione che ammorba non solo lui, ma anche Paola, il personaggio complementare a Francesco, che, spinta da folli ideali romantici, si metterà sulle tracce del serial killer, sperando, grazie alla pubblicazione del suo diario, di giungere anch’ella alla tanta agognata fama.

The Murderer, Franz von Stuck 1891

Sarà proprio grazie al diario di Francesco che ci muoveremo all’interno della narrazione, e nei meandri grigi della sua mente. Una narrazione, come già detto, atipica, surreale. Come nel precedente lavoro di Consiglio, Qualunque titolo va bene, la struttura espositiva ricorda molto da vicino il lavoro del geniale Laurence Sterne, The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman, vergato anch’esso da uno spiccato senso di umorismo e di acume intellettuale, e caratterizzato soprattutto dalla rottura dell’autore con le convenzioni del romanzo tradizionale.

L’uomo che Consiglio ci mostra, nella sua disperata comicità, è un uomo condannato a vivere la vita in una condizione di provvisorietà perenne. Condizione, che ci viene mostrata attraverso due elementi altamente significativi e metaforici: il treno, che richiama col suo andirivieni, con il suo sferragliare continuo e incessante, una sensazione di instabilità e di incertezza; e la casa del serial killer, descritta dall’autore, piena di scatoloni da trasloco. Un’immagine che riflette quasi inconsciamente la precarietà dell’esistenza in cui questi personaggi sono intrappolati senza via d’uscita. Quasi parallelamente alla lunga sequela di omicidi che via via si susseguono, il protagonista ha la possibilità di raffrontarsi con se stesso: tenta di mettere a nudo i suoi timori, le sue aspirazioni, le sue insicurezze. Rivive i traumi infantili, rievocandoli alla luce di un eterno presente, nel vano tentativo di esorcizzarli, ma non vi riesce.

The Murderer, Ernst Ludwig Kirchner 1914

Il secondo aspetto, su cui Consiglio si concentra è quello di comunità: il (falso) senso di appartenenza che caratterizza e lega in qualche modo gli abitanti del piccolo paesino abruzzese, e la solitudine come conseguenza diretta di chi non riesce a conformarsi ad essa. Una comunità che molto spesso che giudica facilmente e facilmente condanna. Francesco e Paola sono un esempio lampante. Paola d’altronde è l’altro binario su cui procederà la narrazione. Molti avvenimenti e circostanze che abbiamo vissuto attraverso gli occhi del serial killer, le rivivremo dalla prospettiva del personaggio femminile.

Proprio grazie a quest’ingegnoso espediente, a questo cambio di visuale, avremo modo di renderci conto dello stato d’isolamento in cui Francesco versa. Paola, che lo sta pedinando, a un certo punto, vedendolo in un vagone quasi deserto, ce lo descrive: dalla postura al colore dell’abbigliamento, dallo sguardo al modo in cui uccide la vittima. In quel preciso istante prendiamo coscienza della solitudine di Francesco, e ne avvertiamo tutto il peso gravare sulla sua misera esistenza.

Questa scena rappresenta il punto di svolta nella narrazione. Quasi come se durante l’intero racconto, travolti dalla compassionevole follia di quest’uomo, non ci fossimo accorti di nulla, questa semplice descrizione è rivelatrice. Allora, il desiderio effimero di fama, non avrà più importanza, né per l’uno né per l’altra. E dietro l’apparente quanto assurda pretesa di successo, affiorerà il sospetto di un desiderio non meno radicato e legittimo, celato nell’animo di ogni essere umano: essere amato e accettato per ciò che si è.

I personaggi di questo romanzo sono quindi condannati dalle leggi della modernità a scontare una pena dura, vagare eternamente senza trovare mai certezze su cui fare presa, sospesi tra infinite realtà contrapposte. Realtà contro cui non potranno opporre nient’altro che la loro viltà. Hanno un vuoto dentro, un vuoto che diventa ogni attimo sempre più incolmabile e distruttivo, e che invano tentano di colmare.

Study for a Portrait, Francis Bacon 1952

Ecco che l’autore esaspera al massimo grado gli animi, estremizza ogni situazione possibile, non ha paura di sfiorare il grottesco, di oltrepassarlo addirittura. Va oltre la finzione letteraria, negandola apertamente, prendendosela con il lettore, instaurando con lui un contatto diretto, e dando vita ad una meta-narrazione senza precedenti. Certo, Consiglio usa espedienti che alcuni potrebbero trovare estremi, eppure, val la pena chiedersi: la letteratura non si nutre forse di eccessi per raccontare la realtà? Ad ogni modo, l’autore non ha tale pretesa: con il suo lavoro non vuole svelare nessuna verità nascosta, ma si limita tuttalpiù a descrivere ciò che vede, a raccontare il mondo attraverso le lenti prismatiche dell’ironia. Un’ironia, ricordiamolo, che non è mai fine a se stessa.