È l’amalgama del pianto, pellicola lacrimale a condurre lo sguardo in pagine di bellezza e dolore. L’incanto dell’amore, quello autentico che unisce un uomo e una donna, insieme a compiersi genitori di due creature sensibilmente speciali. Lei è Francesca del Rosso, giornalista, blogger, scrittrice e anzitutto Wondy. Sì, perché come Wonder Woman, Francesca descrive l’elemento eroico fuso sovranamente in quello umano. Nella scrittrice, il lazo d’oro non ritrae un’arma, ma uno strumento allegorico per innervare forza e coraggio nel cielo che governa.

Mi vivi dentro, pubblicato a febbraio 2018 per la DeA Planeta libri, è una struggente ode di duecentosessanta pagine del giornalista Alessandro Milan. Lirica consacrata alla memoria della moglie Francesca Del Rosso, morta nel dicembre 2016, dopo sei anni di malattia. Scritto in una prosa garbata quanto lucida, l’opera è la narrazione reale sulla potenza dilaniante della malattia e sulla conseguente forza, a tratti sovraumana, custodita in colei che la combatte. Una creatura che cominci ad amare sin dalle prime righe e finisci con piangerne l’assenza, molto prima della fine del libro.

Copertina libro Mi vividentro

Lo tsunami devastante è nel tumore, dapprima a colpire la raggiera della sua femminilità, per poi tornare e prendersi la mente e portarla nei meandri più oscuri. E lo fa attraverso l’epilessia e tutti i modi, che un corto circuito mentale conosce per manifestarsi. Poiché il mal caduco è il nero più nero di un ritorno sconcertato. Qualcosa è accaduto mentre tutti c’erano, tranne te. Il cancro trascina in un vorticosa morsa, muta radicalmente l’esistenza della donna e dei suoi affetti. Arriva all’improvviso, senza preannunciarsi e si prende la linfa di famiglie intere. E pertanto la scommessa è tutta nella ricerca della forza per batterlo. Capita che si debelli e si cominci la ricostruzione. Succede che si costruisca nuovamente, nonostante nulla sia sconfitto. Il libro è un viaggio nella vita e dentro l’avvicinarsi ineluttabile della morte. Il dolore passa dalle pagine agli occhi, sino a farsi lacrima e tornare di nuovo sulla carta inchiostrata di un grande amore. Fogli e caratteri che non si riesce a smettere, e riaffiorano come una sveglia alla coscienza, nel primo moto di annichilimento al quale si è tristemente abituati.

In tutta la sua assenza, Francesca Del Rosso disegna un portento di presenza. La avverti nelle parole che scorri, e continui a percepirla finanche a libro terminato. Invero è la consistenza della pellicola lacrimale, un film che non offre il lieto fine, ma rilascia autorevolezza a un flusso di forza che non cede alla resa. Il romanzo di Milan, mediante una narrazione che si appella alla scena retrospettiva, segue il fiotto irregolare delle emozioni, ne abbraccia tutte le sagomature, dalla paura al coraggio, dalla rabbia alla carezza eterna. Il dolore muta, attraversa tutte le forme possibili, sino al varo della resilienza. Non un sostantivo in voga, ma l’aura che sorveglia tutta l’opera sino a oltrepassarla. Il libro si lega all’associazione Wondy sono io, la certificazione del grande sorriso davanti alla malattia. Il male si combatte con armi ignote al nemico, anche con un riconoscimento letterario: il Premio Wondy.

Alessandro Milan e Francesca del Rosso

Alessandro Milan e Francesca del Rosso

La resilienza, dalla fisica si cala nella psicologia e pertanto giunge all’umano, che in questo frangente avvolge gli adulti e diviene la manta eroica di due piccoli fanciulli, Angelica e Mattia. Si tratta di una coperta che la Del Rouge ha lavorato con i suoi ferri e lascia come lo scaldacuore per quel dopo che vedrà la sua mancanza.

La memoria custodisce tutto il calore dell’esistenza, si diluisce giorno dopo giorno nella vitalità e nell’entusiasmo, patrimonio di una madre, una figlia, una moglie e una scrittrice. Il ricordo è vita. Nei cuori dei cari, tra le pieghe del libro, nell’istante preciso in cui i piccoli si faranno grandi dentro la cornice di un lascito: le parole di una grande madre, qui nel richiamo alla vita. Un’ode lucida e dolorosa all’amore, e dentro la stessa, un’altra alla vita. L’esistenza quotidiana, fatta di lavoro, baci e incombenze. E quella eterna, che Wondy percorre nel vigoroso appello al bagliore. La vita di lei non svanisce dall’esistenza di lui: congiuntamente a confondersi in un legame imperituro. Il consorte è la penna che racconta, ma anche il padre, l’amato, il ragazzo orbato dalla perdita del fratello Paolo. È creatura di dolore, toccata dall’incontenibile vitalità della donna.

Wondy, Harry Potter. Franci. Moglie mia, hai perso la battaglia dunque. Ma hai lasciato tanto. A me due splendidi bambini, al mondo una forza incrollabile, una positività che emana luce. Sfido chiunque ti abbia conosciuta a raccontarmi una volta in cui ti ha vista o sentita piegata dalla vita.

Il lettore, non senza commozione, diviene la figura dove appendere e far brillare il vessillo della resilienza. Lo sguardo segue quello di Milan nella lunga scorsa sulla farfalla bianca.