Magia è parola potente. Il suo riferirsi ad un oggetto inafferrabile crea in noi l’affanno affascinante della seduzione, ci costringe cioè all’inseguimento. Inseguimento di che cosa? Inseguimento del senso. Seguendo la lezione di Massimo Donà potremmo intendere per senso quella capacità magica di riconoscere in ogni cosa l’infinito, ovvero l’Unità originaria di essere e non essere presente qui ed ora in ogni oggetto. Le cose sono ciò che sono in quanto si determinano attraverso le relazioni con le altre cose ma non potranno mai trovare davanti a sé il nulla, il nulla che appena viene evocato diviene qualcosa. Il mago, il sapiente, il filosofo possono attingere alla conoscenza del fondamento riunendo ciò che il soggetto ha diviso, ovvero i contrari: essere e non essere, io e non io, il ghiaccio ed il fuoco. In questo senso l’opera magica diviene opera estetica, azione che mostra la potenza infinita delle cose oltre i rapporti sclerotizzati nell’ordinario, per cui dall’infinità immanente in ogni oggetto prende a manifestarsi l’inedito.

Prospettiva estetica, jazzistica, in cui il gesto del soggetto assomiglia alla creatività di un io assoluto capace di ridefinire sempre da capo le proprie leggi. Accanto a questa prospettiva, la potenza del magico è connessa inevitabilmente al concetto freudiano di rimosso, il luogo dell’inconscio in cui convergono tutte quelle cose che la coscienza non può vedere. Il rimosso riemerge attraverso situazioni ambigue, doppie, anfibie diventando ciò che Freud definiva il perturbante, ciò che appunto è vivo e morto allo stesso tempo, è ed insieme non è! Già Zolla faceva notare come in pieno illuminismo si covavano nel rimosso umbratile della storia, i semi del futuro romanticismo, con le sue aperture all’irrazionale. L’irrazionale appunto: indefinibile e carico di fascino, potente in quanto irriconoscibile.

Strong Dream – Paul Klee (1929)

Proprio Jung, nel suo testo più esoterico ed al contempo più personale, il Liber Novus o Libro Rosso, testo ancora poco conosciuto dagli psicologi moderni, immagina un dialogo con la figura del mago Filemone. Il segreto del magico sarà il suo carattere irrazionale e Filemone dirà a Jung che la magia è il negativo di ciò che possiamo sapere e che per magia si deve intendere tutto ciò che è impossibile da capire, per impararla occorre comprendere nulla. Una visione del Nulla molto simile a quella di San Paolo che nel Nulla vede il divino per dirla con Sergio Givone. È questa la sapienza propria del mistico. Ecco che, riprendendo ancora le intuizioni di Donà, la magia, ovvero la comprensione della verità indivisa di essere e non essere la si può ottenere in virtù di un’azione che sia analogica, simpatica, e non attraverso l’operare categorizzante della ragione. Sarà forse questo aspetto irrazionale e creativo, intuitivo e simpatico, ad aver determinato il successo della trasposizione televisiva dell’opera di Martin?

Oltre l’aspetto narrativo, il fascino della storia, gli effetti speciali e le guerre con draghi sputafuoco, Martin compie un recupero di alcuni elementi della tradizione magica del Novecento, in cui idealismo e magia, attualismo e tradizione ermetica si intrecciano. Infatti, pur attestandosi Martin in una dimensione pop, nei suoi lavori ci sono precisi riferimenti a quella particolare via di autorealizzazione che il magismo in fin dei conti vuole essere, anche se non si possono trascurare gli elementi che lo legano al più moderno satanismo. Cosa ci sta dicendo Martin, attraverso il suo apparato mitico e simbolico? Per capire meglio occorre rifarsi ad una indicazione molto precisa che ritroviamo nel secondo volume di Wild Cards intitolato L’invasione in cui un personaggio afferma:

Gli storici accademici non prendono l’argomento sul serio. Il campo è ancora inesplorato, c’è molto materiale interessante che non è ancora stato ben documentato: gli Hashishin, la Cabala, David Home, Aleister Crowley…

E più avanti a proposito del virus Wild Cards:

Mi ha dato un grande potere: proiezione astrale, telepatia, una maggiore consapevolezza, ma l’unico modo in cui posso indirizzarlo e attivarlo è attraverso la magia tantrica. Ha a che fare con l’energia che scorre lungo la spina dorsale…

George R. R. Martin

George R. R. Martin

Martin ci dice che occorre battere questo sentiero poco esplorato e ci indica dei nessi importanti: la Cabala, gli Hashishin, il tantrismo, la filosofia di David Hume ma soprattutto ci fornisce un nome, quello di Aleister Crowley, la Bestia, il grande mago del ‘900. L’opera più nota del mago Crowley è senz’altro Magick, una sorta di manuale di magia teorico e pratico. Fu in effetti lo stesso Crowley ad importare nella cultura pop occidentale alcune nozioni tantriche, a ravvisare nella potenza sessuale, in quell’energia che scorre lungo la spina dorsale, la più alta fonte di energia a disposizione del mago. Scopo del mago? Dirigersi verso il fondamento indistinto di essere e non essere, giungere al regno delle madri, compiere l’unificazione dei poli opposti: soggetto ed oggetto, questa la Grande opera.

Sarà Vincenzo Consolo a raccontare la vicenda del mago che era arrivato in Sicilia per dar vita alla sua abbazia. Il libro s’intitola Nottetempo, casa per casa del 1992. Era l’Aprile del 1920 quando il mago Aleister Crowley arrivava a Cefalù, testa rasata e bastone coronato da un Serpente. Aveva consultato gli oracoli cinesi dell’I-Ching, gli stessi che più tardi tornarono alla ribalta grazie agli studi di Jung, e allora gli esagrammi furono chiarissimi: non la California oltre l’Oceano, ma Cefalù doveva essere il luogo per fondare l’abbazia di Thelema. Thelema, in greco significa volontà, desiderio creativo. Una sola legge: fa ciò che vuoi, secondo quanto prescriveva il Libro della Legge che il Mago aveva ricevuto da entità spirituali in Egitto.

Aleister Crowley

Un nome, quello di Thelema, che ritroviamo nel Pantagruel, il poema di F. Rabelais del 1532 a carattere ironico, surreale e per certi aspetti esoterico. Se l’idealismo, in filosofia, aveva tentato di rompere l’incantesimo della separazione fra soggetto ed oggetto, fra io e mondo, era stato senz’altro l’atteggiamento magico a pensare da sempre all’unità del tutto, alla connessione delle parti all’interno del cosmo, nel quale si rivelano meravigliose corrispondenze, per cui il simile attira il simile e venerabilmente lo conduce a sé, in un rimando indefinito di similitudini. Così il mago Crowley non fornisce nei suoi testi soltanto formule evocatorie e cerimoniali ma invita i suoi adepti a compiere un processo di interiorizzazione del gesto rituale attraverso il quale il mago sarà capace di porre il reale a volontà, ovvero di influenzare volontaristicamente il mondo. Seguendo le metafore di Martin potremmo allora dire che se il mago padroneggia la propria interiorità potrà sedere sul trono di spade, ovvero potrà essere assiso nel luogo nella volontà pura e del desiderio creativo, Thelema, appunto. Non a caso la spada non sta solo a simboleggiare la capacità di discernimento ma anche la volontà ferma del mago che impone il proprio volere alla realtà. La magia, da questa prospettiva, sembra la naturale premessa implicita di tanta filosofia dell’Occidente, e dall’altro lato il suo coronamento, in quanto, come Evola comprende perfettamente, essa rappresenta l’attualizzazione dell’idealismo, in particolare quello gentiliano.

Il centro della questione è allora, per il mago, l’interiorizzazione del rituale, qualcosa di cui ci parla anche Mircea Eliade nei suoi studi sullo Yoga, studi che influenzeranno direttamente le intuizioni psicologiche del Novecento. Secondo Eliade infatti i ritualisti vedici compresero che i gesti che si compivano esteriormente nel rito potevano essere ricondotti per similitudine al cosmo interiore dell’uomo, per operare in analogia con l’esterno. Per prima cosa occorre imparare a rinominare gli oggetti e le azioni esteriori in un inedito vocabolario dell’interiorità. Lo scopo è quello di alimentare il tapas, l’ardore, la forza del desiderio che interiormente arde e che incessantemente crea. Se durante un sacrificio vedico si offre agli dei il soma, il burro fuso e il fuoco sacro, nella pratica ascetica si offre loro un sacrificio interiore, nel quale le funzioni fisiologiche si sostituiscono alle libagioni e agli oggetti rituali. La respirazione viene spesso identificata con una libagione interrotta. […] Questa forma di sacrificio è generalmente denominata sacrificio mentale. Noi la chiamiamo piuttosto interiorizzazione rituale. (M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, (1954) Rizzoli, Milano, 1999, pp. 113, 114).

Nicholas Roerich

Martin però ci vuole dare una ulteriore e importantissima indicazione: un nome. Sappiamo infatti che il nano Tyrion, è considerato l’alter ego dello stesso Martin. Figura intrigante, di uomo scaltro e ribelle, figura che sembra ricalcare quella del nano Margutte il mezzogigante, anche lui uccisore del padre, sovvertitore delle leggi, amante dei bordelli e delle prostitute, che ritroviamo nel poema del Pulci, di cui lo stesso Consolo si interessa. Tyrion è quindi un nome di grande rilevanza nella narrazione di Martin. Ebbene Aleister Crowley era solito farsi chiamare con un nome all’interno della cerchia dei suoi adepti. Questo nome è Maestro Therion, che in greco significa Bestia, con evidente allusione a Satana, al diavolo. Ora la pronuncia inglese del nome Therion è proprio Tyrion, personaggio che così può essere identificato con lo stesso mago Crowley e quindi, di rimando, con Martin stesso. Martin si identifica, attraverso il suo personaggio, con il mago Crowley, riprendendo quelle indicazioni che ci aveva fornito in Wild Cards!

Se quindi, come dicevamo in apertura, il senso ultimo del magico risiede nel superamento della divisione fra l’in sé e l’altro da sé, in un oltrepassamento analogico della categorizzazione razionale, il mago opererà in tal senso. E così farà lo stesso Tyrion-Crowley-Martin. Tyrion farà infatti incontrare Jon Snow e Daenerys Targaryen, ovvero i poli opposti, il Nord ed il Sud, il ghiaccio ed il fuoco. Scopo della stessa magia sessuale di Crowley sarebbe stata la creazione di un Mega Therion, cioè di una grande Bestia – tema che ritorna per esempio nel celebre film Rosemary’s Baby di Roman Polanski – e qualcosa di molto simile avviene proprio nell’ultima scena dell’ultima stagione di GOT quando Jon Snow e Daenerys giacciono nello stesso letto. Adesso siamo in grado di comprendere meglio i nessi impliciti che si intrecciano nelle vicende del Trono di Spade. Altro particolare non da poco riguarda la figura della Donna Scarlatta o Melisandre. Si tratta di Leah Faesi, sacerdotessa del Mago e co-officiante dei riti insieme a Crowley. Melisandre è una figura mitica legata all’archetipo di venere, per questo motivo è rossa. È bella di giorno e brutta di notte e partorisce spiriti maligni che uccidono come ombre nella notte. Melisandre è la grande prostituta di Babilonia che compare anche negli scritti di Crowley e attraverso la magia del signore della luce saprà riportare in vita Snow.

La prostituta di Babilonia - William Blake (1809)

La prostituta di Babilonia – William Blake (1809)

Ci possiamo chiedere, in chiusura, come mai il magico riemerga con tanta frequenza nella cultura pop, e quale giovamento possa trarne il grande pubblico che si trova ad aver a che fare con accenni, allusioni, simboli che spesso non risultano facilmente decodificabili. Più di frequente il fruitore medio si ferma all’aspetto più superficiale e spettacolare della fiction, oppure alla trama, ma il potere del simbolo è proprio quello di agire in ogni caso anche oltre la comprensione intellettuale. Unificare in noi gli opposti, sondare il lato umbratile dentro di noi, dialogare con l’inconscio, sono compiti che già Jung indicava come fondamentali ma allo stesso tempo molto pericolosi. È lui stesso a sconsigliare l’esercizio dell’immaginazione attiva, ovvero la pratica del dialogo con le immagini dell’inconscio, e sempre Jung era sull’orlo della pazzia mentre scriveva il Libro Rosso.

L’Evola più tradizionale ci dice del pericolo del moderno sovvertimento satanico in atto, per cui l’attenzione è sempre rivolta al basso e quasi mai all’elevazione della coscienza e dello spirito. Sempre Evola non userà parole clementi con le teorie di Crowley e se ci ritroviamo in un mondo pansessualistico, dove il sesso e l’ostentazione sono ovunque ma il desiderio svanisce, forse lo dobbiamo anche ad una mercificazione del sesso assolutamente contraria a quella di una metafisica sessuale, che segue le dottrine delle Tradizione.

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Possiamo davvero dire di essere di fronte ad una nuova epica? Certo, una volta chiarito il senso dell’ideale magico qui probabilmente sotteso, potrebbe anche trattarsi di quel compimento dell’umano che prende avvio con l’idealismo, ma dovremmo misurarne gli effetti nel pubblico. Ad ogni modo gli ideali omerici erano ben altri ed i modelli classici, per contenuti, raffinatezza e bellezza, rimangono, neanche a dirlo, irraggiungibili.