La vigilia di Natale del tetro 1975, Leonardo Sciascia cita Albert Camus in un articolo comparso sulle colonne de La Stampa in occasione dell’uscita della sua ficcante inchiesta La scomparsa di Ettore Majorana: «Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani». E a distanza di quarantaquattro primavere, come si vive? Il muro resta impenetrabile per i molti? Le regole spiegate da Mosca e Pareto sull’accesso all’élite da parte dei pochi sono le stesse? Già nel 1951, Camus, il poeta dell’allarme, secondo un altro poeta dei giorni nostri, Nicola Vacca, con il saggio di penicillina filosofica, L’uomo in rivolta, guardava alla nostra epoca cesellando tre sostantivi: delitto, dominazione, inganno.  

Mi rivolto, dunque siamo, dice lo schiavo di ogni tempo, elemento subordinato di un asse binario fortemente appannaggio del suo padrone, che ha tutto l’interesse di preservare la dicotomia signori-servi. Ogni nostro respiro è proiettato verso la rivolta, che è resistenza per la preservazione della vita. Essere è ribellarsi, vivere è rivoltarsi senza sosta, il respiro è una forma di giudizio atavico. L’uomo è la sola creatura che rifiuti di essere ciò che è, dice il genio di Radio Algeri, ma nella rivolta l’uomo difende ciò che egli stesso è, spedendoci in un vortice catartico di dilemmi, che volteggia dalla cicuta di Socrate passando per la Rivoluzione francese, dagli anarchici russi, dai totalitarismi del Novecento, per il Sessantotto, fino ad arrivare all’ardente sfida di Walter White in Breaking Bad.

Rivolta e rivoluzione, rivoluzione e rivolta: termini ontologici e assiologici che nel nostro tempo rimangono linguisticamente intatti, ma ideologicamente svuotati. Secondo il dizionario Treccani, parliamo di rivolta quando ci si ribella contro l’ordine e il potere costituito; sempre nel lemmario citato rivoluzione è definita come un

radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici. […] Processo rapido, e per lo più violento, attraverso il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle vigenti istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, sovvertono tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento.

Formalmente possiamo essere concordi che il gesto del rivoltoso nasce da una difesa a spada tratta della natura umana, intesa nella sua forma originaria hic et nunc, partendo da un’esperienza individuale e arrivando ad afferrarne il valore intrinseco. Il rivoluzionato istilla l’idea nell’esperienza storica, forgiando una nuova natura umana all’interno di un nuovo sviluppo storico.

Lo show dell’irragionevolezza, alimentato da cinica assurdità per via di una condizione priva di giustizia, porta l’essere a sposare la rivolta. Lo schiavo si alza in piedi, batte il pugno sul tavolo in pelle terzomondista del potere e dice no: c’è qualcosa per la quale vale la pena lottare, che necessità un tuffo tra il tutto e il niente, portando a far morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio. Il dissidente affronta due problematiche fondanti: il male e la morte. Un moto d’energia “sovrabbondante” annacqua il suo inconscio pauroso col coraggio: La rivolta frange l’essere e l’aiuta a traboccare – afferma Camus –, libera dei flutti i quali, da stagnanti come erano, divengono furiosi. Dostoevskij racchiude tale animus pugnandi nell’amore ancestrale per l’umanità spiegato da Ivan ne I fratelli Karamazov: Non c’è al mondo abbastanza amore perché lo si sprechi altrimenti che sull’essere umano. Un esemplare di rivoltoso leggendario tra i battenti della società occidentale è Federico García Lorca, fucilato dal regime franchista, del quale era tenuto oppositore, nelle campagne di Vízna il 19 agosto 1936. L’opera pittorica di Renato Guttuso, La fucilazione in campagna, raffigura vividamente gli attimi in cui il poeta di Fuente Vaqueros guardò con profondità in faccia il braccio armato del potere fuori controllo, declamando i suoi versi finali:

Tanto vivere…

perché?

Il sentiero è noioso

e non c’è amore sufficiente.

Tanta fretta…

perché?

Per prendere la barca

che non va in nessun luogo.

Amici, tornate!

Tornate alla vostra sorgente.

Non versate l’anima dispersa

nella coppa della Morte.

Albert Camus ci dimostra come nel corso della storia terrestre gli uomini più politicamente eruditi si servano della pragmatica della rivolta e della tecnica della rivoluzione per riciclare il potere, dimostrando con l’evoluzione dei secoli di aver imparato a padroneggiare in maniera efferata e scientifica tali mezzi per la scalata dell’olimpo gerarchico. Nietzsche afferma che per esigere un nuovo santuario, bisogna abbattere un santuario, è questa la legge. Rincara la dose, poi, contro i “distruttori seriali” che professano fresca democrazia armati di “grugno da porco” – lo stesso sollevato al cielo dal maiale Napoleone ne La fattoria degli animali di George Orwell –, sono miei amici coloro che vogliono abbattere, e non creare se stessi.

Albert Camus

Prendiamo come modello la rivolta di Spartaco, al tramonto dell’era antica e al crepuscolo mattiniero dell’era cristiana. Il condottiero riuscì a convincere schiavi da combattimento, i gladiatori, a seguirlo con la promessa di avere “pari diritti” e democrazia orizzontale dopo aver conquistato Roma e generato una società del sole. Inizialmente Spartaco partì con settanta uomini, in pochi giorni diventarono settantamila. La marcia verso la città eterna si arrestò improvvisamente alle porte della battaglia: l’esercito fu immobilizzato dalla paura. A questo punto il capopopolo decise di dare un segnale inequivocabile ai suoi soldati: fece crocifiggere un romano prefigurando il medesimo destino a chi avrebbe abbandonato la rivolta contro Roma. Il ribelle che respingeva il padrone con un gesto di autentica follia si trasforma egli stesso nel padrone. Spartaco morirà in battaglia sotto i colpi dei mercenari e lascerà un caso exemplum nella storia delle rivolte civili.

Possiamo osservare un altro modello di sostituzione del potere vigente: la Rivoluzione francese del 1789. Il pensiero libertino pone il diritto naturale in sostituzione del diritto divino. Il contratto sociale di Rousseau è il manifesto programmatico della nuova religione che ha come dio la ragione e si avvale della volontà generale del popolo per generare la propria democrazia. Il primo a criticare l’incedere dell’illuminismo borghese è Saint-Just, che osserva come nessuno può regnare senza colpe, dato che lo spirito con il quale viene giudicato il re sarà quello stesso con cui s’istituirà la repubblica in uno scenario che mostrava tutte le pietre squadrate per l’edificio della libertà e con le stesse si poteva costruire un tempio oppure una tomba. La ghigliottina azionata col gusto di abbeverarsi del sangue nobiliare, la decapitazione degli eroi giacobini della presa della Bastiglia, Danton e Robespierre, e l’annesso periodo del terrore degli anni successivi ai lumi che sfocerà nelle manie d’impero di Napoleone, offrono un campo di analisi costellato da molte ossa e poche virtù.

La presa della Bastiglia (Jean-Pierre Houël, 1789)

La stagione delle rivolte metafisiche porta l’uomo ad opporsi alla propria condizione e all’intero schema del creato, parlando agli dèi da pari a pari. L’uomo si deifica e idealizza le proprie azioni sentendo tra le sue mani un vigore e una potenza che lo portano al di là dei propri limiti. Camus spiega come

vi sono state epoche nelle quali la passione di vivere era così forte che prorompeva anch’essa in eccessi criminali. Ma questi eccessi erano come la febbre di un piacere terribile.

Da una parte abbiamo Immanuel Kant, che professa la sua rivoluzione illuminista in maniera occulta e nella seconda edizione della Critica della ragion pura paragona la sua filosofia non a una rottura con i dettami di Copernico, ma ad una “restaurazione speculativa”, dalla quale nascerà il trascendentale, cioè “un’organizzazione razionale e soddisfacente della realtà conoscibile”. Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, docet. Dall’altra cresce con passo visibilmente invisibile l’impostazione del delitto perfetto che legifera, con l’uomo che deve mettersi in riga con l’omicidio per garantirsi la sopravvivenza. Parafrasando Baudelaire, nasce negli anni del libertinaggio e del romanticismo l’epoca dei santi che frustano e freddano il popolo per il bene dello stesso. È Proudhon a togliere la maschera agli illuministi, dimostrando come la rivolta e la rivoluzione siano strumenti per il riciclo di un potere contraddittorio:

Che il governo possa mai essere rivoluzionario, implica contraddizione, e ciò per la semplicissima ragione che esso è appunto governo e non può essere rivoluzionario se non contro altri governi. I governi rivoluzionari sono governi di guerra.

I movimenti politici e ideologici ispirati da Hegel abbandonano la ricerca della virtù, portando nel panciotto l’assioma spirituale del filosofo tedesco: se la realtà è inconcepibile dobbiamo fabbricare dei concetti inconcepibili. Hitler sposa la visione hegeliana, e cavalcando il malumore populista verso i banchieri ebrei e verso l’Europa punitrice, imposta una rivolta pervasa di terrore irrazionale, che porta a trasformare i tedeschi in “bacilli planetari”. La persona è distrutta nell’ottica nazionalsocialista, scippata delle sue possibilità universali, come la riflessione, il senso di pietas, l’amore per l’altro. La propaganda disarmante del suo braccio destro, Goebbels, e la tortura dei nemici e dei dissidenti, sono le armi dirette per la creazione del pangermanismo, animato da uomini avviliti e cinici. Hitler si serve della rivolta per la disintegrazione di massa, urlando continuamente alla folla:

Se il popolo tedesco non è in grado di vincere, non è degno di vivere.

Fucilazione a Roma, Renato Guttuso

Se prendiamo d’esame l’anarchismo russo, possiamo comprendere, grazie a Camus, che il terrorismo può riassumersi nella lotta di un manipolo di intellettuali contro la tirannide, in presenza del popolo silenzioso. In Storia di un impiegato, Fabrizio De André, con il brano Sogno numero due, dimostra come il riciclo del potere si sia servito altresì dell’anarchico bombarolo per una duplice funzione: fare pulizia degli avversari; inglobare figure dal basso che sostituiranno i vecchi governanti.

Imputato ascolta,

noi ti abbiamo ascoltato.

Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo

piantata tra l’aorta e l’intenzione,

noi ti abbiamo osservato

dal primo battere del cuore

fino ai ritmi più brevi

dell’ultima emozione

quando uccidevi,

favorendo il potere

i soci vitalizi del potere

ammucchiati in discesa

a difesa

della loro celebrazione. […]

Hai assolto e hai condannato

al di sopra di me,

ma al di sopra di me,

per quello che hai fatto,

per come lo hai rinnovato

il potere ti è grato.

Ascolta

una volta un giudice come me

giudicò chi gli aveva dettato la legge:

prima cambiarono il giudice

e subito dopo

la legge.

Oggi, un giudice come me,

lo chiede al potere se può giudicare.

Tu sei il potere.

Vuoi essere giudicato?

Vuoi essere assolto o condannato?

L’ultima grande rivolta dell’Occidente è il Sessantotto: poderosa rivoluzione culturale che vedeva scendere in piazza milioni di studenti occidentali dopo i primi tumulti del maggio francese. L’obiettivo era abbattere i dogmi di una società ritenuta arcaica. Famiglia, università, lavoro, religione, sessualità, economia, argomenti che vengono analizzati dal Movimento con una chiave marxista. La storia dell’industria e dell’economia sono per i sessantottini i libri aperti sull’umanità. Secondo essi l’uomo nasce con la produzione e con la società. L’ineguaglianza delle terre, il perfezionamento rapido dei mezzi di produzione, la lotta per l’esistenza hanno rapidamente creato delle ineguaglianze sociali che si sono man mano polarizzate in uno scontro totale tra produzione, distribuzione e diritti dell’uomo. Queste lotte, definite di classe – e che oggi più di classe non hanno –, sono il principio-motore della storia. L’uomo che non ha niente, oggi è niente – sostiene Marx –, un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto – conclude. Pier Paolo Pasolini, il 16 giugno 1968, ci vede lungo sul percorso dei portabandiera del Sessantotto e dopo gli scontri a Valle Giulia tra studenti dai capelli lunghi e forze dell’ordine scrive questa una poesia su L’Espresso: Il Pci ai giovani!

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi

quelli delle televisioni)

vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio

goliardico) il culo. Io no, cari.

 

Avete facce di figli di papà.

Vi odio come odio i vostri papà.

Buona razza non mente.

Avete lo stesso occhio cattivo.

Siete pavidi, incerti, disperati

(benissimo!) ma sapete anche come essere

prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:

prerogative piccolo-borghesi, cari.

 

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti,

io simpatizzavo coi poliziotti.

Perché i poliziotti sono figli di poveri. […]

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento

di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte

della ragione) eravate i ricchi,

mentre i poliziotti (che erano dalla parte

del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,

la vostra! […]

Per chi, intellettuale o operaio,

è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea

che un giovane borghese riempia di botte un vecchio

borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera

un giovane borghese. Blandamente

i tempi di Hitler ritornano: la borghesia

ama punirsi con le sue proprie mani.

Sempre Pier Paolo Pasolini sferra sul grande schermo un’allegoria di matrice dantesca del potere senza volto del dopoguerra che scuoia le carni dei giovani sottoproletari: Salò o le 120 giornate di Sodoma. La società dei consumi del secondo Novecento prega instancabilmente il progresso, dio pagano che beve solo dal cranio dei nemici che ha annientato. La smania di sviluppo, dominio e benessere serpeggia sempre più veloce arrivando fino in un Duemila, animato dall’idea dell’avvenire dell’uomo, che è la minuscola proprietà che i padroni concedono ai servi di un meccanismo perfettamente oliato e infallibile. Maistre afferma che è eretico chi ha idee personali e colui che prova a sfuggire all’intorpidimento del conformismo funzionale viene emarginato e progressivamente soffocato nell’oblio.

Pier Paolo Pasolini

Camus è lapidario parlando dell’era degli enormi capitali sul pianeta blu:

Il capitalismo è oppressore per il fenomeno dell’accumulazione. Opprime per il suo essere stesso, accumula per accrescere questo suo essere, sfrutta in proporzione e, progressivamente, accumula ancora. […] Siamo in purgatorio e ci si promette che non vi sarà l’inferno. […] La volontà di potenza è venuta a dare il cambio alla volontà di giustizia, dapprima fingendo d’identificarsi con essa, e poi relegandola chissà dove al termine della storia, in attesa che non resti sulla terra nulla da dominare.

La rivolta e la rivoluzione sono ancora vive e vegete nell’universo capitalista. È crollato l’ideale di André Breton, che asserisce che la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che ancora non esiste. Jaspers ci aveva visto lungo, sottolineando che l’uomo non sarebbe mai stato in grado di affinare una strategia che racchiuda la totalità dell’universo poiché egli è immerso completamente nello stesso, essendone condizionato e condizionando l’altro con ogni sua azione in un effetto domino che va dagli States allo Yemen. Quando Giorgio Gaber incontra Karl Marx in un prodotto onirico destinato al teatro, intitolato il Sogno di Marx, si rende conto che la produzione foraggiata in maniera schizofrenica dall’uomo ha raggiunto una dimensione incontrollabile e che le classi sociali non esistono più, togliendo tutti i punti di riferimento possibili all’essere, diventato conformista e gaudente di aver attraversato da pedina La domenica delle salme cantata da Fabrizio De André. Il percorso de L’uomo in rivolta di Camus determina che lo schiavo di un tempo, oggi servo dell’edonismo, sussurri a un interlocutore inesistente, mi rivolto, dunque, sono solo.

Oggi l’inganno e la confusione spadroneggiano: passano per rivolte autentiche i viaggi di una teenager svedese pagati profumatamente dall’asse democratico europeo, con la speranza che il movimento green alimentato dai social riporti una pseudo-sinistra al centro del Vecchio Continente; non si comprende la fonte di nutrimento dei gilets jaunes, a ogni piè sospinti dal fronte internazionale dei populismi, che vuole affondare definitivamente l’asse Macron-Merkel e togliere la possibilità a Soros di riafferrare i destini finanziari dei Paesi europei, che oggi vengono opzionati da Steve Bannon. Si comprende, fortunatamente, come la rivolta aizzata da Guaidó contro Maduro sia l’ennesima puntata dell’imperialismo energetico americano. Si comprende, maledettamente, come le piccole rivolte dei pastori sardi, dei contadini pugliesi e dei lavoratori sfruttati in giro per il mondo non servano a niente: le sorti dell’intera società mondiale sono in mano a lobby di alta finanza che controllano e finanziano governi e organi di informazione, servendosi di intellettuali adepti per la diffusione di idee di finta democrazia orizzontale e azionando il bottone della rivolta o della rivoluzione quando è il momento di afferrare nuove fonti energetiche o di riciclare i tecnocrati del potere.

La società dei consumi, che attraverso la politica marketing stordisce le popolazioni con le pillole dolci e destabilizzanti del benessere e del dominio sul vicino, blocca il pensiero dell’uomo 3.0. Egli è un Walter White perenne: la serie televisiva Breaking Bad, ideata da Vince Gilligan, narra l’ultimo esemplare di rivoltoso tra gli ingranaggi dell’ultra-contemporaneità. Un docente di chimica che ha talento e titoli per poter raggiungere un posto al sole con la sua famiglia, si ritrova ad essere ritenuto un inetto a causa delle sue buone maniere. Sisifo per lui ha pensato a un masso pesantissimo: gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni quasi senza speranza di guarigione. Non ha soldi per le costosissime cure e oltre ad avere un figlio invalido, sua moglie aspetta una bambina. Al collasso sull’orlo del precipizio, il professor White s’ingegna e usa tutto il talento coltivato nella chimica per sfidare la società americana che lo sta per seppellire: cucina metanfetamine con un suo vecchio alunno e affronta i narcos messicani per guadagnare una caterva di denari utili all’indipendenza economica della sua famiglia, che presto lascerà per sempre. Riesce nel suo intento nonostante versi in condizioni di salute estremamente precarie e avendo un cognato che lavora nella Dia, squadra narcotici. L’opera filmica dimostra come la vera rivolta umana oggi possa solo ed esclusivamente essere individuale e contro un’ingiustizia privata subita, poiché sfugge alle dinamiche degli ingranaggi sociali.

Il cinema, la musica, la letteratura, il teatro di qualità possono restituire lucidità all’individuo spersonalizzato che è elettore di un potere spoliticizzato. Come osserva Albert Camus, solo l’arte può farci comprendere il vero senso della rivolta e solo nell’arte essa ha la sua più compiuta espressione:

Shakespeare, Cervantes, Molière, Tolstoj hanno creato un mondo sempre pronto ad appagare la fame di libertà e di dignità che l’uomo necessita. Quando il grido più lacerante trova il suo più fermo linguaggio, la rivolta appaga la sua vera esigenza e trae da questa fedeltà a se stessa una forza di creazione. Sebbene ciò urti i pregiudizi del nostro tempo, il più grande stile in arte è l’espressione della rivolta più alta. Come il vero classicismo non è altro che un romanticismo dominato, il genio è una rivolta che ha creato la propria misura.