La maggioranza giallo-verde esulta per un +0,2% di PIL che segnerebbe il risveglio dell’Italia dall’incubo della recessione. L’opposizione ribatte che la cifra è troppo esigua (rispetto forse alle percentuali boom di Trump in America?) per poter dare un giudizio positivo della politica economica della maggioranza populista. Curiosamente, un argomento sembra essere uscito di scena: quello dell’impatto positivo degli immigrati sul sistema paese. Eppure era un tema che ha dominato parecchi anni di discorso politico: gli immigrati rivitalizzano l’economia, gli immigrati sostituisco i giovani italiani troppo choosy nei lavori che essi non vogliono fare, gli immigrati pagano le pensioni. Forse laddove cessa la diatriba politica si rende possibile un ragionamento pacato su questo controverso problema. E sorge una domanda: esistono analisi caratterizzate da un sufficiente crisma di scientificità riguardo all’impatto degli immigrati sull’economia di un singolo paese?

Nel libro di Daniele Scalea Immigrazione. Le ragioni dei populisti pubblicato dalle edizioni Historica si cerca di rispondere al quesito, da un punto di vista che evidentemente è benevolo nei confronti dei populisti. Anche questa prospettiva in un dibattito democratico deve essere ovviamente contemplata e comparata ad altre.

Scalea ricorda dati un po’ impietosi come punto di partenza: solo il 14% di coloro che giungono in Europa scappano realmente da guerre e persecuzioni politiche. La gran parte degli approdati è fatta dunque di migranti economici e la loro accoglienza per ovvia necessità morale deve essere bilanciata con le esigenze dei disoccupati europei, ovvero di quei giovani e meno giovani che vorrebbero – soprattutto in Italia – “migrare” da una condizione di forzata inattività a una di lavoro retribuito.

In questo scenario non paradisiaco come va ad impattare l’immigrazione? È giustificato il “pregiudizio” che l’afflusso di lavoratori immigrati produca l’effetto di tener bassi o addirittura peggiorare i salari? Per Scalea sembra proprio di sì… con una specificazione importante:

Secondo Rowthorn – scrive l’autore – l’immigrazione può dare effetti positivi su occupazione e salari se avviene in un’economia in espansione; nel caso di una economia stagnante o in recessione gli effetti saranno più plausibilmente negativi. La cosa importante da notare è che lo studioso britannico fa riferimento al caso di un flusso immigratorio limitato nel tempo, mente un afflusso costante – qual è quello che stiamo sperimentando in Europa – può annullare gli effetti positivi in ogni caso. Uno studio governativo britannico ha confermato che, in epoca di difficoltà economica del Paese, l’immigrazione può avere un effetto tanto negativo sull’occupazione da costare agli autoctoni 30 posti di lavoro per ogni 100 nuovi immigrati.

Le società multietniche vengono presentate come il massimo della modernità e dell’immigrazione, ma secondo le fonti citate da Scalea proprio un afflusso non ponderato di migrati può frenare l’innovazione tecnologica nel mondo del lavoro. Perché innovare se si ha una continua disponibilità di nuova manodopera disposta a lavorare a costi di lavoro sempre più golosi (per il datore di lavoro…)? Come a Roma antica la disponibilità di schiavi smorzava l’impulso allo sviluppo tecnologico così oggi le società multietniche stanno perdendo terreno nel campo della creatività. E qui possiamo aggiungere ai dati del libro una notizia certa e recente: la minuscola, mono-etnica Corea del Sud ha superato la grande e proteiforme Germania merkeliana, benché quest’ultima si sia arricchita ultimamente del brillante apporto di immigrati turchi, mediorientali, nordafricani…

D’altra parte la diversità che esplode nel giro di pochi anni trasformando il volto di interi quartieri mina la fiducia sociale. Quella fiducia “comunitaria” che nei piccoli paesi dell’Italia tradizionale consentiva ad esempio di lasciare la macchina aperta, anche con le chiavi vicino o a Stoccolma la bicicletta incustodita vicino a un muro. Ne sanno qualcosa gli Svedesi che nel giro di pochi anni hanno conosciuto una insicurezza del vivere legata a una criminalità inaudita: una criminalità fatta non solo di “ladri di biciclette”, ma soprattutto di predatori e stupratori…

In una società multietnica i nuovi arrivati tendono a organizzarsi in lobby e cordate, per cui l’effetto è che gli autoctoni cominciano ad essere discriminati. D’altra parte questa situazione è stata teorizzata e scientemente perseguita: la cosiddetta discriminazione positiva a favore delle minoranze è a ben vedere una odiosa discriminazione nei confronti dei “communer” declassati a cittadini di serie b. Beninteso, i danni vengono subiti dagli autoctoni delle fasce popolari, dal momento che secondo Scalea i più ricchi se ne avvantaggiano, usufruendo di manodopera o collaborazione domestica a prezzi ribassati.

Qui arriviamo a un punto concettuale molto importante: gli immigrati accettano lavori che gli autoctoni non vogliono fare? No, precisa Scalea: gli stranieri in realtà accettano “salari” che il comune senso di giustizia sociale dei paesi europei fino a ora considerava irricevibili.

E questa accettazione perdura a condizione che gli stranieri vengano lasciati in una condizione di minorità e ghettizzazione. Se è vero che l’obiettivo da perseguire è la “integrazione” è facile supporre che un domani neppure i nuovi cittadini accetterebbero di buon grado di compiere lavori in condizioni oggettivamente semi-schiavistiche, a meno di ipotizzare un regresso dei diritti del lavoro all’epoca della prima industrializzazione…

Vi è un ricercatore che Scalea cita volentieri e che rappresenta il massimo della “scorrettezza politica”, Borjas: volendolo rapportare a personalità del mondo politico italiano potremmo definirlo come l’anti-Boldrini e l’anti-Boeri per eccellenza. George Borjas della Harvard university sostiene che i flussi migratori sregolati hanno l’effetto di paralizzare la mobilità sociale all’interno del sistema paese che li accoglie e che i nuovi immigrati finiscono col danneggiare la condizione salariale non sono degli autoctoni ma anche degli immigrati di più antica data (spesso meno assistiti e generalmente giunti in condizioni di maggiore regolarità).

Questo ultimo dato viene generalmente ignorato dalle sinistre e dai clericali che parlano degli immigrati come un blocco granitico, esattamente come decenni fa si parlava della classe operaia… salvo poi scoprire che in Francia agli immigrati di vecchia generazione capita adesso di votare Marine Le Pen, per la sorprendente ragione che già all’inizio degli anni Duemila votavano il più sanguigno Jean Marie Le Pen, l’ex paracadutista dell’OAS. E che in America i latinos cittadini americani non vogliono confondersi con altri latinos arrivati sull’onda di quello sfondamento furioso dei confini che i Democratici predicano. Ci sono precise ragioni economiche in queste reazioni e solo un miope potrebbe catalogarle come forme di razzismo intra-etnico.

George Borjas

In definitiva Scalea ribadisce una convinzione di Debray (di Debray e non di un leader di estrema destra…): quella per cui il “senzafrontierismo” sia la fase suprema dell’economicismo neocapitalista e rappresenti il ritorno in grande stile della legge del più forte.

Raccontava un amico recentemente scomparso di aver incontrato un riccone negli USA col cappellaccio alla Jay Ar che era schiettamente razzista e nello stesso tempo favorevole al multi-etnicismo e alle frontiere aperte. Diceva:

non c’è problema, basta avere una casa ben blindata e avrai sempre manodopera e servizi a bassissimo prezzo.

Come volevasi dimostrare, direbbe Scalea acquisendo questa schietta testimonianza.