Ugo Tognazzi aveva una voce tutta sua. Ineguagliabile con quel tono ruvido, nasale, lombardo. Di una simpatia irresistibile, le sue battute in rapida sequenza erano e sono versi di un poema comico guascone del dopoguerra italiano. Ci sono personaggi che hanno il naturale dono di potersi permettere di pronunciare oscenità e volgarità nobilitandole, rendendo la merda oro. Mica tutti ci riescono, tutt’altro. Quante volte ci si imbarazza di fronte a clown maldestri, il cui repertorio è una squallida rassegna di peti, culi e vaffanculi? Tognazzi, no di certo. Sta nella voce, nella simpatia innata, in un dono appunto. Tognazzi, che non fu solo un comico ma un attore poliedrico di eccezionale bravura, uno dei più grandi della cinematografia in Italia, era uno di questi rari personaggi. Di esempi ce ne sono a bizzeffe, nei suoi film più famosi e non, come in quell’apparizione fugace nel divertente film Sono fotogenico del 1980 con la regia di Dino Risi e con protagonista Renato Pozzetto, bighellone provinciale ingenuo, goffo, simpaticissimo.

Minuto 3:50: Ugo Tognazzi fa la sua tonante entrée sulla scena. Un cameo a sorpresa, che è lampo di genio che dura quattro passi sul palcoscenico e una manciata di secondi, ma sufficienti per firmare la pellicola con:

Scusate il ritardo ragazzi, ma alle nove e mezzo in punto, caschi il mondo, io devo cagare.

Poesia goliarda in un pugno di parole, una pillola comica. Pronunciatele anche voi ad altissima voce ovunque voi siate mentre leggete l’articolo, alzandovi in piedi, sul bus, in un’aula universitaria, in ufficio, in trattoria. Lascerete tutti di sasso, ci scommetto. È possibile che qualcuno chiami la neuro per farvi giustamente internare.

Quella battuta, declamata dal Tognazzi ha invece un effetto dirompente – esilarante – reboante, un petardone d’artista dal fragoroso scoppio in risa. È artefice dello stesso effetto di umorismo bombarolo in diverse scene del celeberrimo Amici Miei di Monicelli, con Philippe Noiret, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Duilio Del Prete, poi dall’Atto II° Renzo Montagnani, e naturalmente lui nelle vesti lise del Conte Lello Mascetti, vessillifero della supercazzola, rapida sequenza di nonsense per sconcertare e rintontire vigili urbani, preti e suore. Una supercazzola è una raffica di parole senza logica alcuna, un pasticcio senza capo né coda ma detto con convinzione e serietà per lasciare attonito l’interlocutore che frastornato non capisce ma tenta di capire lo stesso, ignaro di essere preso per i fondelli, instupidito sopra ma prematuramente, in scribacchi confaldina e col tarapìa tapiòco, considerando uno ad uno i fattori irregolari, ma si badi bene, senza direttore, ogni minuto è prezioso, presto, il professor Sassaroli! Che scenda! Ma attenzione: con lo scappellamento a destra, come se fosse antani. Capito, no?

Pronto Titti? Ma dove cazzo eri, è da due ora che ti chiamo!

Oppure, sempre in ambiente ospedaliero, commettere stalking telefonico a tarda notte, con forte intento erotico ed espressione allupata:

Descrivimi minuziosamente come sono fatti i tuoi capezzoli!

Nella saga di Amici Miei il nostro Tognazzi interpreta il conte Raffaello “Lello” Mascetti nobile fiorentino di antica casata, ma decaduto male, senza più un picchio di un quattrino, un incorreggibile burlone erotomane sommerso dai debiti e inseguito da pignoramenti e strozzini, che però si vanta:

Sì … sono un disgraziato! Ma non me ne frega niente, va bene?!? C’ho 55 anni, ma la volete capire che la vita è una sola; una sola la capite sì o no? E non ritorna un’altra volta … per un mese ho vissuto come ai bei tempi, quando i conti Mascetti andavano in giro con l’Isotta Fraschini, lo chauffeur, il maggiordomo e un orso bruno al guinzaglio … io in cinque anni mi sono fatto fuori tutto il patrimonio mio e quello di mia moglie Alice … eh sì, e calcolato al giorno d’oggi sono 5 o 6 miliardi e me ne vanto, me ne vanto miei cari! E senza contare che adesso è arrivato quel ragno, che mi ha fatto ringiovanire di 20 anni. Fate largo, fate largo! Piccoli borghesi bottegai filistei. Il conte Mascetti per l’ultima volta saluta, e se ne va. Non vi preoccupate ragazzi. Tra tre giorni m’ammazzo.


Conte Lello Mascetti, uno stile di vita. Ma Ugo Tognazzi non è di certo solo il Conte Lello Mascetti. Oltre al tanto che ha dato al cinema italiano, ha scritto un libro che reputo essere una vera chicca da riscoprire, un’appetitosa e golosa rassegna di cibi e ricordi, un testo di aneddoti al dente e un ricettario ultra-calorico di storie da ridere e ricette da morire.

Ugo Tognazzi è L’Abbuffone. Gli pare di essere attore per hobby; la vera vocazione è per i fornelli. Possiede un enorme frigorifero di legno con finestrelle per il voyeur di formaggi e salami che riposano nelle cellette. Il frigorifero di Tognazzi è la sua cappella di famiglia. Talvolta s’inginocchia davanti al tempio. Nel sangue gli scorrono globuli bianchi, globuli rossi e salsa di pomodoro. La sua musica preferita è lo sfrigolio del soffritto, adopererebbe volentieri come dopobarba il profumo del ragù. Scrive il suo Amarcord cremonese di ricette, sapori, confessioni viscerali autogastrobiografici: BUCATINI PATRIOTTICI – MY CHERBOUNERAU (la mia carbonara) – MAIAL TONNE’ – COGLIONI DI TORO AL PERNOD.

Sono ricette, grassi esperimenti, alchimie di sapori e burro, tanto burro, burro a mattoni da sciogliere e rosolare per amalgamare irrobustire insaporire. Come ci ricorda una parodia di pubblicità anni ’60: BURRO è buono e ti fa bene. Consigli nutrizionali: il burro è scivoloso. Ecco perché dobbiamo mangiarne il più possibile per lubrificare le vene e le arterie. Tognazzi è di Cremona, sponda Nord del fiume Po, città lombarda di confine con l’Emilia-Romagna. Oh, già due nomi geografici italiani e mi viene in mente cibo in libere associazioni alimentari del pensiero: Cremona – una grande, esagerata coppa di cristallo con dentro una montagna di crema alla vaniglia. Emilia Ro/magna – magna, imperativo del verbo magnare; magnare un vassoio intero di salami, prosciutti, mortadelle, coppe, culatelli.

Ma non divaghiamo con le sciocchezze, ricomponiamoci, e asciughiamo la colata di acquolina sul piccì. Eravamo rimasti al burro, primo elemento e conditio sine qua non di varie ricette de L’Abbuffone. Giusto, essendo l’autore originario del cuore della Pianura Padana, per lui il burro è l’ingrediente tradizionale della cucina, così com’è per tutti i lombardi e i piemontesi e il Nord Italia in genere, a differenza delle genti di mare e del Centro-Sud, il cui retaggio mediterraneo è l’olio d’oliva come fondamento numero uno di antipasti primi secondi; queste sono due Italie (che come per magia possono essere moltiplicate in innumerevoli Italie diverse a seconda della straordinaria moltitudine di ricette) dalle storie, geografie, influenze diverse.

Burro e olio, Nord e Sud, nessuna competizione tra loro, e perché mai dovrebbe esserci (benché Tognazzi a sua detta abbia sostenuto una vivace querelle con un suo caro amico napoletano; oggetto della lite: le uova sono meglio fritte all’olio o al burro?), semmai due “scuole” differenti, rami principali della cucina italiana da cui si diramano un’infinità di piatti diversi. La varietà gastronomica che è la principale caratteristica e punto di forza della tavola nazionale, senza rivali al mondo. Abbiamo quasi 5.000 prodotti tipici e un numero INCALCOLABILE di ricette regionali, forse 10.000, forse di più!

Ricchezza straordinaria: ad esempio, il sottoscritto, che è piemontese, sa che se a pranzo sarà ad Asti e per cena a Vercelli, godrà di menù completamente diversi, in appena 60 chilometri di strada. Dunque la cucina nazionale come costellazione di una miriade di sapori, ingredienti, piaceri, va ad inserirsi benissimo in un più ampio contesto storico e di eredità geografica. Assieme all’arte, alla cultura, al patrimonio millenario, la cucina entra di merito nel nostro grande tesoro di culture, genti, magnifiche diversità e piatti fumanti. Un’ eredità di differenze, anche culinarie quindi, che contribuiscono alla nostra bellezza senza pari. In Italia, non si smette mai di scoprire e di assaggiare.

Tornando al nostro eroe l’abbuffone Ugo Tognazzi, al venerdì sera ha la minacciosa abitudine di invitare amici alle temute cene dei dodici apostoli, pericoloso ibrido tra cucina e cabaret, in cui gli ospiti sono tenuti a giudicare i suoi piatti spericolati da una scala di voti compresi tra straordinario e grandissima cagata. In compagnia di altri suoi illustri colleghi, recita ne La grande bouffe come suicida gastronomico. Battute:

Una buona tazza di cioccolata verso le undici apre lo stomaco per il pranzo.

 

Ho pensato a un menù incredibile: il Menù del Cazzo.

 

Grande uccellata e festa del pesce offerta da quattro donzelli ghiotti e golosi a tre gioconde fanciulle in dodici porcate.

Nel suo libro L’Abbuffone dosa i ricordi come fossero ingredienti di un gioioso banchetto con un accenno di retrogusto agrodolce, un sapore di leggera malinconia per una vecchia Italia dissolta in nebbie industriali. Che buffa nostalgia quando giovanissimo se ne va a laurà al salumificio Negroni (diporto perfetto con salame Negronetto). Grugniti di morte lo accolgono all’ingresso dello stabilimento ogni mattina, puntuale nel solito ritardo. Lui fa l’impiegato, un pischello a lavorare malavoglia di conto, con la scrivania rivolta verso il muro, sorvegliato a vista dal capoufficio che spia le schiene curve sulle scartoffie salumaie, mentre l’attività si sincronizza con lo sgozzamento di 500 maiali, in un concerto truculento di lame e urla di animali, fino al pomeriggio, quando regna un lugubre silenzio

perché nel pomeriggio i maiali diventavano salsicce, salumi, prosciutti e noi impiegati tramutavamo in numeri tutta quella carne insaccata.

Ma che palle la ragioneria dell’affettato; meglio mangiarselo l’affettato che renderlo cifra contabile, e il ragazzo Ugo allora appena può scappa al cesso a stabaccare clandestino, o a brevettare e raffinare la tecnica delle due del pomeriggio, quando lo assale la classica botta di sonno a cui pone rimedio infilando una grossa gomma sulla punta della matita. Poi brandendo una penna con la mano destra come inganno e appoggiando il gomito a solidi libri contabili per ben ancorarsi, riesce ad appoggiare il mento sulla gomma della matita tesa come un pugnale sulla scrivania, e godersi la sua sana, giusta, immeritata pennichella delle ore 14 zero zero in un magico bilanciamento tra la testa avvolta dai sogni e la matita colonna di Morfeo. E il capoufficio ignaro imbecille; finché un giorno, causa una pernacchia partita imprudente, il capoufficio sbatte fuori a calci in culo il giovane impiegato dal salumificio. Il licenziato abbandona testa china il reparto con la funebre colonna sonora del duecentosettantesimo maiale sgozzato della giornata.

Gli tocca la leva; arruolato in marina, proprio lui che una volta stava finendo affogato nelle placide e limacciose acque del Po, ma a quanto pare, saper nuotare, in marina, è l’ultima cosa. La guerra lo sorprende come marinaio furiere Tognazzi, affettuosamente soprannominato “testicolo” dal capofuriere e al ricordo sotto le armi associa la ricetta CANNOLICCHI MILITARI: ovvero un abbondante e robusto minestrone da caserma di pasta in formato di ditalini rigati.

I primi passi sul palcoscenico li fa proprio durante la sua esperienza marinaia; recite comiche, varietà, cabaret, 8 settembre del ’43. Al teatro Ponchielli va in scena lo spettacolo “pro armi alla Patria”, lo sponsor è un’impresa di pompe funebri, e sipari e tendaggi sono tenebrosi drappi neri di quelli usati per i funerali, riciclati da altre esequie. Sul palco d’onore sua eccellenza Farinacci il ras di Cremona, che con scarso sense of humor non gradisce molto una certa satira pestifera e si rischia grosso, si rischia la Germania con il filo spinato. Fugace militanza nelle Brigate Nere cremonesi, collaborazione con Walter Chiari in Radio Fante – una delle voci di Salò, ma non è che sia troppo convinto nella sicura vittoria finale con le armisupersegrete dell’alemanno alleato, perché in fin dei conti a lui interessa solo recitare, a differenza dell’amico Bill. L’amico Bill fermissimo crede ancora nella fantasiosa vittoria e gli dice che quando si crede in qualcosa bisogna andare fino in fondo. Anche Bill si ricrederà completamente due anni dopo, nascosto dentro un baule di vestiti di scena, su un camion con destinazione il Sud Italia, per scampare dai regolamenti di conti con i nuovi eroi e dal muro. A salvargli la vita è Ugo Tognazzi.

Il dopoguerra è di gran fame e di cinghia tirata; ma arrivano lo stesso mogli e fiancée in rapida rassegna, straniere per trasgredire alla vecchia regola di saggezza popolare mogli e buoi dei paesi tuoi. La prima moglie, Pat l’inglese, ballerina d’Albione non più leggiadra, spadella in cucina il suo piatto forte di Gran Bretagna: patate lesse schiacciate e spacciate svergognate come purée di patate. Tempo dopo seguono i giorni del pied-à-terre milanese con Ingrid la svedese, vichinga dalle grandi tette missilistiche, nudista d’appartamento, lupa wagneriana e avvinazzata grave. La sorprende nel cuore della notte tra una sessione d’alcova e l’altra, nella penombra del tinello della cucina, a tracannare beata lunghi sorsi barbari dal fiasco di Chianti di terz’ordine. Più ne manda giù quell’idrovora umana di Scandinavia, più s’infoia di sesso selvaggio.

Una valchiria da materasso. “Porco!” Gli dice con occhi liquidi di lussuria enologica quando lui le fa la sorpresa di un fiasco sistemato sul comodino al posto dell’acqua minerale. “Porco!” E s’inizia il ballo delle molle del materasso, con quella svedese impazzita che scambia un Chianti malandato in beveraggio da bordello. Uno, due fiaschi per notte. All’alba, la camera da letto sapeva di osteria. L’idillio porcaccione degenera presto una notte quando la soave e delicata Ingrid, ubriaca marcia di vinaccio rosso, si tramuta in un hooligan cannibale e all’apice dell’orgasmo da taverna molla una bottigliata da saloon al povero Tognazzi che tramortito e sanguinante è costretto a trascinarsi al telefono per invocare l’aiuto dei carabinieri che arrestano la belva di Svezia e il suo fiasco di droga. “Porco!”

Atmosfere dense di vita vorace come l’aneddoto della festa romana all’Olgiata, dove l’attore ora più che affermato e famoso trova conforto in una nana pugliese sui trent’anni. Brunetta, grugno paffuto alla Disney, vestito charleston. Con la nana pugliese s’intrattiene in un appassionato dialogo erotico-culinario che cresce di eccitata intensità quando s’inventano gli SPAGHETTI ALLA BURRATA e fantasticano di profumi avvolgenti, ingredienti golosi, dosaggi da occlusione arteriale coronarica fino a perdere la testa avvampati da frenesia gastrosessuale ed essere scoperti dalla sbigottita padrona di casa nudi in salotto. Sesso & cucina: connubio già visto nelle camere di incorreggibili goderecci; ricordo l’esempio del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II, soldato, cacciatore, amante della austera vita militare, ma anche della buona tavola e delle generose curve di ragazze popolane, procaci se non addirittura giunoniche.

Ne è l’ovvio esempio la scelta della sua favorita, Rosa Vercellana “la Bela Rosin” formosa fanciulla d’Ottocento sabaudo premiata con il titolo di contessa di Mirafiori e dotata di canoni di bellezza direi ben diversi da quelli attuali, ma che incarnò il rifugio privato del sovrano, un’oasi di benessere semplice ed intimo, quasi borghese, culinario ed erotico. Il re odiava galà e ricevimenti e la sua idea di relax e di felicità era fuggire dall’etichetta di corte per andare a caccia e per farsi sollazzare dalla sua bella con piatti di tajarin, agnolotti, cinghiale in civet e vino Barolo. In un’epoca di sposalizi per interesse, per discendenza, per ragion di stato e di cassa, Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana si amarono per davvero. Cucina e sesso, passione e Piemonte, carne e sentimento.

Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana

Una cultura del gusto e del sapore che tocca, anzi palpa, l’erotismo che è presente nel libro di Tognazzi L’Abbuffone. Monta alla pecorina sul tavolo della farina: una rima d’effetto, eccessiva, come per esagerare mangioni pantagruelici al pranzo della domenica con un tris di lasagne. Ma sì, esageriamo, checcefrega, sediamoci a tavola con il maestro Ugo Tognazzi, attore per passatempo cuoco per vocazione; che il tovagliolo sia il nostro mantello da cavalieri del vassoio, in alto le forchette come tridenti da gladiatori della tovaglia, non temiamo né gotta né infarti; orsù, che entrino le portate tognazziane:

1) BRIOCHE AL TARTUFO;

2) COSTINE ALLA MAO;

3) ORECCHIETTE AL SUGO BASTARDO;

4) RISOTTO LONGOBARDO;

5) RISOTTO ALLA SALSICCIA DI CASTRATO;

6) SPAGHETTI ALLA SGUALDRINA;

7) LA CHECCA SUL ROGO (spaghetti conditi a crudo con pomodori sammarzano, olio e basilico);

8) RISOTTO DEI CARAIBI;

9) STINCO DI SANTO;

10) FILETTO STROGONOFF COME MI PARE;

11) ABBACCHIO O AGNELLO ALLA PECORINA;

12) OSSOBUCHI GIGANTI;

13) ROGNONE BOURGUIGNONNE;

14) MAIALINO ALLO SPIEDO E MAIALINO AL FORNO CON RIPIENO DI CASTAGNE;

15) OSSOBUCHI GIGANTI.

E per dessert, assieme ad una dolce BAVARESE DI TETTE, una sua massima eterna strapaesana:

Una volta c’era una nonna, una mamma, una campagna, un orto. Ricreiamoli. Dipende da noi.

E per caffè e come ammazzacaffè, due mie facezie:

+ Trattorie

– Masterchef

Ovvero in cucina meno tivvù, più ragù.