E’ passata sotto silenzio, nei giorni scorsi, una notizia che avrebbe meritato certamente più clamore mediatico, perché di rilevanza fondamentale per capire in quale direzione si stiano evolvendo i rapporti di forza tra le varie aree e tra le diverse classi sociali del Paese. Infatti, nell’ambito dei costanti tagli alla spesa pubblica, è saltato il rifinanziamento di cento milioni di euro destinati agli LSU (Lavoratori Socialmente Utili) di Napoli e di Palermo. Non è da sottovalutare la portata dell’evento; per il ruolo storico svolto, nel corso del tempo, da queste categorie di lavoratori, è possibile riflettere sull’andamento generale della struttura socio-economica del Paese. Nicola Zitara, autore marxista che si è occupato principalmente della storia del Mezzogiorno italiano nel contesto capitalistico internazionale, in un articolo definì questi lavoratori come “Socialmente Inutili”. Al di là del gioco di parole, non era rabbia personale, o invidia, a far scaturire il duro giudizio di Zitara. Nel Mezzogiorno, la figura degli LSU non può che essere ricollegata ad un fenomeno più generale, che è quello dell’assistenzialismo, mirante sia ad aumentare la domanda di beni aumentando il potere d’acquisto, sia a mantenere intatto un equilibrio sociale già precario per fenomeni di lunga data come gli alti tassi di disoccupazione.

Praticamente dal 1880 in poi, ma, se si vuole, anche dall’Unità stessa, il Mezzogiorno d’Italia è stato costretto ad assumere il ruolo di colonia di consumo: era, cioè, compito delle regioni meridionali, costrette alla mancanza di un apparato industriale sul proprio territorio, quello di contribuire in maniera preponderante a sviluppare la produzione delle regioni settentrionali. Soprattutto dal secondo dopoguerra, quindi, quando l’assistenzialismo verso le regioni meridionali ha assunto proporzioni più notevoli, questo ruolo di sfruttamento del Mezzogiorno come consumatore interno è stato nettamente amplificato: ed è questa una delle ragioni dello sviluppo industriale di una certa portata che si è verificato nel ventennio post-bellico nel cosiddetto triangolo industriale. Condizione fondamentale di ciò era, naturalmente, fornire alla popolazione delle regioni meridionali del Paese un potere d’acquisto gonfiato sì artificialmente, ma in grado, come si è detto, di poter rappresentare una forte domanda di beni sia di consumo che strumentali. In questo senso è fondamentale il ruolo svolto, tra i tanti, degli LSU: una categoria, cioè, di assistiti, necessaria e funzionale, però, all’equilibrio sociale ed economico del Paese, per i fattori che sopra sono stati indicati. Appurato ciò, quindi, cosa significa il fatto che, da alcuni anni a questa parte, e con maggiore intensità dal 2008 in poi, la portata di fenomeni come quelli assistenzialisti verso le regioni meridionali si sia ridotta (e il caso del mancato rifinanziamento dei cento milioni ne è un esempio lampante)?

Non è possibile affermare con certezza e con precisione quale sia la portata dei mutamenti macroeconomici in atto, per via dell’instabilità generale della situazione; ma è, tuttavia, possibile tentare un’analisi che possa prendere spunto dai sintomi generali che prima sono stati indicati. E’ possibile che, con la ristrutturazione economica che ha colpito le regioni settentrionali del Paese nel periodo di maggiore intensità della congiuntura negativa attuale, stia scemando sempre maggiormente, più a livello quantitativo che qualitativo, il ruolo di colonia interna di consumo storicamente affidato al Mezzogiorno. Una buona parte delle piccole e medie imprese, che fino agli anni prima della crisi, producevano beni di consumo per il mercato interno, sono fallite o praticamente scomparse dal mercato; al loro posto, si è andata radicando una nuova struttura industriale che, abbandonando la produzione di beni di consumo per il mercato interno, si sta fortemente specializzando nella produzione di beni strumentali per l’esportazione (e questa è stata probabilmente una delle conseguenze più rilevanti della ristrutturazione economica in atto per far fronte alla crisi). Se cambia il rapporto di forza tra le varie aree della Penisola, cambiano anche i rapporti sociali tra le varie classi del Paese. Il proletariato esterno meridionale, storicamente costretto dalle leggi socio-economiche che regolano sviluppo e sottosviluppo nel sistema capitalistico, alla disoccupazione, alla passività, all’inutilità e all’assistenzialismo, vedrà certamente mutare la propria posizione. Già tra gli anni Ottanta e Novanta si registrò una brusca involuzione delle condizioni sociali delle classi subordinate meridionali; e questo fenomeno era, non a caso, collegato alla fine della congiuntura positiva di sviluppo del secondo dopoguerra. E’ ora chiaro che, col tempo, verranno alla luce elementi che sono in ombra, e permetteranno di analizzare la realtà sociale del Paese in maniera più efficace. Ma, allo stesso tempo, non è possibile sottovalutare questi sintomi di carattere generale, che ci indicano come, ancora una volta, si stia assistendo ad una tappa fondamentale della storia d’Italia, della cosiddetta questione meridionale e del rapporto tra le varie regioni del Paese: un mutamento di vaste proporzioni è in atto, e sta già sconvolgendo le basi sociali della realtà a cui si era comunemente abituati.