È necessario focalizzare l’attenzione su dove è successo, se davvero vogliamo comprendere la portata di quanto accaduto. Per carità, impossibile dar torto a Formenti che ieri mattina scriveva di un brivido che gli percorreva la schienaleggendo sui giornali titoli come il crollo del fortino rosso (?) a commento della disfatta elettorale della coalizione giallo fucsia in Umbria. Rosso a chi? Sono più di vent’anni che questa attribuzione cromatica riferita agli eredi del Pci (non solo il Pd, ma Leu e compagnia cantante) suona come un insulto alla memoria dei movimenti operai del 900 (al pari del sottotitolo quotidiano comunista sotto la testata del Manifesto)”, però dati del genere fanno impressione lo stesso.

Parliamo dell’Umbria, una grande regione: qua non si vuole cadere nel patetico, qualcuno lo penserà comunque, però davvero stiamo parlando del posto dove è nato e vissuto San Francesco. Parliamo di un posto che ha fatto dell’altruismo, della carità, dell’accoglienza, l’essenza stessa delle cose: della terra, delle pietre, della cultura, della gente, di tutto. L’Umbria è dove il 24 settembre del 1961 è nata la “Marcia per la pace Perugia – Assisi” di Aldo Capitini: una delle più importanti, sentite e intime manifestazioni di solidarietà tra popoli del mondo.

L’Umbria è la regione dove i partigiani vengono accolti e trattati come maestri di vita e patrimonio inestimabile della collettività. L’Umbria è la regione dove il movimento operaio ha avuto altissime espressioni e dove il movimento studentesco ha svolto un ruolo da protagonista e non solo nel passato: si pensi alle proteste contro la Moratti o contro la Gelmini. È in questo posto qui, che la destra ha raggiunto il 47.35%: la Lega ha raccolto il 36.95% dei voti e Fratelli d’Italia il 10.40%. Sono risultati storici: non tanto perché era una vita che la Regione non fosse guidata da un candidato di centro-destra, quanto piuttosto per il fatto che a trionfare siano state proprio le destre. Forza Italia collassa infatti al 5.50%.

Può essere utile ricordare i dati delle precedenti elezioni regionali: il 31 maggio 2015 la Lega si attestò al 13.99%, Fratelli d’Italia al 6.24% e Forza Italia all’8.53%. L’Umbria di San Francesco e di Capitini oggi è di destra. Il PD passa dal 35.76% al 22.33% e il Movimento 5 Stelle precipita dal 14.56% al 7.41%: un disastro (Il M5S alle politiche del 2018 portò a casa il 27% e alle europee del 2019 oltre il 14.50%). E attenzione anche al tasso di partecipazione al voto che dal 55% passa al 65%: le destre portano la gente a votare, le sinistre la lasciano a casa. È assolutamente condivisibile lo sdegno di chi lamenta l’attribuzione di “rosso” indirizzata al Partito Democratico: solo un matto potrebbe considerarlo tale, pur tuttavia non si riesce a restare indifferenti rispetto ad un risultato elettorale di questa portata.

Si dice che il PD sia un partito liberale di destra, verissimo e lo abbiamo scritto e riscritto, ma solo chi conosce gli umbri si rende conto del fatto che per molti rappresenti “il partito” e che per questo va votato: questa chiave di lettura è utile anche a comprendere perché il risultato dei democratici non sia stato catastrofico tanto quanto quello del M5S.

Oggi, però, nemmeno quella romantica e annosa disciplina regge più: gli elettori si attivano (diminuisce notevolmente l’astensionismo) e lo fanno per appoggiare la destra. È una svolta, una svolta storica, perché un conto è votare (inconsapevolmente) un partito liberista che si qualifica come partito di centro-sinistra, ben altra cosa è andare a votare per chi sostiene che si debba operare un blocco navale nel Mediterraneo per fermare gli immigrati. Condividerete che la differenza è bella grossa.

E allora è necessario interrogarsi su cosa sia successo e sul perché di questa scelta del popolo umbro, che poi in un certo senso è emblematica e per certi versi esemplificativa di quanto sta accadendo nel paese in generale. Anzi, è doppiamente utile riflettere sul dato di queste elezioni: è assai importante approfondirne le dinamiche perché ci racconta della disperata disillusione di un popolo, del popolo della sinistra, che è stato completamente abbandonato, isolato e persino umiliato. Senza più un progetto, senza più un punto di riferimento, senza più un collettore delle istanze degli ultimi e dei subalterni, si trova dinanzi ad un bivio, caratterizzato però dall’ostruzione dell’unica strada che conduca alla tradizionale rappresentanza delle sue istanze, e obbligato dunque ad intraprendere la via del populismo di destra.

Lo abbiamo già scritto in passato, citando peraltro Fazi sul punto, e ricordando quanto pericoloso sia lasciare il campo del populismo alle destre: il risultato è quello che ci siamo appena lasciato alle spalle nel centro Italia.

Il Partito Democratico (Leu non lo citiamo perché nella sua patetica ininfluenza non merita menzione) si è palesato come il difensore del capitale: si è reso responsabile del criminale impoverimento del paese sposando le liberalizzazioni, l’austerità e la cessione di sovranità popolare; ha svenduto l’Italia alla Germania mediante i vigliaccamente deresponsabilizzanti vincoli esterni comunitari; ha abbandonato e pugnalato i lavoratori sostenendo le peggiori porcate che nel mondo del lavoro si sono consumate, molte di queste realizzandole direttamente dalla guida di Palazzo Chigi; si è affermato e radicato nei centri urbani e di potere, scaricando nel cesso le periferie, i più deboli, gli ultimi e i subalterni. L’Umbria è stata fin troppo clemente con un Partito che, anche a livello locale (e le giovanili rappresentano una politica più vecchia nei metodi rispetto ai senior), non si è dimostrato degno di fiducia: entrare nel merito degli scandali giudiziari sarebbe fin troppo facile.

Il Movimento 5 Stelle rappresenta la più grande delusione nella politica italiana negli ultimi anni: peggio di Berlusconi, peggio di Monti, peggio di Renzi. Berlusconi ha tradito tutti utilizzando la politica per farsi gli affari propri. Monti ha tradito perché si presentava come la faccia pulita che avrebbe dovuto restituire alto senso alla politica italiana e invece altro non ha fatto che aprire le porte ad ulteriore sciacallaggio comunitario, a scapito di lavoratori e pensionati. Renzi si presentava come rottamatore e alla fine si è dimostrato il vero erede di Silvio, riuscendo a realizzare le schifezze che lui non era riuscito a portare a casa.

Il Movimento 5 Stelle ha fatto peggio: ha buttato nella pattumiera un’incredibile opportunità, rispetto alla quale sarà davvero complicato tornare indietro, trasformandosi da partito populista e votato alla sovranità costituzionale, a partito delle élite, alleato con un manipolo di furbacchioni e rappresentando oggi una delle più forti stampelle all’UE.

Il Movimento 5 Stelle ha rappresentato una rottura, una frattura, una novazione nel sistema: finalmente una catena di esigenze specifiche, umili e subalterne, aveva trovato voce e valvola di sfogo; finalmente gli ultimi avevano trovato il modo per contrapporsi ad una politica asservita ai poteri dominanti del ciecocapitalismo liberista creando un’aspettativa fortissima ed intimamente nutrita. E guardate com’è finita: Luigi Di Maio, e chi c’è dietro di lui, ha affossato il Movimento trasformandolo nel supporto ad una classe politica vecchia, stanca, bavosa e opprimente; ha tappato la bocca a quel popolo che aveva promesso di rappresentare trasformandosi nello zerbino di Matteo Renzi e lo ha fatto proprio mentre Calenda ammette di aver detto cazzate per trent’anni.

Quanto ancora questa classe dirigente ottusa e sciocca resterà alla guida di un Movimento che avrebbe dovuto rappresentare la svolta per i più deboli? Quanto ancora il Movimento 5 Stelle si ostinerà ad affidare la leadership del partito (perché questo è: un partito!) ad una guida che dimostra lo stesso acume di una vacca che guarda il treno che passa?

Quella dell’Umbria è stata una capitolazione tristemente prevedibile ed è emblematica della parabola che il Movimento ha ormai da tempo ostinatamente deciso di percorrere: la stessa triste e malevola discesa della sinistra italiana che, dal rappresentare il popolo del lavoro, è ormai da tempo decisa a tutelare e difendere le istanze e le prerogative di padroni sempre più avidi e di capitalisti sempre più spietati.