Domenica 27 ottobre 2019, ore 23. Hotel perugino. L’attesa rivincita sul governo giallo-rosso, sognata fin dai primi giorni di settembre, coglie in tarda serata Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, mentre divora un tipico piatto umbro di strangozzi al cinghiale. Il capitano leghista sembra aver ritrovato finalmente la giusta connessione con la pancia del Paese e il giusto battito del proprio cuore: il sorriso della fidanzata Francesca Verdini risulta più dolce dell’Eurochocolate di Perugia. I primi exit poll e le fasi iniziali dello scrutinio confermano un distacco di 20 punti a favore di Donatella Tesei, nuova governatrice leghista della Regione Umbria, e a svantaggio di Vincenzo Bianconi, imprenditore del settore alberghiero e candidato civico della coalizione sperimentale targata PD-M5S. 

L’uomo, in smagliante camicia bianca, risulta essere adesso ben distante dal deejay in bermuda e a torso nudo compiaciuto dinanzi alle bellezze in bikini del Papeete e alle note remixate dell’inno nazionale: un Salvini rassicurante e istituzionale, più sgonfio d’aspetto (nonostante l’appetito ritrovato) e maggiormente gonfio di idee.

Dalle sconfitte e dagli abbandoni si rinasce. La stagione autunnale cicatrizza le ferite estive. E Salvini stavolta sembra aver imparato la lezione: senza buoni rapporti istituzionali con Berlino, Bruxelles e Washington non puoi sederti a Palazzo Chigi. Il trionfo del leader leghista in Umbria potrebbe quindi essere solo l’ennesima conquista territoriale di un Risiko pronto ad estendersi in Emilia Romagna e a spianare la strada verso la Presidenza del Consiglio. È arrivato forse il momento di turarsi montanellianamente il naso, allacciare le cinture e di augurarsi l’affermazione della premiership di Salvini: una prospettiva politica – per diversi elettori tragica – ed una occasione storica per fare i conti con la fine della Seconda Repubblica e rinnovare lo schieramento partitico. Un’opportunità irripetibile per permettere alla nostra Italia di guardarsi allo specchio.

PRO VAX

Nel marzo del 2001, in occasione delle imminenti elezioni politiche e dinanzi alla preannunciata vittoria della Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi, lo storico fondatore ed ex direttore de Il Giornale, Indro Montanelli, augurò ironicamente all’Italia il trionfo del berlusconismo:

Guardi, io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi. Soltanto dopo saremo immuni.

Il governo giallo-rosso e la riconferma del professore Giuseppe Conte a Palazzo Chigi nascono grazie al collante anti-salviniano. In realtà la fusione a freddo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle non ha eroso consensi alla Lega ed ha generato confusione in un elettorato che male ha digerito un matrimonio di convenienza privo di sentimento e visione politica.

Il Conte Bis ha inoltre regalato a Matteo Salvini e Giorgia Meloni il falso pretesto per accusare il neonato governo di essere illegittimo e frutto di trasformismi, godendo di una maggioranza parlamentare non radicata nella maggioranza del paese reale. La Presidenza del Consiglio affidata a Matteo Salvini, in seguito ad una necessaria tornata elettorale, permetterebbe di far decadere le false teorie complottiste e la erronea convinzione, diffusa tra l’opinione pubblica, di essere governati da un Premier non eletto dal popolo, pur vivendo in una Repubblica parlamentare. L’esperienza governativa metterebbe alla prova e cambierebbe radicalmente Matteo Salvini. Perché, contrariamente all’aforisma andreottiano, il potere logora chi ce l’ha.

LA FINE DEL BERLUSCONISMO

Contrariamente alla profezia di Montanelli, l’Italia si è resa immune dal berlusconismo solo 25 anni dopo l’avvento di Forza Italia nel 1994. Con il voto umbro, Forza Italia è consegnata alla storia una volta per sempre. La fine del Cavaliere, ridotto al ruolo di azionista di minoranza nella coalizione a trazione leghista, segna anche la rottura irreversibile con quella componente liberale, craxiana e democristiana che ha caratterizzato il centro-destra nell’ultimo decennio. Eppure Silvio Berlusconi, nonostante un esiguo 5%, potrebbe ricoprire il ruolo di mediatore e affidabile interlocutore con l’Europa. Non a caso, le recenti indiscrezioni raccontano di un fitto dialogo e costante avvicinamento tra la Lega salviniana e il Partito Popolare Europeo. Una operazione di legittimazione analoga a quella compiuta dallo stesso PPE nei riguardi dell’ungherese Viktor Orbàn. Lo storico e studioso Ernesto Galli Della Loggia consiglia alla Lega guidata da Matteo Salvini di:

Rifondare intorno alla propria forza un blocco paracentrista di governo: con Meloni come sua corrente interna-esterna di tono più radicale e con Forza Italia in versione simil-Partito Liberale. 

LA ROTTAMAZIONE DI RENZI

In questo nuovo schieramento governista, prospettato da Ernesto Galli Della Loggia, potrebbe rientrare addirittura Italia Viva di Matteo Renzi sulla sinistra, in funzione simil-saragattiana. La riunificazione del centro-destra infatti toglierebbe ossigeno alla neonata formazione renziana in cerca di consensi al centro. Il trionfo di Salvini potrebbe rivelarsi salutare per un Partito Democratico in cerca di una identità smarrita in seguito alla scissione di Renzi, machiavellico artefice del governo giallo-rosso, e di una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio inizialmente non condivisa dall’attuale segretario dem Nicola Zingaretti.

La convention democratica di Bologna, prevista per il prossimo novembre e organizzata da Gianni Cuperlo, dovrà aprire una nuova fase costituente  e indicare un futuro orizzonte progressista. Il PD avrà il coraggio di riscoprire la propria matrice popolare (la classe operaria e gli iscritti Fiom delle acciaierie di Terni non sembrano aver resistito alle sirene leghiste e ascoltato il paradigma anti-fascista) portando avanti le nozze con il M5S? Oppure si aprirà una nuova fase congressuale, come auspicato da Matteo Orfini? Il ‘gioioso’ PDS di Achille Occhetto riuscì a risorgere, come una fenice, dalle ceneri della sconfitta nel 1994 e dinanzi al successo di Berlusconi. Gli errori e le divisioni tra i post-comunisti di Occhetto e gli ex democristiani di Martinazzoli portarono al sodalizio produttivo tra Democratici di Sinistra e Margherita e alla conseguente nascita dell’Ulivo con la leadership di Romano Prodi.  

UN EUROPEISTA SOVRANISTA AL QUIRINALE

La svolta europeista del nuovo Salvini, prospettata anche da Annalisa Chirico sulle colonne de Il Foglio, risulta possibile anche grazie al ruolo e ai consigli del fidato leghista Giancarlo Giorgetti, stimato addirittura dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In casa leghista infatti Giorgetti ragiona sulla possibilità futura di vedere l’ex Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, al Colle. Il sorprendente ticket Draghi-Salvini di certo non dispiacerebbe alla popolare Angela Merkel e ai poteri forti internazionali. Insomma, il successore di Mattarella, l’europeista al Quirinale sognato da Zingaretti e Renzi, potrebbe paradossalmente insediarsi per merito del sovranista Matteo Salvini.

DAI SOCIAL AL TERRITORIO

Il trionfo umbro della Lega sancisce il primato della fisicità sull’immaterialità, della territorialità sull’ubiquità virtuale della piattaforma pentastellata. A causa della scomparsa dei tradizionali partiti di massa, promotori della socialità paesana, e dinanzi all’estinzione dei circoli e delle sezioni di partito, punti di riferimento per lo scambio di opinioni, idee, sentimenti e risentimenti, la politica si svolge in sedi lontane: nei salotti TV e lungo la solitudine di una tastiera. Pur frequentando i talk show, Matteo Salvini ha avuto il grande merito di riempire questo vuoto sociologico con la propria fisicità. Come sottolineato da Pierluigi Battista sulle pagine del Corriere della Sera

Salvini ci mette il fisico, occupa i territori, tocca e si lascia toccare, stringe mani, moltiplica il rito del selfie, chiama per nome le persone, esalta i prodotti locali, indossa le felpe con i nomi della miriade di cittadine, villaggi, piccoli comuni, minuscoli agglomerati di cui è disseminata l’Italia.

Dinanzi alla diffusione dell’odio e all’invidia sociale, forse la premiership di Salvini potrebbe farci riscoprire la bellezza della politica porta a porta, casa per casa con zaino in spalla. Un’ Italia divisa e pur sempre figlia dei campanilismi di Don Camillo e l’onorevole Peppone.