Da giovanissimo diventa rappresentante d’istituto del suo liceo, nel 2010 fa partire la Convention “Prossima fermata: Italia” di cui l’ingrediente principale è la rottamazione della vecchia classe dirigente, nel 2011 pubblica il libro “Fuori!” sullo stesso tema e nel 2014 è il più giovane Presidente del Consiglio dei Ministri. No, non stiamo parlando di Luigi Di Maio, ma di Matteo Renzi.

Effettivamente il giovane Renzi avrebbe avuto molto più fortuna tra le file del Movimento, piuttosto che all’interno del Partito Democratico, poiché si sa i riformatori non piacciono mai a nessuno, a differenza dei rivoluzionari (o presunti tali). Il fiorentino Matteo avrebbe avuto tutte le caratteristiche che il buon Grillo cerca in un candidato del Movimento: radicato nel territorio, giovane e populista. Sì perché Renzi populista lo è stato, quando per esempio, nel 2010 disse “O cambio Firenze, o cambio mestiere”. Per non dimenticare il suo passato da boy scout, un’esperienza che forma il senso di comunità come qualcosa che va vissuto attivamente.

Il vecchio prima che diventasse nuovo.

Il vecchio prima che diventasse nuovo.

Ma iniziamo con ordine. Laureatosi alle porte del nuovo millennio in Giurisprudenza, passa i 3 anni successivi tra pubblicazioni e lavoro all’interno della società di servizio Marketing di proprietà della sua famiglia: la CHIL srl (quella di Tiziano, il papà più chiaccherato d’Italia). La vita del rampollo fiorentino poteva continuare così, spensieratamente. Ma nel 2001 diventa coordinatore della Margherita che i più ricorderanno per un nome: Francesco Rutelli. Stranamente sul suo blog personale l’esperienza con la Margherita non viene ricordata. Nel 2003 ne diventa segretario provinciale per Firenze.

Col 2004 si aprono le porte dell’Olimpo e diventa con il 58,8% di voti Presidente della Provincia di Firenze per il centro sinistra, lui, un moderato con un passato da centrista. A Giugno 2009 diventa sindaco del capoluogo toscano dopo il ballottaggio con il centrodestra. Sul suo sito vengono ricordati i mirabolanti successi della sua Giunta a Firenze. E’ l’epoca d’oro: Berlusconi è ormai nell’ombra e il Movimento 5 Stelle deve ancora esplodere. Sono gli anni del Renzi della rottamazione, della pubblicazione di “Fuori!” libro che descrive la classe politica italiana come attaccata solo alle poltrone e lontana dai problemi del Paese reale. Nel 2012 decide di sfidare vis a vis i politici degli ‘anta e va al ballottaggio con Pier Luigi Bersani per la segreteria del centrosinstra, le intenzioni di Renzi sono chiare fin da subito: vuole essere il capo, è da one man show. Perde la prima delle sfide personali, poiché c’è sempre lui sul piatto della bilancia, è la sua formula vincente e la sua formula perdente.

Un sindaco da Happy Days (per lui).

Un sindaco da Happy Days (per lui).

L’anno successivo arriva il terremoto Movimento 5 Stelle, il Paese è tripartito, Bersani scelto come candidato del Partito Democratico riesce ad avere la maggioranza alla Camera, ma non al Senato e Berlusconi vede una rimonta insperata. È il deus ex machina, la situazione perfetta: nel 2014 Matteo Renzi diventa segretario del Partito. Senza colpo ferire mette da parte Enrico Letta allora a capo del governo e sempre in quell’anno diventa Presidente del Consiglio. Lo stesso anno il Partito Democratico vince alle elezioni europee. Il campo di prova è aperto e le riforme si susseguono in un vortice che mischia idee liberali di centrodestra, idee da sinistra liberal e mosse elettorali che hanno un retrogusto populista. Nel 2015 viene approvato il Jobs Act in cui avviene la modifica dell’articolo 18, già fortemente voluta dal governo Berlusconi, che prevede la riforma dei contratti a tempo indeterminato e delle regole di licenziamento del lavoratore. Arrivano in poco tempo le simpatie di Berlusconi e della parte moderata della destra, iniziano invece gli attacchi alle spalle e le antipatie all’interno del Partito Democratico.

Fedeltà tra compagni di partito. (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Fedeltà tra compagni di partito. (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

E’ stata poi la volta degli 80 euro per 11 milioni di italiani sotto i 1.500 euro al mese di stipendio e della 18App, 500 euro per i neomaggiorenni del 2016. Seguono di poco l’annuncio sul Referendum Costituzionale, conosciuto come la riforma Boschi (la Little John di questo Robin Hood), o la Waterloo renziana che dir si voglia. Lo scopo principale era l’eliminazione del bicameralismo perfetto, croce e delizia della politica italiana, e la riforma del titolo V (che si occupa degli enti territoriali) e prevedeva principalmente l’eliminazione delle province e la supremazia dei voleri dello stato sulle regioni. Piovono i No degli intellettuali che da sempre si sono professati di sinistra (vedi Gustavo Zagrebesky) e il sì di qualche vecchio comico decaduto (Roberto Benigni). L’elettorato è confuso anche perché meno della metà sa esattamente quali sarebbero le conseguenze, o, detto a denti stretti, per cosa si vota. Renzi decide di mettersi di nuovo sul piatto della bilancia, rendendo a tutti le cose più facili: la campagna elettorale riapre le danze, ed è più agguerrita che mai. Tra chi confonde l’elettorato e chi mostra la possibilità di mandare a casa Matteo Renzi, il NO ha già vinto ben prima dell’apertura dei seggi.

 La parola di un uomo è il più duraturo dei materiali

L’ultima azione che il governo Renzi si concede è la legge sulle unioni civili per acquietare l’ala della sinistra dei diritti e riacquistare voti. Con il ritorno alle urne e la riconferma come segretario del partito, si è completata la trasformazione e così si prepara alle elezioni con la proposta sulle fake news e sulla Green Economy, l’esempio? L’America, e dalle file in fondo qualcuno fa il nome Hillary Clinton. La parabola del renzismo si descrive come una corsa confusionaria, il tentativo di un’autoriforma di una sinistra che, non solo in Italia, ha tradito i valori su cui è stata fondata per legarsi sempre più a doppio filo con le idee liberali, appiattendosi su melensi e inutili riferimenti alla cultura (?) liberal d’Oltreoceano, con il sovrappiù di vendere la Repubblica ai mercanti di Bruxelles. Renzi è l’ultimo atto di un leit motiv che attraversa l’Europa; in fondo, la sua riforma più riuscita potrebbe essere stata l’avvio della fine del PD. Mica poco.