Nicoletta Dosio. Nata a? Il?

Sono nata a Rivoli nel 1946, mi sono laureata in lettere antiche e cominciai ad insegnare quando ancora andavo all’università perché allora avevano bisogno di insegnanti. Ho insegnato latino e greco al liceo classico di Susa e poi italiano e latino a quello scientifico di Bussoleno, dove vivo dal 1978. Dal 2006 sono in pensione.

Il liceo scientifico di Bussoleno, in parte una tua creatura.

Il liceo siamo riusciti ad ottenerlo quando ero assessore qui a Bussoleno: c’era una forte volontà anche da parte di un nutrito numero di genitori e ci riuscimmo. Quella fu anche la mia unica esperienza di politica attiva; me ne andai dopo nove mesi perché l’amministrazione aveva messo in bilancio la realizzazione della pista delle Cote, una strada che doveva risalire l’Orrido di Foresto, contro cui mi ero battuta. Nell’Orrido allora volevano pure realizzare una centralina idroelettrica. Quando aprimmo la scuola non c’era nessun insegnante di ruolo, l’unica fui io che decisi di fare il passaggio perdendo così anche tutta la anzianità che avevo accumulato.

Parliamo di TAV: il TAV o la TAV?

Il TAV, il trenone ad alta velocità che si contrappone al trenino.

Tu sei una sorta di memoria storica del TAV. Ti ricordi la prima volta che ne sentiste parlare?

Noi stavamo combattendo allora la battaglia contro il mega elettrodotto Grand’Ile – Moncenisio – Piossasco, era verso la fine degli anni ottanta. L’elettrodotto allora non lo costruirono, ma lo stanno realizzando interrato adesso passando lungo l’autostrada. Fu appunto allora che sentimmo parlare per la prima volta di TAV. Io ero in Democrazia Proletaria. E mi chiesero di scrivere un articolo per Primo piano che era la rivista di DP, cosa che feci. Sempre in quegli anni uscì un bellissimo libretto edito da Nautilus, “Treno ad alta voracità”, che metteva in discussione non solo questo treno ma l’intero progetto dell’alta velocità. Poi io passai a Rifondazione Comunista e allora il partito era abbastanza favorevole alla linea, succube dell’idea che così le merci sarebbero transitate dalla strada alla ferrovia. Quando in realtà la FIAT, cioè il grande capitale, era in pieno anche dentro il progetto dell’AV, e questo voleva pur dire qualcosa. Riuscimmo a convincere il partito della bontà della nostra posizione e Rifondazione stilò un documento in cui, tra l’altro, si diceva contraria alla linea.

Ma vorrei ricordare come la lotta contro il TAV noi la legavamo anche a quella contro l’eliminazione del polo ferroviario di Bussoleno. Ma qui è bene fare un passo indietro. Le linee ad alta velocità nascono con l’Unione Europea ed i suoi corridoi di traffico merci e persone, di cui uno doveva proprio passare da qui. I territori secondo l’UE diventavano semplicemente assi di transito. Si dovevano così sacrificare i trasporti locali a favore di quelli di lunga distanza. Con il Piano Necci le ferrovie furono privatizzate e si cominciò a tagliare le stazioni locali e i trasporti locali. Qui in valle chiuse Meana, chiuse Sant’Ambrogio. Ma soprattutto fu smantellato il polo ferroviario. Qui c’era l’officina ferroviaria che era stata appena rimodernata e faceva lavori di alta specializzazione, c’era il deposito, c’erano ben 1500 ferrovieri. Tu immagina cosa significava per l’economia della valle. La prima manifestazione contro l’alta velocità la facemmo nel 1991 la prima volta che passò il TGV. Eravamo in cinque con uno striscione di carta in cui dicevamo no al TGV e no allo smantellamento del polo ferroviario. Ricordo che arrivò la polizia ferroviaria e ci sequestrò lo striscione, e voleva mandarci via, ma noi avevamo il biglietto del treno. Allora sai cosa fecero? Fecero passare un treno merci fra noi e il TGV dimodoché noi non potessimo vederlo e il TGV non vedesse noi. Sul TGV c’erano Brizio, Pininfarina, le autorità. Quella fu la prima manifestazione contro il treno veloce. Contro lo smantellamento del polo facemmo poi anche uno sciopero, partecipò tanta gente ma i sindacati confederali non aderirono.

Allora il TAV era concepito come linea passeggeri, poi fu trasformato in merci.

Come linea di trasporto passeggeri non reggeva, allora s’inventarono la linea di trasporto merci, per contrapporla al traffico merci su gomma. Tieni conto che all’inizio degli anni duemila l’autostrada qui in valle vomitava 7000 tir al giorno a seguito della chiusura del traforo del Monte Bianco. Virano – che allora era amministratore delegato della SITAF – invitò Gunter Paoli, un famoso economista svizzero esperto anche di trasporti a parlare a Torino, al Politecnico. Questo tenne una lezione secondo cui con la tecnologia risolvi tutto, anche i disastri ambientali. In particolare, disse che un terreno ricco di amianto (che si sa c’è nel massiccio d’Ambin, dove volevano bucare per il TAV) può essere in qualche modo bonificato se ci fai delle coltivazioni di funghi. Virano a quella lezione fece partecipare allievi delle scuole della valle andandoli a prendere con appositi bus. Io non mandai nessuno.

Nicoletta, veniamo a dei punti dolenti: come si comportarono i vari attori pubblici sul TAV. Cominciamo dai partiti politici.

Il partito trasversale degli affari c’è stato sempre. Non si può parlare di sinistra buona e destra cattiva. Il PDS e poi PD è sempre stato a favore del TAV. Gli stessi sindacati erano favorevoli. Solo una minoranza della CGIL era contraria. Rifondazione. Rifondazione è sempre rimasta coerente, anche quando c’è stata la scissione e sono nati i Comunisti Italiani. Poi cosa accadde. Accadde che Rifondazione e i Comunisti Italiani decisero di entrare nel secondo governo Prodi, pensando di fare il granellino di sabbia. Ci entrarono anche i Verdi. Ma non puoi fare il granellino di sabbia, non si cambia il sistema dall’interno perché ti massacra. Noi come minoranza di Rifondazione eravamo contrari all’entrata nel governo.

Rifondazione ebbe solo mezzo ministro, Ferrero, a cui diedero un ministero senza portafoglio, alle Politiche Sociali, giusto come contentino. Poi c’era Bertinotti presidente della Camera. Era il 2006 e dovevano partire i sondaggi in valle. Rifondazione accettò il documento dei dodici punti di Prodi, fra i quali c’era il sì al TAV (1), in nome della ragion di stato, per sostenere il governo. Governo che poi, ironia della sorte, durò pochissimo, e fu l’unico governo in cui gli eletti non maturarono la pensione. E lì fu la fine per Rifondazione. Pensa che in valle i partiti di governo presero allora 24000 voti, perché credevamo che si sarebbe fermata l’opera. Da allora Rifondazione, dicevo, è finita: oggi è contrarissima all’opera, ma se perdi la fiducia non la recuperi più. E questo vale anche per il M5S. Ma, a differenza di Rifondazione, il Movimento ha contato molto di più ed ha goduto di largo seguito anche fra i No TAV. Alberto Perino li ha appoggiati in toto. Ma la lezione è che quando entri nelle istituzioni tutto cambia. È più importante starne fuori e fare mobilitazione. 

Nicoletta Dosio

Veniamo a un altro punto dolente: i mass media.

Bella storia. I mass media sono tutti schierati perché foraggiati dal grande partito degli affari. A parte alcune piccole realtà, che pure sono importantissime. Alcune radio locali, Il Manifesto, Il Fatto quotidiano, certi blog. Ma sai qual è il vero dramma? E’ che non ci si confronta più di persona. Hanno chiuso la gente in casa e la gente beve dai media, specialmente televisivi, senza interloquire e si beve tutto. E’ una società disocializzata

Veniamo alla magistratura.

Di fronte al capitale tutti i poteri sono asserviti, e anche l’autonomia del potere giudiziale non esiste. Se un magistrato vuole essere autonomo viene emarginato. La nostra storia è una storia che mette in rilievo questa assoluta mancanza di autonomia. La magistratura è legata al carro del vincitore. E la legge è la legge del più forte, non quella del più giusto. Il processone è il più chiaro esempio di questo sistema. 

Al culmine di tutto il teorema di Caselli secondo cui in valle c’era il terrorismo.

È una storia partita da lontano. Negli anni settanta sembrava che si fosse vicini ad un cambiamento. E fu proprio allora che il governo prese i primi provvedimenti di carattere repressivo, come il 41 bis. Con la nascita del nostro movimento ecco addirittura a Torino crearsi un pool di magistrati sotto l’egida di Caselli per reprimere la lotta. E hanno tentato addirittura di dividerci fra buoni e cattivi, senza riuscirci. Cos’è che la nostra lotta ha messo in evidenza? Non solo lo sviluppo sbagliato, ma anche la differenza fra legale e legittimo, perché c’è una bella differenza fra i due concetti. Il legale è solo la loro legge, punto. Io ricordo che quando insegnavo latino e greco raccontavo la storia degli ateniesi che, durante la guerra del Peloponneso, andarono sull’isola di Melo per cercare alleati. L’isola allora era neutrale, non stava né con gli spartani né con gli ateniesi. A questi gli isolani risposero che loro non si sarebbero schierati, perché pensavano che la guerra non fosse giusta, e che gli dei ritenevano che fosse giusto così. Gli ateniesi risposero che gli dei stavano con il più forte. Occuparono l’isola e deportarono gli abitanti. È la storia che si ripete. È la ragione del più forte che ritiene che il giusto stia dalla sua parte. E per quanto riguarda la nostra storia, non dimentichiamoci in particolare della vicenda di Sole e Baleno. Sole e Baleno furono ammazzati. Dovevano dimostrare che c’erano trame oscure e chi ci ha rimesso sono stati gli anarchici, i più deboli.

Concludiamo. Per quanto riguarda gli attori pubblici, con i sindaci e con la comunità montana, che ora è l’unione dei comuni.

I sindaci all’inizio erano tutti contrari e questo era importante: anche per chi non era schierato, vedere il sindaco con la fascia che va alla manifestazione ha un suo peso. La prima volta fu a Borgone, dove volevano fare le trivellazioni. Poi col tempo il fronte non fu più compatto. Ci fu l’episodio di Virano, che fu portato in valle da Ferrentino che allora era sindaco di Sant’Antonino ed era presidente della comunità montana. Ci furono poi i tavoli a Roma per decidere delle compensazioni, voluti dal Prodi bis. I sindaci avevano il mandato di dire no e poi a Roma stavano zitti. L’unico sindaco che ha sempre detto no è stata la sindaca di San Didero, Loredana Bellone. Disse no anche andando a Roma, quando gli altri sindaci si dimostrarono possibilisti. Infatti se ne tornò anche indietro in aereo da sola. 

E oggi qual è la situazione?

Beh non c’è più la comunità montana, ma l’unione dei comuni e presidente non è più Plano, che, pur essendo PD, ha una sua testa ed è sempre stato contrario. Adesso c’è Pacifico Banchieri, sindaco di Casellette, un PD, molto meno autonomo rispetto a Plano.

Parliamo della lotta No TAV in generale. Io ho vissuto trent’anni di ambientalismo ma non ricordo una lotta, non dico in Italia ma anche nel mondo, così forte, coesa, così duratura contro un’opera pubblica come questa.

Il movimento è cresciuto giorno dopo giorno, sempre operando sulle cose concrete. I presidi, perché sono nati? Sono nati perché era necessario controllare il territorio. I comitati anche, sono nati per controllare, ciascun comitato nel proprio comune. Lo stesso vale per i giovani. I giovani sono sempre stati una risorsa vera, a cui davamo ascolto. E non è un caso che nel movimento sia spontaneo darsi del “tu”. È il tu di chi riconosci come un tuo compagno, che crede nei tuoi stessi ideali. Esistono legami di lotta che hanno la stessa forza se non maggiore dei legami di sangue.

Il movimento ha avuto dei sostenitori anche nel mondo della cultura e dello spettacolo, fra tutti il comico Beppe Grillo.

Guarda, io ho avuto modo di rivedere i suoi interventi, anche in valle. Erano degli spettacoli. Ha fatto uno spettacolo anche della rottura dei sigilli della baita. Solo così si riesce a capire il suo voltafaccia, e anche la battuta che ha fatto su Alberto Perino, a cui dovrebbe baciare i piedi perché se il M5S in valle ha raccolto tutti quei voti è stato grazie a lui. Alla fin fine, in valle, l’unica persona del M5S che rispetto è la Francesca Frediani.

Senti Nicoletta, l’opera è inutile, ma è inutile sia al di qua che al di là delle Alpi, ma in Francia non c’è un movimento così forte di contrasto all’opera come qui. Come te lo spieghi?

In Francia il discorso è complesso. I francesi sono avvelenati da decine e decine di anni di alta velocità, e poi il territorio francese è diverso dal nostro, non hai la percezione del disastro, che da noi è molto più concentrato per la diversa orografia. Che poi non è neanche vero che non ci sia contrasto. I comuni subito al di là delle Alpi hanno detto no. Che poi c’è da dire che Lione sta morendo di elefantiasi, con tutto questo concentrato di alta velocità. E poi c’è da dire che in Francia lo smantellamento delle linee ferroviarie tradizionali risale addirittura agli anni cinquanta dello scorso secolo. Ricordo che una volta andammo ad una manifestazione a Chambery che c’era ancora Ferrentino a capo della comunità montana e lì la gente ci additava come “les amis du camion” “gli amici del camion”. 

Forse l’episodio più brutta della storia del TAV fu quando la notte del 6 dicembre 2005 la polizia picchiò i dimostranti che occupavano i terreni a Venaus.

Era un mese e mezzo che noi eravamo lì. Quella sera io e Silvano eravamo rimasti fino all’una, poi eravamo tornati a casa perché io il giorno dopo dovevo andare a scuola. Ci eravamo appena messi a letto che riceviamo la telefonata: “stanno arrivando”. Siamo ripartiti immediatamente e siamo arrivati lì e abbiamo visto. La gente era lì tranquilla: c’era di tutto dagli anarchici ai comunisti, agli autonomi, anche ai leghisti, che poi sono stati buttati fuori dal partito. Entrarono con le ruspe, picchiarono e bruciarono i libri: c’erano degli studenti che avevano i loro libri, che sul posto studiavano. Tu sai cosa significa quando ci sono i roghi dei libri. Il parroco di Venaus suonò le campane a martello. Fu la prima volta, al mattino, che salimmo sull’autostrada e la occupammo. Ricordo che arrivò anche Borghezio e lo cacciammo. 

Picchiarono la gente inerme, tu stessa subisti poi due giorni dopo – quando i terreni furono di nuovo occupati dal movimento – la rottura del naso per una manganellata, ma non furono mai individuate responsabilità penali.

Assolutamente no, tutte quante le denunce che furono fatte furono archiviate. Anche la mia per la rottura del naso la archiviarono dicendo che non era dimostrato che il naso non fosse già rotto prima o non me lo fossi rotta io stesso per far ricadere la colpa sui poliziotti. Così mi hanno detto, testuale.

Il TAV ha sempre avuto l’appoggio trasversale di sinistra e destra.

Sul TAV si è schierato compatto un unico partito, il partito degli affari. Per me la sinistra dovrebbe essere quella che sta dalla parte dei diritti delle persone, del lavoro che non ammazza le persone: il TAV è il contrario di tutto questo.

Certo, tu però comunque decidesti di presentarti con un partito di sinistra alle europee del 2014, eri candidata con “L’altra Europa con Tsipras”. 

Il senso era soprattutto poter avere un tesserino per poter andare a mettere il naso all’interno delle istituzioni. Lo pensavo come un momento di lotta. Eravamo io e Gigi Richetto. Io avevo ben chiaro cosa era l’Unione Europea, è la troika, sono le banche. Nel parlamento europeo chi propone le leggi da una parte sono i singoli parlamentari, dall’altra sono le lobbies, che là hanno addirittura un registro ufficiale. Ecco, uno che dall’interno del parlamento ci ha sempre dato una mano è stato Vittorio Agnoletto. Lui ha sempre preso posizione durissima contro l’opera, anche se era di Rifondazione, che ormai era favorevole. Noi abbiamo avuto l’appoggio delle persone, non delle strutture dei partiti e questo è particolarmente triste. 

Veniamo al locale, in tutti i sensi. A Bussoleno la Credenza è sempre stata un punto di riferimento dei No TAV.

La Credenza in partenza doveva essere una esperienza collettiva, dovevamo affittare il locale. Però non ce lo volevano affittare ma solo vendere. Allora io e Silvano accendemmo un mutuo enorme con le banche, mutuo che abbiamo estinto solo l’anno scorso. Abbiamo fatto tanti sacrifici però ne è valsa la pena. Adesso non ci siamo più noi, c’è una ragazza curda con la sua famiglia. L’avevano imprigionata in Turchia a dodici anni. Suo padre era del PKK. In Italia le scadeva il permesso e così le abbiamo dato in gestione il locale e può rimanere.

Si mangia curdo?

All’inizio sì, ma adesso è piemontese doc il menù. Lei e la sua famiglia hanno la gestione del ristorante, ma sopra è rimasto nostro. Ci sono le sedi di diverse associazioni e c’è anche un abitativo. Adesso ospitiamo Giorgio Rossetto che è ai domiciliari. La Credenza è sempre stata in questi anni un riferimento sicuro, talvolta l’unico per il popolo No TAV e non solo. E sai da cosa deriva il nome?

No, mi manca.

Abbiamo sì una bella credenza all’interno ma il nome deriva dalla credenza, che era la regola dei dolciniani, gli eretici perseguitati. “Da ciascuno secondo le proprie disponibilità. A ciascuno secondo i propri bisogni”. La credenza era il dare a credito secondo le necessità di ciascuno. In realtà, Fra Dolcino la riprese da San Paolo, e, dopo Fra Dolcino, questo motto fu fatto proprio anche da Marx: la regola era quello che avrebbe dovuto essere l’essenza del comunismo.

Nicoletta Dosio

Tu hai una cultura classica. Non trovi che l’uomo moderno abbia dimenticato che esiste l’Ubris?

Sì, supera i limiti nelle sue azioni ed al superamento corrisponde la reazione della natura. Non sono gli dei ma la natura. Se perdi il senso del limite, sei finito.

Ma mi e ti domando: il capitalismo l’uomo l’ha pur sempre abbracciato, non gli è stato imposto da un’entità superiore, è stato una sua libera scelta, in qualche modo fa parte di noi.

Il capitalismo fa parte della nostra incapacità di vivere in comunione con la natura. L’uomo ha perso il senso del limite ed ha fatto della ragione uno strumento di devastazione della natura. E’ il progresso che è stato sbagliato e la sinistra l’ha abbracciato. Adesso si parla di decrescita infelice, ma è infelice perché è stata infelice la crescita. Perché ci hanno riempito di bisogni indotti. C’è un bellissimo passo di Walter Benjamin sul progresso. Guarda, te lo leggo perché è esemplare di ciò che è il progresso: “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

Veniamo alle ultime domande. Ti definiscono una pasionaria. Ti ritrovi in questo aggettivo?

Il termine pasionaria lo meritava Dolores Ibarruri. Detto di lei ha un senso, detto dai media di me, stona, è una sorta di presa in giro.

La locuzione “a sarà dura” fu davvero pronunciata da un anziano della valle?

Sì. È proprio vero. Fu durante una delle notti di occupazione trascorse a Venaus, nel 2005. C’erano già le forze dell’ordine schierate. Fra noi e loro c’era un rigagnolo che scorreva. E noi stavamo lì a controllare che la polizia non avanzasse. Pensa che le notti erano fredde, spesso nevicava e le nostre donne portavano il tè anche ai poliziotti, che poi le avrebbero manganellate. Hai presente quando la polizia picchia? Loro non ti guardano in faccia, sono automi. Sono delle macchine da guerra, non vedi l’essere umano quando ti picchiano. Dicevo di quelle notti a Venaus. Di notte spesso si gridava. E una notte si levò appunto questo grido da parte nostra “A sarà dura”, inteso che sarebbe stata dura per loro, per gli altri, per lo stato. E’ un grido anonimo, di un anziano. 

Ultima domanda. Tu adesso hai deciso di fare il carcere. Hai avuto una condanna confermata in tre gradi di giudizio relativa a fatti del?

E’ relativa a fatti del 2012. Fu un periodo in cui ci fu una dura repressione da parte della polizia, Luca Abbà era caduto dal traliccio. Lui era in ospedale che sembrava stesse morendo e Monti, che allora era a capo del governo, ebbe a dire che la repressione era giusta, che bisognava andare avanti con l’opera e quant’altro. Il 3 marzo, noi, io e diversi altri, decidemmo di andare sopra al casello di Avigliana con uno striscione con la scritta “Oggi paga Monti”. Furono aperte le barriere del casello e gli automobilisti cominciarono a transitare senza pagare. Il nostro scopo era stato raggiunto. Ci beccammo la denuncia, dodici di noi per violenza privata e blocco autostradale effettuato da più di tre persone. La pena fu di un anno per alcuni, come me, e due anni per altri, senza condizionale. Io non ero incensurata. Non sapevo neppure di averla, ma avevo una condanna di inizio anni ottanta per stampa clandestina. La pena è sospesa per trenta giorni per richiedere misure alternative. I trenta giorni scadono martedì 12 novembre. Ora, se è giusto che i ragazzi le misure alternative le chiedano, io non ho le ho chieste. Lunedì faremo una conferenza stampa davanti al tribunale, io e i miei due legali, Colletta e D’Amico.

Come vivi questo momento?

Lo vivo bene, ritengo che sia utile al movimento. Utile per contestare la repressione che continua ad esserci in valle. Le misure preventive, i fogli di via, il ritiro della patente a persone che dell’auto hanno bisogno per il lavoro. Loro non hanno nessun progetto davvero esecutivo, vogliono continuare a consumare i soldi pubblici. Io sono convinta che il loro sogno è portare avanti i lavori all’infinito

Ma non saresti più utile fuori che dentro la galera?

A volte serve una disobbedienza integrale e poi è anche una questione di dignità: se io ritengo che quello che ho fatto sia giusto io non mi adeguo a chiedere a loro la clemenza. E poi i domiciliari è fare il carceriere di se stesso, è adeguarsi al potere. Io mi sento più libera dentro il carcere che non a stare qui fuori ed adeguarmi alle loro misure. Come diceva sempre Benjamin: “essere felici significa svegliarsi al mattino e potersi guardare allo specchio senza provare orrore”. Senza contare che in carcere ci sono gli ultimi, andrò a conoscere questa realtà.