Ci avevano provato prima dell’estate, tentando in maniera furba di sposare Renault, approfittando di un mercato asiatico di Nissan in crisi: nulla di fatto, Macron disse no. Oggi, dopo mesi di trattative, un altro matrimonio s’ha da fare, sempre italo-francese, o meglio, oramai italo-americano-francese. FCA si concede a PSA, il gruppo automobilistico facente capo a Peugeot e Citroen, che già aveva fatto shopping in Germania e Gran Bretagna acquisendo marchi e stabilimenti di Opel e Vauxhall. 

Secondo quanto dichiarato pubblicamente, si tratta di una fusione alla pari, con una ripartizione equa del pacchetto azionario e dei membri del CdA, il cui undicesimo uomo sarà Carlos Tavares, un guru dell’automotive, già a capo di PSA. Insomma, girando tutte le carte sul tavolo, questa fusione non sembra poi così paritaria. Sono stati emessi dividendi e premi per gli azionisti di FCA, con la famiglia Agnelli (Exor è controllata al 100%) che intascheranno ben 1,6 miliardi di euro dall’operazione. 

Senza andare a snocciolare nel dettaglio tutte le clausole dell’accordo, che restano tuttavia oggetto di discussione tra economisti e sedicenti tali, è bene andare a pesare cause e conseguenze della situazione che si è andata costituendo, e degli scenari passati, presenti e futuri che si prospettano. 

Andiamo a monte della vicenda: perché era necessaria una fusione? FCA, negli anni, anche a causa delle decisioni molto personali della buon’anima di Sergio Marchionne, aveva sempre mancato l’obiettivo della conversione verso forme di locomozione più pulita, specialmente nel segmento dei veicoli elettrici e a zero emissioni. Negli ultimi 15 anni, da quando Marchionne era arrivato a Torino, gli aumenti di capitale di Fiat si sono rarefatti, e con il ricatto della salvaguardia dei posti di lavoro negli impianti italiani lo Stato ha sempre aperto il portafogli per sostenere gli investimenti e l’occupazione. 

Si stima che dal 1977 ad oggi lo Stato italiano abbia regalato quasi 8 miliardi di euro di finanze pubbliche per sostenere Fiat, senza mai richiedere nulla in cambio. Giusto per pesare l’onerosità di questo investimento, allo stato attuale questa somma basterebbe per rilevare il 40% dell’intero pacchetto azionario della casa automobilistica. Invece l’Italia ne detiene lo zero percento. 

Andando a vedere specularmente ciò che invece è successo oltralpe con PSA, ci si rende conto quanto faccia fede l’interesse nazionale rispetto alla gestione della cosa pubblica. BPI (l’equivalente francese di Cassa depositi e prestiti) a seguito dell’ultimo salvataggio operato a vantaggio di PSA (dopo la crisi del 2008) ad oggi detiene il 12% delle quote sociali, più un 51% ripartito tra investitori istituzionali francesi ed esteri. L’Eliseo, dunque, continua a mantenere un forte controllo sulla casa automobilistica francese, utilizzando questa leva azionaria come potere negoziale sui tavoli di concertazione sindacale. 

Questo, infatti, sarà uno dei nodi gordiani del prossimo futuro: la parola chiave è sinergie. Per sinergie in economia si intende l’interazione tra due aziende, nei processi di acquisizione o fusione, in grado di generare più valore aggiunto rispetto a quello che produrrebbero prese singolarmente. Ciò, chiaramente, può essere dovuto a questioni di efficienza, riduzione dei costi, condivisione di innovazione e tecnologie. Il valore delle sinergie potenziali della fusione tra FCA e PSA ammonterebbe a 3,7 miliardi di euro. Da dove deriva questo numero? Ma naturalmente dalla possibilità di condividere alcuni settori produttivi. 

La necessità, dettata politicamente e dalla domanda del mercato, di convergere su un segmento automobilistico a zero emissioni, necessiterà la concentrazione di sforzi aggiuntivi sui progetti di veicoli elettrici, settore in cui la casa francese è molti passi avanti rispetto a FCA. Ciò, naturalmente, potrebbe comportare un abbandono delle tecnologie convenzionali, con un drastico ridimensionamento di alcuni impianti produttivi italiani come quelli di Termoli e Pratola Serra, dove vengono prodotti i motori delle vetture del gruppo FCA. L’impianto campano in particolare risulta sotto-sfruttato già da diverso tempo, con orari di lavoro dimezzati. 

La domanda, quindi, sorge spontanea: saremo in grado di tutelare l’occupazione degli operai italiani? La risposta, tuttavia, sembra ancora più incerta: Nel 2019 sono entrati in cassa integrazione 3245 dipendenti dello stabilimento di Torino Mirafiori, circa due terzi del totale di 5000 dipendenti assunti presso l’impianto. Tale provvedimento è volto a metabolizzare i costi di conversione della linea di produzione del motore elettrico della 500e, la versione EV della storica vettura del gruppo torinese. Soldi, ovviamente, sborsati dalle casse dello Stato. 

La forza contrattuale del governo italiano, ammesso che abbia la volontà di avviare un braccio di ferro con l’azienda, è comunque ridotta all’osso. Questo, ahinoi, grava sul fardello delle strategie industriali di interesse nazionale, oramai annullate dal lassismo governativo perpetratosi per anni e da una contingenza economica decisamente sfavorevoli a stati economicamente deboli come il nostro. La Francia, per converso, mantiene una posizione molto forte e rigida rispetto alle industrie strategiche nazionali, potere con il quale ha bloccato la fusione tra FCA e Renault (che sarebbe stata piuttosto sfavorevole per Parigi), ma dando il benestare all’incorporazione di un colosso industriale come Fiat e del suo market share negli Stati Uniti. 

Dopo Alitalia, la scalata a Mediaset, BNL, Parmalat, e l’ostracismo sui cantieri di Saint Nazaire, Roma perde un altro braccio di ferro contro Parigi, molto più motivata e pronta su questioni economiche di rilievo. Qualcuno ribadirà che FCA è un’azienda privata, e che può agire in assoluta autonomia rispetto alle proprie strategie industriali. Ma i 23mila lavoratori, più l’indotto, che lo Stato italiano con i suoi contribuenti ha supportato e foraggiato economicamente per decenni sono una questione che riguarda in toto l’interesse nazionale. E ancora una volta Parigi attende il cadavere in silenzio, sulla riva del fiume.