Non bisogna incolpare le vittime. Una tautologia dal punto di vista della lingua, perché la definizione di vittima già stabilisce l’esistenza di un carnefice, portatore univoco della colpa. In un saggio molto intelligente, Critica della vittima, Daniele Giglioli suggerisce l’esistenza, nella società contemporanea, di una categoria specifica, il paradigma vittimario:

Quella di oggi è invece una morale da mostri, in quanto ha la vittima al suo centro ma il mostro come unico principio attivo. Una morale che chiede di identificarsi (riconoscersi, compiacersi) non in ciò che si fa ma in ciò che non si fa, dichiarandosi non più forti ma più deboli di chi sbaglia, e dunque potenzialmente alla sua mercé. C’è qualcosa di rassicurante, nel sentirsi potenzialmente alla mercé. Un vaccino, un protocollo immunitario che consolida tramite ciò che a rigore dovrebbe disgregare. Come spiegare altrimenti la compulsione a leggere l’intero mondo esterno, naturale e sociale, attraverso il filtro della paura?” (Daniele Giglioli, Critica della vittima)

In effetti, negare l’agency della vittima è necessario per focalizzare la nostra lettura sulla responsabilità individuale, evitando la sgradevole ammissione che la criminalità scaturisce anche dal corpo sociale nel suo complesso. L’esempio infausto della ragazza con la minigonna, posto sul piano dello stupro come evento fine a se stesso, intacca prima di tutto i confini del crimine, rappresentati dalla persona dello stupratore. Se adottiamo un’ottica contrattualista, quella dei giuristi settecenteschi, la questione è semplice. Attraverso la punizione il criminale sconta l’infrazione del contratto sociale, e così gli viene riconosciuto il diritto di possedere le proprie azioni, e le relative conseguenze:

Io non trovo eccezione alcuna a quest’assioma generale, che ogni cittadino deve sapere quando sia reo o quando sia innocente. (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene).

Nel duello fra il criminale e la società, la vittima rimane in disparte. Ed è vero, la vittima va ancora oggi salvaguardata da tutte le squallide narrative che mirano solo a rovesciare simmetricamente il dispositivo della responsabilità, assolvendo ipso facto il carnefice. Il fenomeno sociale dello stupro non si spiega certo con una catasta di minigonne. Ma questi cristallini ragionamenti non raccontano più tutta la storia adesso che il pensiero marxista e post-marxista, Foucault, la Scuola di Francoforte hanno scoperto macchie su macchie nel candido tessuto della teoria politica illuminista. Adesso sappiamo come la società produce vittime e carnefici, e come vittime e carnefici accedono ai ruoli che la società ha formulato per loro. Se oggi vogliamo parlare del giudice Francesco Bellomo dobbiamo, necessariamente, parlare anche delle sue vittime. Perché un sistema si compone di parti in relazione reciproca: e di “sistema Bellomo” parla, appunto il Gip del Tribunale di Bari nell’ordinanza di arresti domiciliari, notificata il nove luglio scorso. La vicenda è inquietante, oscura come certi testi di Bataille, e viene da lontano. Dal 2017, per essere precisi. 

Il Post racconta adeguatamente i fatti, ma li riassumiamo in due parole: all’epoca Bellomo è magistrato del Consiglio di Stato, e a latere tiene corsi di preparazione al concorso di ingresso in magistratura, in qualità di direttore della scuola di formazione Diritto e Scienza. La scuola è parecchio costosa, dunque le borse di studio sono ambite: Bellomo le offre alle allieve di suo interesse in cambio della firma di un contratto di sudditanza, che prevede abiti succinti e un feudale diritto di prelazione riguardo alle relazioni sentimentali delle ragazze, consentite solo col permesso di Bellomo stesso. Espulso, alla luce di questa condotta, dal Consiglio di Stato, Bellomo continua a tenere corsi privatamente, finché un paio di settimane fa arriva l’arresto, motivato dalla denuncia di quattro allieve e anche dalle calunnie e minacce ai danni di Giuseppe Conte, avvenute quando il futuro primo ministro era presidente della commissione disciplinare chiamata a pronunciarsi sul caso. Che la parte lesa sia diventata, a sorpresa, presidente del Consiglio ha tutta l’apparenza di una nemesi biblica rovesciata sulla testa di Bellomo, e senza questo dettaglio il caso avrebbe avuto minore risonanza: la questione interessante, però, è quella che riguarda le studentesse.

Francesco Bellomo

Dopo la destituzione, Bellomo viene intervistato da Bruno Vespa. L’intervista merita di essere ascoltata, se non altro per l’atmosfera tragicomica: unghie che stridono sugli specchi, un Vespa esterrefatto, citazioni di Goethe e nonsense aulico degno del conte Mascetti. L’ex giudice è una figura luciferina: volto efebico, abbigliamento giovanilistico, linguaggio fumogeno tipico del trickster, l’archetipo mitologico dell’ingannatore. Ma il dress code richiesto alle ragazze, con quella banale, cinepanettoniana pretesa di cosce in bella vista e trucco da bordello, non è disturbante, nemmeno sorprendente. Solo sgradevole: colloca semplicemente Bellomo nella vasta categoria di omuncoli che, vezzeggiati da media e mercato, non hanno mai smesso di considerare le donne un sesso decorativo, nei termini di Oscar Wilde. Bataille arriva, però, insieme all’inquietudine, quando si parla di relazioni. L’ex giudice proibisce alle borsiste di sposarsi, pretende che scelgano i fidanzati secondo logiche di darwinismo sociale, pubblica deliranti ricerche sulla rivista della scuola, esaminando le abitudini sessuali delle allieve in termini che definisce, con temerario sprezzo dell’epistemologia, scientifici. E redige anche un decalogo relazionale: obbedienza, reperibilità costante, fedeltà fanatica, sottomissione rituale alla sua persona. Sacrificio, insomma:

Il sacrificio, se è una voluta trasgressione, è l’atto deliberato che ha per scopo il repentino mutamento dell’essere che ne è vittima. Quest’essere è messo a morte. […] Ma questo stesso essere, nella morte è ricondotto alla totalità dell’essere, all’assenza di particolarità. L’atto violento, privando la vittima del suo carattere limitato e donandogli l’illimitatezza, l’infinito che appartengono alla sfera del sacro, è voluto nella sua conseguenza profonda. È  voluto come l’atto di colui che denuda la sua vittima, nella quale egli desidera e vuole penetrare. L’amante non disgrega la donna amata meno di quanto non faccia il sacrificatore cruento con l’uomo o l’animale immolato. La donna nelle mani di colui che l’assale è privata della sua individualità.” (Georges Bataille, L’erotismo)

Queste, invece, le parole di Bellomo:

Venerdì sera, quando entro in stanza, ti metti in ginocchio e mi dici: “Ti chiedo perdono, non lo farò mai più”. Non ha il significato della sottomissione, ma della solennità. Come le forme rituali.

Il giudice impone alle sue allieve un erotismo annullante, uno scioglimento dell’individualità di fronte a un “agente superiore”, come lui stesso si definisce. Una di loro ha smesso di mangiare, è finita in ospedale. Ma la violenza a cui Bellomo sottopone le sue vittime è tutta psicologica, passivo-aggressiva, la contropartita rimane seducente: un ruolo professionale ambito, e forse anche l’ingresso in un circolo esclusivo, quello di vestali del superuomo autoproclamato. Proprio come il Mefistofele goethiano, propone il suo patto in cambio dell’anima, e aspetta che venga accettato. Quante accettano? Non lo sappiamo di preciso, ma possiamo rifarci ai numeri dello stesso Bellomo: dieci anni di corsi, trecento allievi all’anno, otto su dieci sono donne. Quattro di loro lo accusano. Quattro. Per forza di cose, fra quelle che hanno sottoscritto, in lettera e spirito, il contratto diabolico, alcune siedono adesso sullo scranno di magistrato: la scuola Diritto e scienza, a quanto pare, garantiva una preparazione eccellente ed esiti concorsuali ben superiori alla media. Alcune delle borsiste decorative, le vestali di Bellomo, adesso giudicano la gente.  

Georges Bataille

La separazione fra morale e diritto è, per molti versi, l’atto di nascita dello stato liberale moderno. È anche una terribile museruola, che impedisce di esplicitare quanto di sbagliato c’è nelle figure di giudici e aspiranti giudici i quali, pur tecnicamente ineccepibili, si siano prestati a uno scempio del genere. Sarebbero discordi quasi blasfemi in un dibattito pubblico consacrato al relativismo etico. Del resto, almeno secondo la Procura di Milano la condotta di Bellomo non è reato. Lasciamo riposare, quindi, lo spirito dell’avvocato di Arras, Robespierre l’Incorruttibile, con la sua idea che il fondamento di una repubblica debba essere la virtù personale dei cittadini: le nostre repubbliche sono solo le figlie imbastardite e decrepite della sua.

Almeno, però, neghiamo l’immunità etica alle vittime. Assolutamente, non vogliamo accusare le ragazze che hanno denunciato, anche se tardivamente: la sudditanza psicologica, la paura di ritorsioni legali, la vergogna, sono tutti fattori che spiegano la difficoltà della denuncia. E nemmeno le ragazze che ancora soffrono, costrette dalla paura al silenzio. Accusiamo le altre, quelle che si sono vendute il ruolo di vittime, che l’hanno scambiato col successo professionale, lo stipendio, il prestigio sociale. Tutto l’armamentario della piccineria borghese, insomma. Per costoro il paradigma vittimario non è nemmeno una condizione, ma solo un abito prêt-à-porter, da indossare nei giorni freddi, da lasciare nell’armadio quando il tempo è sereno. Chiunque, fra quelli che hanno subito il sistema Bellomo, non si senta profondamente offeso, chiunque abbia scrollato le spalle e proseguito con i concorsi e l’attività di magistrato, agli altri ed a se stesso amico, è complice. La Procura di Milano parla, appunto, di una rete di scambi connotata da reciprocità: è un’immagine ripugnante, che descrive un giro di prostituzione morale, quando non fisica, aggravato dall’assenza dello stato di necessità, della coercizione, dello sfruttamento. Non ci sono, qui, ragazze africane finite in mano alla mafia, ci sono laureate italiane che considerano umiliazione, sottomissione e mercificazione un prezzo equo da pagare per il superamento di un concorso pubblico. C’è un vuoto etico senza fondo.

La vicenda Bellomo, unita a vicende simili, ad esempio il fenomeno delle molestie sessuali nel mondo del cinema o in quello accademico, lascia le dita sporche anche solo a scriverne. Disturba la consapevolezza che di Bellomo ce ne siano parecchi, e che molti non verranno mai denunciati. Non solo e non tanto gran porci, come li definisce icasticamente Enrico Mentana, ma, seguendo Èmile Zola, spiriti di malcostume sociale, ciascuno nucleo di un sistema soddisfatto della propria immoralità, ciascuno fabbricante di vittime contente di essere vittime. E allora, visto che le umiliate e offese in vicende del genere sono, nella stragrande maggioranza dei casi, donne, lasciamo una riflessione aperta al dibattito, un principio di idea. Iniziando da Simone De Beauvoir:

Perché le donne non contestano la sovranità maschile? Non v’è soggetto che si proponga immediatamente e spontaneamente come inessenziale: non è l’Altro che definendosi tale definisce l’Uno: è posto come l’Altro dall’Uno che si afferma Uno. Ma perché l’Altro a sua volta non si rifaccia Uno, occorre ch’esso si pieghi a codesto punto di vista estraneo. Donde viene alla donna una passività così grande? […] Le donne non hanno un passato, una storia, una religione, non hanno come i proletari una solidarietà di lavoro e di interessi, tra loro non c’è neanche quella promiscuità nello spazio che fa dei negri d’America, degli ebrei dei ghetti, degli operai di Saint-Denis o delle officine Renault una comunità. Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini – padre o marito – più strettamente che alle altre donne; e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale. (Simone De Beauvoir, Il secondo sesso)

Forse, nella ricerca di soluzione a questo dilemma sta l’errore di una discreta parte del pensiero femminista contemporaneo, nella sua lettura intersezionale dell’oppressione, nella moltiplicazione onnicomprensiva delle identità sociali: magari l’identità di oppressore e oppresso a un certo punto si salda, magari fra loro si instaura una simbiosi parassitaria, della quale entrambi sembrano superficialmente beneficiare. Magari le donne adottano consapevolmente lo sguardo maschile come strumento di ascesa sociale, e gli uomini ricevono in cambio la conferma dell’ordine costituito. Magari le vittime partecipano della logica del sacrificio. Forse le borsiste di Bellomo, come i cortigiani di Tacito, sperimentano la libido adsentandi, il piacere di essere d’accordo con i potenti, sulla via per diventare, da magistrati, potenti anche loro. Forse c’è una sola identità, nella società neoliberista, ed è il Giano bifronte dei padroni che hanno i loro padroni, per dirla con Pasolini: forse, più del Bellomo in sé, bisogna temere il Bellomo dentro di me.