E’ una partita complessa che si intreccia tra la rabbia sociale, la successione al Quirinale, la corsa di Salvini nel diventare la prima alternativa elettorale a Renzi, grossi interessi economici in gioco, mantenimento dello status quo e ruolo della previdenza sociale nelle strategie governative. Il fatto compiuto è il “no” della Corte Costituzionale nella pronuncia per l’inammisibilità del quesito referendario pro abrogazione della Legge Fornero. La base della sentenza poggerà con ogni probabilità sulla “natura economica” della legge in questione, essendo allora inserita all’interno di una manovra tributaria e quindi, di fatto, non referendabile per Costituzione. “Questa Italia mi fa schifo e mi batterò per ribaltarla […] i giudici della Corte Costituzionale hanno negato un diritto sacrosanto. Il primo appuntamento di piazza, che spero rimanga tranquillo, sarà il 28 febbraio, Renzi deve andare a casa[…] In Italia se uno cerca il cavillo lo trova sempre, ma questa è una presa in giro. Renzi starà stappando lo champagne, ma ci sono milioni di italiani che speravano di non morire sul posto di lavoro, che speravano di poter andare in pensione dopo 40 anni di lavoro. E invece no. L’Italia è un paese del c…”.

Ora, continua Salvini, “si scordino di dialogare con la Lega dopo lo schifo che è accaduto oggi alla Consulta. Si scordino di proporre il nome di Giuliano Amato che fa parte di questa corte che ha bocciato il referendum”. Matteo Salvini cavalca l’onda delle 500 mila firme raccolte per la presentazione del quesito, uno degli strumenti medianti i quali la Lega si è fortemente rilanciata. D’altro canto, nella maggioranza, si insidia sempre più prepotentemente l’ipotesi di ritoccare la materia pensionistica: la proposta Damiano che prevede la possibilità di ren­dere fles­si­bile l’età pensionabile dai 62 anni con una pena­liz­za­zione del 2 per cento l’anno sull’assegno che si andrà a per­ce­pire potrebbe essere la traccia per la riforma delle pensioni del 2015, un annata che si presenta potenzialmente molto movimentata e aperta a parecchi scenari. La tesi di alcuni è che il referendum, a prescindere dalla costituzionalità, sarebbe stato comunque bocciato, in quanto avrebbe intaccato troppi interessi evidenti. Fatto sta che i sondaggi sono in movimento, la percezione della fiducia nell’attuale maggioranza governativa appare fluida e non più cristallizzata come nell’immediato spazio temporale successivo alle elezioni europee.

Il Pd sta lentamente calando ( 37,5%) e per quanto rimanga fermamente il primo partito, le percentuali perse corrispondono esattamente a quelle guadagnate dai principali competitori partitici: M5S ( dal 17,5% al 18%) e Lega Nord ( dal 10% all’11,5%). Sommando questi dati alla piccola risalita di Forza Italia, comunque sempre bassa rispetto le medie raggiunte in passato, data al 14,5% e il 5% di Sel che potrebbe rappresentare una buona base di partenza per la formazione di una eventuale formazione schierata a sinistra dello scacchiere, da seguire è in questo senso sia la vicenda Cofferati sia il dissenso parlamentare che sta emergendo rispetto le riforme costituzionali, la sensazione è che esiste, seppur divisa e frammentata, una quantità considerevole di cittadini che sta rivalutando l’affidabilità di Renzi e dei suoi. La misura reale di questi valori si avrà solamente al prossimo giro elettorale, è evidente però che tanto a livello parlamentare, quanto a livello elettorale si stia muovendo qualcosa di non convergente con le politiche renziane. Ecco perché è probabile che verrà attuato un tentativo di addolcimento della Riforma Fornero, specialmente in virtù dell’atteggiamento fermo dei sindacati sulla doverosità di una rivisitazione della normativa in questione. Ma le pensioni saranno solo una delle mosse obbligate che Renzi sarà verosimilmente costretto a fare se avrà intenzione di non spostare eccessivamente il baricentro della propria azione politica verso il centro e quindi se avrà la volontà di mantenere una base militante, seppur ormai abbastanza sfibrata e legata solo al fenomeno delle primarie, fatta anche di pensionati o prossimi alla pensione, iscritti ai sindacati e apparentemente volenterosi di dare pubblicamente seguito ad azioni di protesta. La Lega di Salvini, comunque, continua a tessere una complessa e sottile trama costituita da toni alti, rivendicazioni sociali, reti territoriali e continue presenze mediatiche che lentamente contribuiscono, complice il totale appiattimento di Berlusconi a Renzi per mezzo del patto del Nazareno, a far sì che la Lega rappresenti ad oggi il fulcro dell’opposizione “a destra”, volendo forzare terminologicamente lo scacchiere partitico.

Guardando all’italicum, però, quindi alla proposta di vittoria immediata per la lista che dovesse conseguire il 40% dei consensi, ben si comprende il disegno di salvare o quantomeno di cercare di ripristinare il bipolarismo messo in atto dal Pd e da Fi. La proposta Martino per il Quirinale, avanzata congiuntamente da Berlusconi e Alfano lascia presagire l’ipotesi di un ricongiungimento “popolare” in prossimità dei giri che contano. Per questo Salvini deve fuggire la logica del ripristino del centrodestra, la logica delle boutade mediatiche finalizzate al consolidarsi pubblico di una leadership che potrebbe essere messa in discussione con un semplice gioco di riforma elettorale che constringerebbe il Carroccio a schiacciarsi nuovamente su posizioni neoliberiste. A meno che non si crei quel famoso polo identitario e sovranista di cui ad oggi sembrano essersi perse le tracce, polo neppure ipotizzabilmente rappresentabile con una semplice sigla “Noi con Salvini” o con riflessioni pressapochiste come quelle sull’immigrazione, sull’islam e sulle altre tematiche oggi imperanti nella cronaca politica italiana.