L’esito delle urne sancisce la brusca stroncatura delle ambizioni plebiscitarie del renzismo e condanna il presidente del Consiglio dimissionario a diventare un cavallo azzoppato nella pista politica nazionale. Con il trionfo del No, la maggioranza degli italiani non ha voluto soltanto rigettare una riforma che intendeva modificare la Costituzione in maniera più che discutibile, ma ha soprattutto rifilato un sonore schiaffo in faccia alla tracotanza di un gruppo dirigente baldanzoso nell’esercizio del potere, colpevole di sopravvalutarsi in termini di consenso e di capacità, sinceramente convinto di una propria superiore alterità rispetto a qualsiasi oppositore. Intenzionato ad attingere alla fonte della volontà popolare per ottenere quella legittimazione che gli mancava da quando è a Palazzo Chigi, Renzi ha pericolosamente investito tutta la sua carriera politica in questo referendum costituzionale e ne è uscito sonoramente sconfitto.

La classe dirigente renziana, se da una parte ha sovrastimato il proprio grado di popolarità nell’elettorato e l’influenza su di esso dei mass media tradizionali, dall’altra ha decisamente sottovalutato la coscienza civica degli italiani e la quotidianità da loro acquisita con i canali d’informazione alternativi come il web. Quel quesito così furbescamente incline a stuzzicare gli appetiti del sentimento diffusissimo dell’antipolitica, sfoderato proprio da chi – guidando il governo del paese ed anche il primo partito in Parlamento – inevitabilmente personifica la politica, deve essere suonato alla maggioranza dei votanti come un insulto intollerabile alla propria intelligenza. La sconfitta di Renzi e del suo giglio magico induce ad una riflessione più generale e non più evitabile sulla condizione della classe politica italiana.

Le analisi degli osservatori sullo stato non salutare del sistema politico italiano si sono limitate ad individuarne come causa principale, la mancata semplificazione istituzionale. Così facendo, però, si continua a trascurare le conseguenze scaturite dal vuoto culturale sempre più predominante nella classe dirigente espressa dai partiti. Da decenni, i partiti non avvertono più l’esigenza di coltivare quel retroterra culturale fra i propri iscritti – magari con scuole per quadri – imprescindibile per dotare la loro azione politica di un indirizzo solido e non intercambiabile. Questa mancanza ha partorito l’odierna tendenza a concepire la politica come mero svolgimento dell’attività amministrativa. Allergica ai grandi temi, incapace di suscitare vivaci dibattiti nel mondo della cultura ma costretta sempre ad accodarsi ad esso con soluzioni semplicistiche, questa classe dirigente priva di formazione ha ridotto l’agenda politica del paese ad una lista della spesa allargata in cui si tiene conto soltanto del bilancio. L’esperienza renziana, prodotto emblematico della desolazione culturale dilagante fra i nostri rappresentanti, al discorso puramente economicistico ha unito l’insopportabile logica del pragmatismo a tutti i costi. Ma, come giustamente rilevato da Ratzinger:

“La politica vive di una filosofia.  Non può essere sempre semplicemente pragmatica, fermarsi al “facciamo qualcosa”. Deve avere un’idea della totalità”

L’esaltazione del pragmatismo sterile e l’auspicata transizione verso una democrazia decisionista rappresentano l’inevitabile – ma fallimentare – approdo determinato dalla cancellazione di qualsiasi dialogo  tra dimensione filosofica ed azione politica. Come sostiene anche Cacciari, se il politico smette di interrogarsi sul presente con “alcune chiavi di carattere culturale, storico e generale” e quindi non avverte più l’esigenza di cercare una base di confronto con l’analisi filosofica, non può che precipitare nel vuoto culturale. Alla luce delle macerie odierne, appare ancora più impietoso il confronto con i protagonisti della Prima Repubblica: mancano l’educazione nella fucina intellettuale della scuola di partito, l’apprendistato nella politica universitaria, l’indispensabile palestra delle relazioni internazionali. Il triste declino delle scuole di partito è reso evidente dalle poche ancora esistenti: spesso, appaiono alla stregua di concorsi dove mettersi in mostra per bieco arrivismo, ascensori sociali su catapultarsi nella speranza di un futuro posto in Parlamento, ricettacoli per raccomandati o strumenti di autofinanziamento.

Il renzismo, dunque, è stato espressione “cool” di questo vuoto culturale in politica. Un vuoto che però si avvertiva e che si è cercato di colmare, ma sempre con la prima cosa che passava il convento della modernità: la retorica dogmatica del politicamente corretto, la provinciale scimmiottatura del nuovismo obamiano e blairiano, l’abuso dello storytelling. Se Craxi si formò su Proudhon, Fanfani scriveva di Weber e Sombart, l’autorevolezza dei dirigenti comunisti contribuì a far prevalere una determinata interpretazione di Marx anche nell’ambito culturale, il poliglotta Malagodi amava Goethe, la classe dirigente dell’era renziana – invece – rivendica con spregiudicatezza la propria distanza dai “professoroni” ed ostenta con orgoglio un pantheon di riferimento che non va oltre le serie tv statunitensi e le citazioni su Wikiquote. Se l’arroganza in Craxi e la furbizia in Andreotti si coniugavano con un notevole spessore culturale e politico, Renzi ha provato a servirsi di questi due atteggiamenti insieme come surrogati per sopperire all’assenza  di una formazione di pari livello. Ma se non ha sfigurato in quanto ad arroganza, il premier dimissionario non ha certo brillato in furbizia legando, senza esserne obbligato, il suo destino politico a questo referendum costituzionale. D’altronde, Andreotti – che furbo lo era davvero – diceva “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.