Sono tanti i nomi dei protagonisti che in questi convulsi giorni si stanno rincorrendo e a leggere la cronaca pare che gli attori principali siano loro: Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti. Per carità, stiamo parlando di pezzi grossi, nessuno vuole negarlo, ma la regina sulla scacchiera è una sola e ci sta poco da fare: Matteo Renzi. Per alcuni è un’ossessione, una sorta di patologia. Su facebook in questi giorni gira un post che dice:

molti antiberlusconiani sono diventati antisalviniani e hanno contestualmente condonato a Berlusconi molte colpe. Ma un antirenziano è per sempre. 

In effetti è una roba che fa riflettere, quantomeno uno ci prova. Ci sta poco da fare, è proprio vero: alla fine della fiera, uno spinto da non si sa quale moto dell’anima è anche disposto a perdonare qualcosa a Craxi o a Berlusconi, ma a Renzi proprio no. Perdonare qualcosa a Renzi è impossibile.

Il fatto è che, chi la vede in un determinato modo non riesce proprio a perdonargli di aver dato la botta finale alla sinistra di questo paese e la cosa che fa più male, sempre a chi la vede in un determinato modo, è che ad esserci riuscito sia stato uno che non ha nessuna cultura politica, per citare Pasquino, in una bella intervista rilasciataci qualche tempo fa. Ebbene, in questa fase la figura principale è proprio quella di Matteo Renzi: proviamo a spiegare perché.

Uno, e giustamente alcuni lettori ci sollecitano da questo punto di vista, non deve soffermarsi all’idealizzazione della politica e deve, piuttosto, provare ad analizzarla sotto il profilo strettamente umano. Benissimo, proviamoci.

Matteo Renzi, classe 1975, ha, come molti ragazzi italiani, una necessità semplice semplice: portare la pagnotta a casa. Ci ha provato con i documentari in televisione, ma anche no. E allora deve, necessariamente, continuare a coltivare un mestiere e ad oggi fa il politico. Ora, campare di politica è una roba brutta perché tutto sommato non ha molto senso: la politica è un servizio che si decide ad un certo punto della vita di prestare al paese in relazione ad un’intuizione contingente e convinti del fatto che possa apportare un arricchimento alla comunità: pensare di fare della politica un mestiere tout court è tutto sommato una contraddizione in termini perché uno non è che di idee ne ha all’infinito, pensate a un Fassino. E però, va bene uguale: Renzi ha deciso che da grande vuole fare il politico a vita.

La prospettiva politica di Renzi è strettamente legata alle prossime elezioni: le teme, più di ogni altra cosa, dal momento che al voto la nuova Segreteria del Partito, guidata da Nicola Zingaretti, andrà ad imporre i propri uomini e il risultato finale sarà un’ovvia perdita di potere per il fiorentino che, ad oggi, detiene il controllo della delegazione parlamentare del Partito Democratico. Il primo obiettivo, dunque, è quello di allontanare le elezioni e, nel breve termine, l’unica possibilità di riuscirci è quella di sottoscrivere un accordo di governo con il M5S.

Bene, fin qui tutto liscio. Il problema si pone nel momento in cui si comincia a governare il paese con i grillini, dal momento che questi professano di voler rivedere tutta una serie di porcate che il Governo Renzi ha messo su: il riferimento immediato è ovviamente al Jobs ActEbbene, attenzione, perché quello che potrebbe costituire un elemento di imbarazzo per Renzi, in realtà potrebbe finire col costituire la sua più grande opportunità di reinventarsi politicamente e di tracciarsi un futuro in relazione alla pagnotta da portare a casa.

Essì, perché Renzi con questa storia del Conte bis riesce ad allontanare le elezioni, ma non ad eluderle sine die: arriverà il momento che dovrà confrontarsi con le urne e quel giorno, se dovesse restare nel PD, Zingaretti non perderebbe di certo l’occasione per spazzarlo via e prendere la guida dei parlamentari piddini.

È proprio qui che si gioca la partita di Renzi: essendo infatti tutto sommato stretti i numeri di cui il nuovo esecutivo potrà contare in Senato, il fiorentino non avrà alcuna difficoltà a mandare in crisi il governo su questioni, ad esempio la revisione del Jobs Act, rispetto alle quali la sua stessa faccia rischierebbe di restare drammaticamente compromessa, in caso di tradimento delle scelte fatte. Non solo, quell’occasione sarà assolutamente provvidenziale per Renzi, che coglierà la palla al balzo per gridare al tradimento compiuto da uno Zingaretti riscoperto supino e asservito al M5S. Si compirà a quel punto la realizzazione del suo piano originario: uscire dal PD.

Prima o poi Renzi lo dovrà fare, non ha alcuna scelta, ma ha bisogno di tempo. Se si andasse al voto in autunno non riuscirebbe nel frattempo a trovare il pretesto per strappare e si troverebbe spazzato via dalla corrente zingarettiana. Ha bisogno di tempo, proprio come il Professore ne La Casa Di Carta: è solo ed esclusivamente una questione di tempo.

Un aspetto deve poi essere considerato per quadrare il cerchio: recentemente Berlusconi, quello che non a caso storicamente ha rappresentato l’alleato di governo di Renzi, ha espresso la necessità di presentare una coalizione di centro-destra attorno a Forza Italia. Silvio è consapevole dello scarso potere politico che il suo attuale consenso elettorale comporta, ma allo stesso tempo nutre l’ambizione di ricalibrare la coalizione su posizioni centriste e moderate. A differenza di Renzi, nonostante sia piuttosto gagliardo, Berlusconi è al tramonto della sua vita e si pone un tema della successione di quel che resta nel suo elettorato.

La questione è assai semplice, molto più semplice di quello che potrebbe apparire a prima vista: Renzi ha spinto con tutte le sue forze per evitare un voto immediato, che evidentemente lo avrebbe visto sparire, in attesa di costruire l’opportunità di strappare dal PD e di costituire un nuovo soggetto politico da offrire anche al futuro elettorato orfano di Berlusconi.

Ecco perché in questi giorni abbiamo tanto insistito su quanto improvvida sia la scelta di costituire questo governo. Il fatto che il Partito Democratico sia in prospettiva un interlocutore obbligato del M5S, non essendoci spazio a destra e non esistendo a sinistra alcuna forza politica alternativa al Nazzareno, è quasi pacifico, ma in questa fase la tempistica ricopre un ruolo assolutamente preminente: meglio farlo dopo le elezioni, una volta ridimensionato il velenoso ruolo di Renzi e della sua comitiva di amici.

Siamo certi che nella nascente coalizione possa esserci anche gente pentita e animata da buone intenzioni: l’altra sera un ravveduto Bersani ha affermato di voler rivedere il Jobs Act, riconoscendo come il lavoro non possa essere quantificabile meramente in termini di valore economico e attribuendogli finalmente la considerazione costituzionale che merita, facendo riferimento all’ignobile normativa vigente in materia di licenziamenti illegittimi, ma si illude ancora una volta perché la parentesi riformista di questa coalizione è morta sul nascere: stanno cadendo tutti nella trappola di Matteo Renzi.