La primavera bolognese si apre con una bellissima iniziativa contro la mafia e la criminalità organizzata. Si tratta della ventesima giornata in memoria delle vittime innocenti delle mafie, promossa anche quest’anno da Libera. Per l’occasione sul palco di Bologna interverranno Paolo Bolognesi, don Ciotti ed altri importanti elementi della lotta al crimine organizzato. Si parlerà di informazione, di corruzione, di infiltrazione, di sanità, di infrastrutture e di grandi opere, nel tentativo di sviluppare una sensibilità nei confronti di temi che quotidianamente popolano le prime pagine dei nostri giornali. Ma perché iniziative come questa sono sempre attuali e mai banali in un Paese come il nostro?

La mafia è cambiata. Le immagini dell’asfalto divelto di Capaci, del corpo esanime del generale Dalla Chiesa o delle auto sventrate in Via D’Amelio appartengono ad un passato che non corrisponde più alla realtà. La mafia si è evoluta, ed ha compreso che il silenzio frutta più del clamore. Un dato esemplificativo: nel 2014 a Palermo c’è stato un solo omicidio di mafia. Questo significa che Cosa Nostra non esiste più, che è sepolta dalla Giustizia, dai processi e dalle istituzioni? No di certo. Significa che le organizzazioni criminali hanno rivolto la propria attenzione verso i cosiddetti “reati dei colletti bianchi”: mazzette, tangenti, appalti a questo o a quell’amico che drogano il sistema economico, alterano il mercato del lavoro e mandano fallite le imprese che continuano a lavorare onestamente.

Non ci sono più le guerre fratricide tra clan che negli anni hanno insanguinato le vie italiane. Oggi le mafie si sono spartite gli affari: c’è chi si occupa del traffico internazionale di droga, chi delle grandi opere e chi dello smaltimento di scorie. ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Unita hanno iniziato ad operare nel silenzio, e solo laddove tangenti ed aiuti personali non riescono, allora si interviene con il piombo e la violenza. Le mafie sono più vive che mai: hanno solamente i riflettori che le illuminavano.

Il crimine organizzato è presente ad un livello sempre più capillare all’interno del territorio italiano. Le ultime vicende giudiziarie che hanno portato all’individuazione della cosiddetta Mafia Capitale descrivono un Paese ed una città in cui – a partire dal vertice politico fino ad arrivare all’ultimo ingranaggio del sistema socio-politico – tutto ruota intorno a pochi, potentissimi individui. Individui capaci di influenzare intere stagioni politiche, di lucrare su stupefacenti ed immigrazione. Individui che – a partire dai tempi della Banda della Magliana – hanno costruito negli anni, mattone dopo mattone, un enorme impero basato su malaffare, corruzione ed omertà. Criminali cresciuti proprio nella città in cui politica comunale e nazionale si incontrano.

Solamente tre giorni fa il Presidente del X Municipio romano si è dimesso dalla propria carica, denunciando l’elevatissimo tasso di infiltrazione mafiosa registrato all’interno del territorio da lui amministrato. Si tratta di eventi significativi, con i quali la politica prende (tardivamente) coscienza di quanto sia capillare la presenza delle mafie tutt’intorno a noi. Le mafie sono ovunque nella vita quotidiana di un italiano, e lottarle è un dovere di ciascun cittadino.

Appunto, lottarle. Questo è il nodo della questione. In Italia anche chi lotta la mafia è spesso colluso con la mafia stessa. Paradossale? Forse sì, ma assolutamente vero. Sul territorio italiano sono centinaia le associazioni che fanno antimafia: la maggior parte di esse è tuttavia popolata da trombati della politica, desiderosi di raccattare una qualche poltrona grazie alla carta dell’antimafia. Lo diceva in tempi non sospetti anche Leonardo Sciascia: il rischio dell’infiltrazione mafiosa o dell’arrivismo nel mondo dell’antimafia costituisce un pericolo serio. Certo, all’epoca lo scrittore sbagliò clamorosamente i destinatari dell’accusa, ma aveva pur sempre ragione. Li chiamava “i professionisti dell’antimafia”. E così succede che Antonello Montante, presidente degli industriali siciliani e delegato alla legalità di Confindustria, sia finito sotto inchiesta per mafia. Succede che lo stesso Presidente di Municipio di cui sopra venga minacciato da un “antimafioso” che pretende per sé un posto in Giunta. Succede insomma che il controllato e il controllore diventano la stessa persona e assumono gli stessi atteggiamenti, mandando in cortocircuito l’intero sistema.

La realtà è che per combattere la mafia ci vuole più politica. Ci vuole uno Stato assistenziale, capace di offrire servizi adeguati e tutelare le priorità dei più deboli. Ci vuole uno Stato che tuteli il cittadino e in grado di individuare le reali emergenze e di intervenire tempestivamente. Ci vuole una presenza politica più forte, affinché i cittadini percepiscano lo Stato come una presenza amichevole e non come un freno o un oppositore dei propri obiettivi. Ci vuole uno Stato davvero sovrano, capace di esercitare potere sui propri cittadini, e di imporre la propria autorità con la forza laddove necessario. Ci vuole uno Stato forte, capace di governare senza il supporto di alcun “agente esterno”, senza deleghe o concessioni. Uno stato compatto ed autorevole davanti ai propri cittadini. E la realtà è che tutto questo è lontano anni luce dall’Italia dei giorni nostri.