Per comprendere il fenomeno del turismo nel mezzogiorno partiamo dai dati. Secondo l’Osservatorio Nazionale per il Turismo, già nel 2016 sono stati stimati più di 62 milioni di arrivi da ogni parte del mondo, con una previsione d’incremento del flusso turistico dalle zone mediterranee e dal nord-europa. Al momento, non è possibile reperire le cifre esatte, ma a beneficiare della crescita del settore sono soprattutto le zone del mezzogiorno, sempre più appetibili per il clima piacevole e la bellezza dei paesaggi naturali e urbani. Già verso la metà di Maggio, numerosi alberghi, B&B e strutture annesse presenti nei centri storici e nelle località balneari di Puglia, Campania e Sicilia, registravano il pieno delle prenotazioni per il mese di Giugno e Luglio. Si tratta di una situazione che, senza ombra di dubbio, ha destato una buona dose di ottimismo e opportunità imprenditoriale, in un ambito in cui il settore produttivo è in crisi. I commercianti del centro-sud, in passato colti impreparati dai consistenti flussi turistici, sono stati costretti a rivedere le proprie strategie di marketing, ad abituarsi al nuovo stato di cose, con non poco successo e guadagno. Del resto, le località costiere del Bel Paese sono oggetto di un turismo facile e giovanile, a basso costo, privo di interesse per le attrazioni storiche.

Il Samsara, punta di diamante dello sfrenato spirito consumista che sta travolgendo la costa salentina

L’intrattenimento basato sul consumo di alcolici e musica nei locali è divenuta la principale fonte di attrattiva e guadagno , tanto da generare un fenomeno di esplosione di attività sempre nuove, ma quasi sempre della medesima tipologia. L’effetto paesaggistico è quello visibile nei viali principali delle fiorenti polis turistiche italiane, dove bar e cicchetterie si alternano senza alcuna distanza gli uni dagli altri, dove una folla indifferenziata trae godimento dalle stesse forme d’intrattenimento, provocando un caos urbano non trascurabile. Emblematico, a tal proposito, quanto sta avvenendo in note località meridionali; nel Salento, la città di Gallipoli, dalle grandi risorse storiche, è stata letteralmente investita da un epidemico exploit di locali, dove alcolici a basso costo si alternano a dj set e tormentoni estivi. Baia Verde e altre zone limitrofe costituiscono il cuore pulsante della movida, dove trasgressione e alienazione sono le parole d’ordine. Nulla da condannare, nulla da rimproverare al singolo turista che desidera il brivido. Gioventù è sinonimo di divertimento, spensieratezza e, talvolta, esagerazione. Tuttavia, il turismo nel mezzogiorno non è solo questo, e subentra non a caso un altro interrogativo. Di fronte a questa nuova risorsa economica, che fine hanno fatto le chiese gallipoline, gli antichi vicoli, l’inconfondibile architettura dai colori caldi della bella cittadina? Di fatto, il centro storico costituisce un mero luogo di passeggio, in cui i locali vengono adibiti a irrinunciabili gelaterie o ristoranti di cucina tradizionale slowfood. Qualsivoglia visitatore non potrebbe minimamente lamentarsi di un’eventuale carenza alimentare, anzi, uscirebbe dal periodo vacanziero con qualche chilo in aggiunta.

Turismo nel mezzogiorno

Le imbarcazioni dei pescatori attendono l’arrivo dei propri armatori: sullo sfondo un’affascinante Gallipoli sempre più sottoposta al giogo del turismo di massa.

Eppure, in tutto questo, dov’è la cultura? Le librerie sono pochissime, chiese e santuari vengono aperti ma con una frequenza non invidiabile. Gli antichi edifici non hanno modo di raccontare la propria storia e affascinare i passanti, se non attraverso la tradizionale guida turistica, spesso ridotta a professione folkloristica. Nessuna rappresentazione di antiche scene di vita quotidiana in costume, esigui i concerti di musica meno commerciale e più caratteristica. Del resto, sono sporadici i contatti fra le Università e le aziende locali, l’unica alleanza garante di uno sviluppo turistico equilibrato. Una povertà di iniziativa che scoraggia qualsiasi sogno imprenditoriale di attività dove lucro e cultura possano convivere. Gallipoli è soltanto un esempio, ma se ne potrebbero citare a migliaia. La situazione meridionale non è certo quella presente in località quali Rimini o Riccione, ricche di servizi turistici in quanto povere dal punto di vista paesaggistico. Le istituzioni locali dovrebbero, al contrario, promuovere le infinite risorse culturali e paesaggistiche a disposizione, di fronte alle minacce rappresentate dall’esportazione liberista di modelli turistici alla Briatore (devastazione ambientale per la creazione di discoteche e stabilimenti balneari di lusso). Abbiamo avuto il merito, da un lato, di riconoscere la nostra diversità, di aver detto “No” a un modello che non ci apparteneva. Tuttavia, nulla ancora si è fatto per intraprendere uno sviluppo oppositivo, che potremmo definire culturale, agro-turistico, alter-consumistico, non esclusivamente volto al divertimento “di pancia” tipico degli standard attuali. L’Italia, nella fattispecie il meridione, potrebbe rivelarsi la culla di una nuova filosofia del profitto, che si intreccia spontaneamente con l’etica del consumo intelligente. Un’agricoltura biologica di massa può generare un mercato e un circuito paralleli a quelli prospettati dal potere accerchiante delle multinazionali dell’alimentazione, un mondo impermeabile dove il Made in Italy possa rinascere e, magari, contrastare soluzioni quali il Ceta. Un’università più presente nel territorio potrebbe, invece, investire fondi per la creazione di nuovi centri di accoglienza turistica, musei, librerie gestite dal comune, garantire un ponte occupazionale per gli studenti, a seconda delle aree di specializzazione formativa. Occorre necessariamente ribaltare la logica ipocrita secondo la quale il consumatore debba essere accontentato in base alle inclinazioni e ai gusti personali. Nulla di più falso. È il mercato, l’industria culturale e del consumo a veicolare gusti e tendenze. È dunque possibile intraprendere un dirottamento positivo, di contro-tendenza, volto alla de-mercificazione della mentalità turistica, per la quale divertimento possa essere sinonimo di appagamento mentale (o “spirituale”), e non meramente fisico.