All’interno di quel grande contenitore di rutti e di sbadigli che, forse per brevità, ci ostiniamo a voler chiamare “dibattito pubblico”, fa spesso capolino un’arte (tutta liberale, quindi politicamente corretta) che consente all’interlocutore di cavarsela in ogni situazione; essa, manco a farlo apposta, è riassumibile in quel motto, spesso erroneamente attribuito a Voltaire, per cui, parafrasando, anche se io non sono affatto d’accordo con te, dovrei preferire la morte al fatto che tu non possa sentirti libero di renderci tutti partecipi della tua boiata.

Tutto molto bello, se non fosse che, all’epoca di Voltaire o chi per lui, nessuno ancora aveva mai assistito, per ovvie ragioni, a quello che oggigiorno chiamiamo talk show. Tempi più felici? Per il cardiologo di Cacciari, probabilmente sì. Ciò nonostante, facciamo un esempio pratico.

Recentemente, il noto giornalista e scrittore Giampaolo Pansa (Quel fascista di Pansa! come recita smorfioso il titolo dell’ultima sua fatica letteraria) s’è lanciato, in primissima serata, contro ciò che lui stesso ha definito un “governo di terroristi” disposti a tutto. Al di là della analisi politica, che probabilmente qualifica di più chi la fa, e non chi la subisce, viene spontaneo domandarsi quale sia allora la proposta che il nostro panzarotto fornisca in alternativa al “terrore giallo-verde”.

La risposta non tarda ad arrivare. Quella che viene descritta, con il classico tono apocalittico, come l’unica alternativa possibile, altro non è che un governo di tecnici alla Mario Monti, come a suo tempo accadde nel 2011, e persino, se possibile, ancora più blindato, visto che un tale governo dovrà essere, sempre a dire dello stesso Pansa, sostenuto dai militari, e questo, chiaramente, è per il bene di tutti. Un golpe? Nossignore, ci pensa subito il nostro panzer a rassicurarci, dicendo che, se di golpe si vuole parlare, lo si farebbe in maniera impropria, dato che saranno i tecnici a governare, non i militari. Ora che siamo tutti più tranquilli per il futuro, possiamo forse iniziare a preoccuparci della salute mentale di Pansa stesso, oppure, per dirla meglio, possiamo cominciare ad indagare più seriamente su quali siano le cause che possano portare una persona a sragionare in questi termini.

Il “problema” sollevato da Pansa è interessante perché, essendo una prospettiva estremistica, ci permette di ragionare su quello che è chiaramente un “caso limite” che, seppure sarebbe un errore considerare come irrealizzabile, ci concede però, dall’altra parte, il lusso di poterci concentrare su di una zona della questione che sia priva d’ambiguità, tralasciando per un momento le sfumature grige, ed entrando, con la dovuta cautela, nel mondo manicheo del bianco e del nero.

Appare a questo punto chiaro come, nel discorso di Pansa, il tema della cosiddetta sovranità abbia un ruolo decisivo, sebbene questa non sia mai apertamente nominata, ma sempre relegata, per così dire, ad una sorta di “sfondo” generale, come un presupposto necessario, ma dato per scontato.

Secondo Carl Schmitt, filosofo e giurista del secolo scorso, sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione. Questo, che Schmitt chiarisce subito trattarsi d’un caso limite, ciò nonostante ben si presta al caso nostro, visto che abbiamo detto ragionare per estremi. Ora, sappiamo quindi che c’è sovranità, in senso eminente, solo nel momento in cui sussiste uno stato eccezionale delle cose. Nel caso contrario, dobbiamo dedurne, non c’è effettivamente sovranità, ma ordinaria amministrazione, e cioè una soluzione di continuità con sovranità latente.

In altre parole, la sovranità si manifesta di necessità nel momento in cui è in atto una crisi. Ora, un altro tratto distintivo della nozione di sovranità, che emerge piuttosto chiaramente, è quello che la caratterizza propriamente come un esercizio di sovranità, e cioè non più come il gioco astratto dei diritti e dei doveri, tanto significativo nella forma, quanto poi vuoto nei contenuti; essa è piuttosto una pratica, e cioè qualcosa che trova un senso solo in quella dialettica viva e corrisposta che scaturisce dall’incontro (e, naturalmente, dallo scontro) tra le istituzioni e la società civile.

Carl Schmitt

A questo punto sappiamo che la sovranità è un esercizio concreto, la cui necessità emerge in un momento di crisi. Chiediamoci allora, per tornare al nostro, se lo scenario descritto da Pansa non sia uno scenario di crisi, e, una volta risposto di sì, chiediamoci allora chi eserciti la sovranità in tale eccezionale frangente; e cioè i tecnici, in primis, e poi anche i militari, ma solo come “stampella”.

È allora chiaro come il ragionamento di Pansa si possa dunque considerare tipico di un certo modo di ragionare, e cioè emblematico di quel tipo di discorso che distingue una sovranità tecnica e di tipo economico, da una popolare e di tipo politico, e che assume come dato di fatto indiscutibile l’esercizio eminente della prima sulla seconda, e, in ultima analisi, il suo dominio. Il triste corollario di questa tesi è l’impero assoluto della tecnica sulla cultura, e cioè dell’economia sulla politica. Cerchiamo, a questo punto, d’andare oltre le parole di Pansa, chiedendoci dov’è che la civiltà della tecnica incontra l’economia, e che cosa ne deriva.

La civiltà della tecnica, come dice Heidegger, ha un suo fondamento metafisico, ch’è quello del nichilismo, che nega l’essere sbriciolandolo in una moltitudine di enti utilizzabili, consumabili e sostituibili. L’essente nella sua interezza, ovvero tutto ciò che è, cioè la realtà tutta, si trasforma così in un fondo sempre a disposizione d’una crescita non meglio definita, smisurata e mai compiuta, che causa ovvie ripercussioni sulla vita del pianeta e, naturalmente, anche sull’uomo stesso.

Ora, questo quadro teorico ed astratto, si concretizza nel momento in cui incontra l’economia del nostro presente, e la caratterizza, determinandola storicamente, al punto che possiamo discutere non più d’una economia in generale, bensì d’un modo di produzione preciso, quello di una economia di tipo tecno-capitalistico. Il tratto tipico d’un tale genere economico, che meriterebbe un’analisi ben più approfondita, è quello di presentarsi come totale, cioè come assoluto, ovvero come “sciolto” da qualsiasi vincolo di sorta che ne possa limitare l’estensione nel tempo e nello spazio, o che, detto più semplicemente, possa opporvisi nell’esercizio della sovranità.

Martin Heidegger

A questo punto, evidentemente, abbiamo preso coscienza di quello che potremmo chiamare il “paradosso” della sovranità, e cioè il fatto che essa, pur appartenendo formalmente al popolo, poi, effettivamente, si manifesta come una imposizione tecnica, piombando sulle nostre teste dall’alto. Il paradosso sta nel fatto che, anche se questa è un’evidenza chiara come il sole, essa tuttavia necessita continuamente d’essere legittimata da quelle stesse forze che poi assoggetterà.

Quanto si può scoprire anche da parole sconsiderate come quelle di Pansa! Dovremmo forse, giunti a questo punto, ringraziarlo della cortesia fatta. Ciò nonostante, un’ultima domanda sorge ora spontanea, e cioè se il governo della tecnica sia un destino inevitabile, come Pansa sembra suggerire candidamente; e qui casca l’asino, dato che, effettivamente, un dominio di tipo tecnocratico resta la sola minaccia che oggettivamente possa costituire, in assenza d’una alternativa politicamente valida, un pericolo reale per la tenuta democratica d’un governo, piombando sulla politica dall’esterno.

Non serve certo portare, come esempio concreto di governo tecnocratico, quello che ancora è il ricordo vividissimo della Grecia della austerity, oppure, per dirla con le parole del tanto compianto (da Pansa) professor Mario Monti, il più grande successo dell’Euro. E questo, paradossalmente, è anche più assurdo, se si pensa alla recente autocritica fatta dal commissario europeo Juncker.

Il caso della Grecia è emblematico, non solo perché l’asservimento è stato, come nessuno più ormai osa negare, totale, ma anche e soprattutto per il fatto che essa rappresenta, simbolicamente, il punto d’origine della nostra civiltà e della nostra cultura, europea e occidentale in senso lato. Questo asservimento al grande capitale finanziario, dunque, non è stata “solamente” la tragedia personale e privata d’un popolo, ma, simbolicamente, ha rappresentato uno sfregio che, sui libri di storia, verrà per sempre ricordato come il momento in cui l’Europa voltò le spalle alle proprie radici, spezzando, ebbene sì, le reni a quella patria che fu di Omero, di Platone, di Tucidide e poi di tutti noi.

La nostra cultura nasce storicamente con un poema, l’Iliade, e con la narrazione poetica d’un conflitto crudele, non privo di episodi di grande ira furibonda. Oggi, molti secoli dopo quel terribile episodio, di cui non sappiamo neppure verificare la storicità effettiva, sembrerebbe che la storia stia chiamando nuovamente alle armi gli uomini, come per una nuova guerra di Troia. Un altro spettro si aggira per la vecchia Europa, nuovamente, come nel ’48 aveva ammonito Karl Marx nell’incipit del Manifesto. La situazione, dunque, è tutt’altro che inedita, così come le opportunità e i rischi. La storia, diceva Gramsci, è maestra di vita. Insegna, ma non ha scolari. Non commettiamo nuovamente gli stessi errori del passato. Se una soluzione c’è, sarà quella di trovare una nuova via, o di lavorare per costruirne una, e non certo quella di ricominciare la guerra di Troika.