In un suo recente articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno, Giuseppe Galasso ha commentato gli ultimi sviluppi della realtà politica ed istituzionale del Paese. Dopo aver parlato delle vicende dei maggiori partiti italiani, delle mosse del governo Renzi, ha concluso così: tutto questo gran discorrere si fa essenzialmente fra Roma, Milano, Torino, Firenze e Bologna. Il Mezzogiorno vi appare molto marginale, se non proprio assente. Senza le disgraziate vicende del Pd fra Napoli e Salerno, la Campania non sembrerebbe contare per la sinistra. Non fosse per la presenza di Caldoro e di qualche altro esponente e di qualche altra situazione sarebbe lo stesso per la destra. La maggiore voce nazionale della Puglia rimane sempre Vendola. Fitto appare piuttosto scontato nella sua opposizione a Berlusconi. Il nuovo centro-destra fa sospettare una presenza più elettorale che politica. La Sicilia appare sempre più ripiegata su se stessa. Poi ci si lamenta che il Mezzogiorno sia trascurato, si alimenta a torto o a ragione un improduttivo vittimismo, si ha la sensazione (neppure del tutto fondata) che una parte d’Italia rimanga più o meno ferma, mentre l’altra, sia pure stentatamente, accenna a rimettersi in moto. Osservazioni, su quel che dice Galasso, non possono mancare.

Più di una vera e propria marginalizzazione del Mezzogiorno nello scenario nazionale, è più probabile che si tratti di un processo di progressiva subordinazione. Non è vero, infatti, che il sottosviluppo meridionale sia, come dice Galasso, apparentemente statico. Solo superficialmente la situazione (politica ed economica) meridionale è quella di una infinita stazionarietà, di un immobilismo secolare. Il Mezzogiorno, certo oggi più che in altri periodi, è investito di una serie di processi che ne stanno mutando il volto. Gli stessi sintomi di vera e propria stagnazione economica e sociale non possono essere letti come un’immobilizzazione dei protagonisti, dei ruoli e delle parti in gioco. In questo senso, ad esempio, è possibile dire che, all’effettiva decadenza del comparto industriale meridionale, fenomeno di cui le pagine dei giornali di questi giorni sono particolarmente piene, si contrappone la sempre più forte ascesa dei proprietari degli stabilimenti balneari meridionali, che recentemente hanno praticamente dichiarato la volontà di dare un assalto finale per conquistare le ultime fette di spiagge ancora libere dal monopolio privato. Ecco quindi che, all’evidente caduta dei capitalisti del settore industriale, si va nettamente contrapponendo l’ascesa dei capitalisti produttori di merci immateriali. Non è possibile chiamare ciò semplicemente immobilismo; è di gestione del sottosviluppo che bisogna parlare, ed il sottosviluppo non può che essere dinamico e flessibile. Analogamente, non è di inattività del sistema politico meridionale che si deve parlare. Contrariamente a quello che si può pensare, la situazione politica ed istituzionale delle regioni meridionali presenta una serie di rapporti di forza che beneficiano grandemente di quella apparente lentezza istituzionale e di quella illusoria immobilità politica di fondo.

La realtà meridionale, nei suoi centri decisionali, non è statica, ma è, al contrario, animata costantemente da correnti e processi, vecchi e nuovi, che si indirizzano soltanto in una direzione, con un unico fine: una gestione ottimale del sottosviluppo meridionale, al fine di garantire la riproduzione delle classi dominanti e il mantenimento dei ruoli di forza che le vedono protagoniste. Effettivamente, come dice Galasso, le grandi strategie e gli accordi di una certa rilevanza, a livello nazionale, vedono il proprio svolgimento soprattutto nelle regioni settentrionali: ma non è possibile chiamare ciò marginalizzazione meridionale; è necessario capire invece che questo fenomeno fa parte della più generale tendenza della subordinazione meridionale. E’ a Milano, a Torino, a Bologna, a Roma che si decidono le sorti del Paese. Ma è necessario pensare sempre che il Mezzogiorno non è un’isola indipendente dal contesto in cui si trova: infatti, anche la sua posizione di subordinazione comporta il fatto che rapporti politici ed economici con le altre aree del Paese esistono e continueranno ad esistere. Dopo ciò che si è detto, un ultimo appunto è necessario fare alle parole di Galasso. E’ sorprendente constatare come l’articolo in parte citato sia stato pubblicato proprio nei giorni in cui la realtà politica greca sia stata (nel bene o nel male) sconvolta fino alle radici dalla vittoria di Alexis Tsipras. La riflessione di Galasso, in effetti, avrebbe potuto non limitarsi al rapporto tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, ma avrebbe potuto investire anche il rapporto tra il Mezzogiorno e la più larga realtà continentale.

Una similitudine tra la realtà greca e quella meridionale è in effetti possibile trovarla nel fatto che, entrambe, sono accomunate dall’essere periferie del sistema economico europeo. La vittoria di Tsipras, in effetti, sembra aver promesso un parziale ribaltamento dei ruoli di forza stabilitisi a livello continentale. Senza dubbio, ci si pone a confronto con un fenomeno politico di grande importanza. Tuttavia, l’esperienza meridionale ha tanto da dire a riguardo. Di tutto ciò che del rapporto tra il Mezzogiorno e l’Unione Europea è possibile dire (e similmente del rapporto tra le periferie europee e le aree centrali), una cosa è necessario dichiarare: che le attuali gerarchie nel contesto continentale europeo non sono riformabili rimanendo all’interno del sistema capitalistico. Ad una analisi attenta, si scopre che l’attuale sistema economico europeo non è il prodotto di una particolare congiuntura: è dalla fine della seconda guerra mondiale che l’esistenza di un sistema economico integrato a livello continentale è possibile anche attraverso lo sfruttamento dei Paesi centrali su quelli periferici (in particolare quelli mediterranei). Oltre ai rapporti tra le due parti del sistema italiano, è necessario quindi, in questo particolare momento, analizzare i rapporti che intercorrono tra le regioni meridionali e le aree dominanti del sistema europeo; ed è necessario capire soprattutto che la situazione di apparente immobilismo e di marginalizzazione descritta da Galasso ha la possibilità di essere riformata soltanto dopo l’abbandono del sistema capitalistico.