Nella calda ora pomeridiana di una domenica di luglio, a Palermo, un uomo è appena sceso, scortato, dalla macchina ferma sotto casa dell’anziana madre. Come abitudine, è venuto per salutarla. L’indice teso sfiora il citofono, forse lo preme, esplode. Salta in aria la macchina parcheggiata lì di fianco, imbottita di tritolo, il cui interruttore era collegato proprio al bottone che l’uomo stava schiacciando. Quell’uomo, morto insieme agli agenti della scorta, era Paolo Borsellino. E’ il 19 luglio del 1992. Dopo la morte di Giovanni Falcone, avvenuta il 23 maggio, la voce di un’oscura e confusa trattativa con la mafia iniziò a circolare, a crescere tanto da indurre Borsellino a condurre sul tema delle indagini private.

A differenza di altri, era fermamente convinto che scendere a patti con la mafia sarebbe equivalso al rinnegamento dello Stato, delle battaglie e degli ideali propri e di chi, per ciò, aveva perso la vita. Sapeva d’altronde che questa volta era diverso, questa volta rischiava infinitamente di più, perché non avrebbe dovuto vigilare soltanto davanti a sé, non avrebbe dovuto difendersi solo dalla mafia, ma sarebbe stato obbligato a guardarsi le spalle, a diffidare degli stessi compagni che lo affiancavano in trincea, mostranti bonarie e accomodanti maschere, dai larghi sorrisi e che celavano invece volti diversi. La moglie, Agnese Borsellino, testimonierà che quando giunse “notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per uccidere Paolo con l’esplosivo”, “arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco”, egli non ne fu nemmeno informato, se non indirettamente e casualmente. Ancora: “Mio marito mi disse testualmente che ‘c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato’” e “ mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”. Se avesse avuto il tempo, avrebbe sicuramente sgominato la trattativa, bloccandola sul nascere. Era diventato un pericolo anche per lo stato; fu eliminato.

Alla sua morte un’eccezionale clamore esplode nell’opinione pubblica e a quel punto la politica di Riina, improntata allo stragismo, non ha più motivo di essere perché troppo estrema e radicale, a tal punto azzardata da risultare controproducente per la trattativa stessa. Da entrambe le parti si avverte la necessità di un nuovo corso che più diplomaticamente, quindi più silenziosamente, raggiunga gli stessi risultati. Per questo motivo Riina, considerato ormai un ostacolo, viene arrestato, grazie alla decisiva collaborazione di un mafioso, il 15 gennaio del 1993 ed è in questo modo che ha inizio la cosiddetta seconda trattativa, dove al violento e brutale Riina si sostituisce il più moderato e cauto Bernardo Provenzano. L’accordo sotterraneo però emerge, affiora e trapela anche nel momento dell’arresto, con una tanto più ambigua dinamica, quanto più palese ammissione della trattativa: il covo di Riina, davanti a cui il boss era stato catturato, non viene perquisito immediatamente, ma è sottoposto a sorveglianza nella speranza che altri mafiosi vi si rechino e siano così arrestati. La sua vigilanza è quindi affidata ai carabinieri del ROS, al colonnello Mori (accusato nel processo di essere l’intermediario della trattativa) e al capitano Ultimo ma, evento inspiegabile, sconvolgente, assurdo, quindi perfettamente italiano, lo lasciano incustodito, abbandonandolo per oltre due settimane e mentendo così a Caselli, il procuratore a cui avevano assicurato la sorveglianza. Solo attraverso la trattativa l’episodio, altrimenti incomprensibile, appare logico, anzi necessario: nel covo gli agenti del ROS, gli stessi coinvolti nella trattativa, avrebbero sicuramente rinvenuto il papello, o comunque documenti compromettenti sulla trattativa. In pratica era come mettere la volpe a guardia del pollaio. Quando finalmente la mancata sorveglianza non potrà più essere tenuta nascosta, verrà dato immediato ordine di irrompere nel covo a quel punto ripulito, rimbiancato e vuoto tranne che per un’unica beffarda foto dei figli sorridenti di Riina; il papello non c’era più. Per questo motivo, i due carabinieri del ROS verranno processati, con l’accusa di favoreggiamento alla mafia, ma saranno assolti, perché il fatto non costituisce reato. Il 1993 è un anno complicato per la trattativa: la mafia sollecita l’azione dello stato con gli attentati di Roma, Firenze e Milano, una destabilizzazione sospesa, guarda caso, quando uno dei punti più importanti del papello inizia a trovare attuazione: l’indebolimento del 41-bis, il carcere duro, a tal punto da renderlo inane. Il primo passo lo compie il nuovo ministro della giustizia, Giovanni Conso, succeduto a Martelli nel governo Amato che, il 6 marzo, revoca il 41-bis, da rinnovare ogni sei mesi, a 121 mafiosi, considerati di minor pericolosità; quindi, il 26 giugno, lo revoca a altri 373 boss, per inviare “un segnale positivo di distensione”; infine il 5 novembre non lo rinnova per altri 334 mafiosi. “Così”, disse interrogato al processo sulla trattativa, “evitai nuove stragi”.

Il risultato è, nei fatti, la realizzazione del primo punto del papello completato poi nel 1997 con la chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara, e nel 2002 con la riforma Alfano che ne agevolò la procedura di revoca. L’inizio del ’94 sembra coincidere con la fine della trattativa; sembra, perché invece prosegue con Forza Italia, se sono vere le parole del mafioso Lo Verso: “Provenzano in persona aveva invitato tutti gli affiliati mafiosi a votare per Forza Italia” e se è vero che è stata fondata, tra gli altri, da un uomo molto vicino alla mafia, Marcello Dell’Utri, tanto vicino che il 9 maggio del 2014 viene condannato dalla corte di Cassazione a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. I fatti, comunque, sembrano pronti a dimostrarlo: nel 1995 FI propone infatti il decreto “manette difficili” che 1)limita la custodia cautelare; 2) dà la possibilità ai magistrati di scegliere se arrestare i presunti mafiosi, fino a quel punto obbligatorio; 3) abolisce la legge anti-omertà, ideata da Falcone, che spediva in carcere i testimoni falsi o reticenti. Anche la sinistra contribuisce alla causa con il governo D’Alema nel 1999, estendendo la possibilità del giudizio abbreviato a tutti i tipi di reato, provocando indirettamente la fine dell’ergastolo e che poi fu corretto a furor di popolo con l’esclusione dei reati per strage. Infine nel 2001, la legge Fassino-Napolitano contro il pentitismo;“i pentiti sono 1200, troppi” afferma l’attuale presidente della Repubblica. Fu così che nel corso degli anni il papello, figlio legittimo della trattativa, trovò attuazione. Ovviamente, a nostra insaputa.