Pochi giorni fa, sul Corsera, è uscita una bella intervista di Gianantonio Stella al cineasta Ermanno Olmi, da tempo affetto dalla Sindrome di Guillain-Barré (leggi qui). Si parlava di Tolstoj, dell’esperienza del dolore all’interno della vita e di ricordi. Filo conduttore, il tempo. Vale a dire, quell’anelito dell’istante tramite cui trovare e dare senso alla vita, finanche negli ultimi momenti, quelli più dolorosi e atroci. Anche nel tempo della malattia, ogni istante serba la potenzialità di una chance di vita: un’immagine, una conversazione, la presenza di qualcuno, persino guardare un oggetto con uno sguardo nuovo. Nella visione di Olmi, non vi è cosa, nel mondo, che non possa celare quello stupore e appagamento per cui continuare a vivere. È la potenza del pensiero che permette di assopire l’inquietudine in un frammento di tempo, eventualmente di là da venire, e ridare dignità alla sofferenza patita. Qualcosa che Olmi avvicina alla condizione dell’uomo come immagine di Dio. Il mondo, nel suo darsi, conserva sempre una riserva di senso, un’eccedenza che sfugge all’oggettivazione. “Spezza un legno, solleva una pietra e io vi sarò dentro”, è il detto fenicio (invero confuso da Olmi con un passo del Vangelo apocrifo di Tommaso), riportato nell’intervista che sintetizza questa visione. Una prospettiva, non necessariamente religiosa, che si pone radicalmente in antitesi alla ragione calcolante dell’uomo europeo proteso a ridurre le cose alla quantificazione e alla misurabilità utilitaristica.

Quella di Olmi rappresenta una testimonianza personale sull’esperienza universale della sofferenza e della malattia. Una visione tra le tante, condivisibile o meno, di un dibattito che non c’è. Pur non menzionato esplicitamente, leggere di questi temi non può che portare la mente del lettore a riflettere sul tema del fine vita e dell’eutanasia, ovvero sulla gestione strettamente politica della questione. Eppure, in Italia, ciò che manca, prima ancora che le leggi in materia, è proprio la discussione in sede istituzionale. Di pochi giorni fa è il video presentato dall’Associazione Luca Coscioni atto a sollecitare il dibattito parlamentare sul tema, con la testimonianza di una settantina, tra personaggi pubblici, malati, medici e infermieri. Certo, lì già traspare nettamente la posizione portata avanti dall’associazione, dal mondo legato al radicalismo, e, più in generale, da chi si inserisce nell’ottica liberale del diritto personale alla scelta. Il video mostra, a onor del vero, una certa furbizia nell’oscillare ambiguamente tra un generico appello all’avviamento della discussione e la presa di posizione netta. Soprassediamo per amor di discussione. Ciò che rimane è la sollecitazione corale ad un parlamento che, da più di un anno, ignora la proposta di iniziativa popolare depositata a settembre 2013 alla Camera.

L’interrogativo che sorge, il quale vale non solo per l’eutanasia è: quanto la classe politica attuale è preparata per discussioni di questo tipo. Può sembrare banale, persino qualunquista. Ma, negli ultimi anni, quel culto ossessivo del leader, quella spettacolarizzazione della politica, quello scollamento tra forma e contenuto, hanno trasformato la classe politica in un soggetto autoreferenziale, in un prodotto televisivo privo di una visione culturale e sistemica del paese. L’apice del dibattito e dell’impegno civile si esaurisce spesso in un hashtag, come nel #jesuischarlie dei giorni passati (d’altronde, “Siamo tutti CharlieHebdo” è stata la prima dichiarazione di Renzi dopo l’evento). Recentemente, dalle pagine de Il Giornale, Marcello Veneziani ha sottolineato come i nuovi leader (Grillo, Salvini e Renzi) non provengano da uno specifico sostrato culturale. Alle loro spalle non vi è un orizzonte di idee che guida la loro visione del mondo. Anzi, essi rappresentano al meglio il tronfio scollamento tra cultura e politica. È la figura del leader postmoderno che parla e agisce come se avesse sempre l’applausometro di fronte agli occhi. Veneziani inizia scrivendo: “Fino a pochi anni fa di ogni fenomeno politico nascente e vincente si cercava e si trovava la corrispettiva matrice culturale e i suoi ispiratori. Si indicavano autori, filoni, opere e intellettuali che fossero il prologo in cielo di quel che stava avvenendo sul terreno politico”. Persino Berlusconi aveva Colletti e Pera; persino Bossi aveva Gianfranco Miglio. Nel caso dei tre leader sopracitati, specialmente i due mattei, questo scollamento rappresenta motivo di vanto. L’incipit di questo articolo dedicato all’intervista ad Ermanno Olmi è lì a ricordare la sensibilità e l’intelligenza che, al di là delle opinioni, dovrebbe fare da sfondo alla discussione di temi come il fine vita. Perché il rischio è sempre quello di trasformare qualsiasi questione in semplificazione, prodotto televisivo, nella frase impacchettata per la riproduzione illimitata nel mare dei social network, nello slogan-simulacro che non ha relazione con nessuna realtà pur risultando vero (Baudrillard). I centoquaranta caratteri non sono più solo il limite tecnico di Twitter, ma sono la ratio della classe politica attuale: centoquaranta caratteri in cui esprimere, ad esempio, la complessità dell’esperienza del dolore nella vita di ognuno e prendere posizione sulla gestione di esso.