Sui campi rom, Matteo Salvini ha ragione. Con la visita al sito di via Erbosa di Bologna, il segretario federale della Lega Nord ha posto, del tutto involontariamente, l’accento su un problema serio, attorno al quale le autorità competenti da anni glissano vergognosamente: l’insensatezza e il costo spropositato della politica dei campi. Dico involontariamente perché da uno che ha avuto modo di dire che: “i poverini non sono quelli di Lampedusa che vengono disinfettati: i poverini sono i cittadini di Lampedusa e di Bergamo che poi vengono derubati da chi viene disinfettato”, oppure che: “Uso i mezzi a Milano da vent’anni e vista l’arroganza, la maleducazione e la violenza che regnano, così come una volta c’erano i posti riservati ai reduci, agli invalidi e alle donne incinte, avanti di questo passo fra dieci anni se non si interviene ci saranno posti o vagoni riservati ai milanesi e alle persone perbene. Se non si mette un limite all’immigrazione arriveremo a questo.”, non mi aspetto di certo una seria propensione alla risoluzione del problema, se non in termini di consenso elettorale. Troppo spesso infatti Salvini si dimentica che gli immigrati, che ad oggi sono il 7,4 percento della popolazione totale, producono il 10 percento del PIL. Al nord risiede il 51 percento di essi. Il che significa manodopera, significa sfruttamento e, soprattutto, plusvalore per tutti gli “onestissimi” imprenditori veneti, lombardi o piemontesi che siano.

Tralasciando l’episodio di violenza che lo ha coinvolto insieme al suo autista – sul quale non mi esprimo in quanto si commenta anche solo nella stupidità del suo aggressore – ciò su cui occorre accendere i riflettori sono le modalità con le quali vengono messi in piedi e gestiti i “villaggi attrezzati” per Rom. Per fare un esempio concreto, il “Villaggio della solidarietà e dell’accoglienza” di via di Salone, a Roma, è un ammasso di container dove vivono circa mille tra uomini, donne e bambini Rom, e costa ai contribuenti quasi 3,5 milioni di euro all’anno. A fronte dei risultati ottenuti, si tratta di una cifra sproporzionata. Non tanto e non solo perché sono soldi che ognuno di noi tira fuori di tasca propria, ma in quanto non risolvono minimamente il problema, che quindi resta. Il campo di via di Salone, come gli altri sette che l’amministrazione capitolina ha fatto costruire intorno alla città – per lo più in aree periferiche a ridosso e al di fuori del GRA – è fatiscente, inadatto a una vita degna di essere vissuta e senza alcuna possibilità di interazione sociale. Il contesto in cui versano queste strutture è stato più volte preso di mira da istituzioni internazionali, tanto che il commissario per i diritti umani dell’unione europea ha definito la pratica come “una segregazione forzata su base etnica”. Il meccanismo di “esclusione assistita” crea dei veri e propri ghetti moderni, a cui è impossibile allacciare rapporti con il mondo circostante. In aggiunta, le misericordiose amministrazione pagano anche le utenze, di modo che gli occupanti abbiano ancora meno stimoli a uscire dalla condizione di ghettizzazione in cui versano.

Ha ragione da vendere, dunque, Salvini: quei fondi che ogni anno vengono destinati per la gestione dell’emergenza e che puntualmente finiscono in mano a cooperative come la Misericordia – che dietro la patina intoccabile da onlus gestisce flussi di milioni di euro – andrebbero impiegati diversamente. Ad esempio, per favorire soluzioni abitative per i Rom, come previsto dalla ““Strategia nazionale di inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti”, adottata dal Governo nel 2012. Il fiume di euro dissipati per il mantenimento dei campi – e, quindi, a non risolvere il problema – potrebbe essere molto più opportunamente impiegato per designare un reale iter di inserimento socio-abitativo delle famiglie rom, che, fino a prova contraria, sono in per quasi il 70 percento della loro totalità cittadini italiani.

Al di là degli intenti politici della Lega, che senza la retorica dello “zingaro nemico pubblico” e della fuoriuscita dall’euro ha ben poche proposte che vadano oltre al cortile di casa, le atipiche visite di Salvini potrebbero avere un merito accidentale: riaprire il dibattito sul nodo dell’integrazione dell’etnia Rom – via finora mai tentata – e sull’urgenza di superare un sistema come quelli dei campi che non ha aggettivi per essere descritto.