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Un ragazzo di vent’anni con tre amici minorenni stupra nel giro di una notte una giovane turista polacca, previo pestaggio e rapina del fidanzato, e una trans peruviana sulla comunissima spiaggia di Miramare a Rimini, capitale della movida romagnola. Il questore parla di «violenza disumana», forse sotto effetto di alcol e droga. E’ uno dei quattro mila casi l’anno molti dei quali avvengono fra le mura domestiche, senza neanche contare quelli non denunciati. Quattro quinti sono compiuti da stranieri (fonte, insospettabile: La Repubblica). E qui sta il problema: il ventenne in questione è congolese, si chiama Guerlin Butungu, è sbarcato da irregolare in Italia a Lampedusa, ha visto respingere la domanda di asilo politico nel 2015 per poi ottenere il permesso di protezione umanitaria nel 2016, fino a due mesi fa era ospite di una struttura per rifugiati del sistema d’accoglienza Sprar, imparando a fare il cameriere e seguendo anche un tirocinio, secondo la cooperativa locale non dando mai noie. Ma è un nero. Anzi, un negro.

Quindi la brutalità sua e degli altri (due marocchini e un nigeriano) è stata peggiore di quella di cui si sarebbe macchiato un coetaneo italiano. Perchè? Perchè è un immigrato, entrato irregolarmente e poi accolto e avviato all’integrazione. Doveva quindi rispettare la legge, il nostro Paese che gli dà una chance per vivere dignitosamente, e non mettersi a violentare e picchiare. Invece ha tradito la nostra fiducia e si è lasciato andare agli appetiti più bestiali. E noi non abbiamo bisogno di altri mostri: ci bastano già i nostri, di origine controllata. Perciò basta immigrati invasori, perchè gli immigrati portano sopraffazione, sangue e dolore. Secondo Forza Nuova, ricordano le “marocchinate” e gli stupri dei soldati Alleati, preferibilmente neri, nella Seconda Guerra Mondiale. Il luogo comune diffuso fra la brava gente è che vengono qui a vivere a sbafo, a rubare, a spacciare, a commettere ogni sorta di odioso crimine di strada e, ovvio, ad abusare delle donne.

Da “La storia siamo noi”

Cazzate. L’alta incidenza di stranieri nella micro-delinquenza come nei reati sessuali nessuno la nasconde, ma non autorizza a far discendere dall’origine etnica una propensione alla violenza. Semplicemente, vivendo più in strada, essendo mediamente meno benestanti, e partiti con l’idea che nello pseudo-bengodi occidentale la vita sia easy e dunque deve anche esserlo, perchè così gli abbiamo fatto credere noi arrivando là col nostro immaginario pieno di falsità pubblicitarie, fanno come fanno tutti gli individui caratterialmente immaturi o psicologicamente rozzi in tutto il mondo: prendono la scorciatoia dell’illegalità. Favorita, certo, da un sistema di ospitalità che ad esempio nei campi-lager, con quegli ammassamenti e quei tempi biblici di identificazione, è il propellente perfetto per far esplodere la miscela del risentimento e della rabbia repressa. Vite borderline, come quelle dei due marocchini, col padre agli arresti, prima in carcere e oggi ai domiciliari. La madre li descrive così: «Hanno lasciato da parte la scuola e i libri, per pensare solo a scarpe e vestiti, a bere e fumare. Ma non erano così. Il piccolo si dava da fare e giocava a rugby. Il grande ha fatto anche il giardiniere e giocava a calcio. Grazie ai tanti che ci hanno aiutato, al sindaco di Vallefoglia, alla Caritas, sembravano aver preso la strada giusta. E invece…» (Corriere della Sera di oggi).

Butungu, invece, è passato da una casa-famiglia, a quanto sembra era un tipo tranquillo, ultimamente aveva destato qualche curiosità il fatto che ogni tanto si vestisse in abiti eleganti con cravatta o papillon, per il resto si faceva i selfie con pose da smargiasso e look da rapper, frequentava una compagnia di adolescenti di varie nazionalità (compreso qualche italiano) bighellonanti nel centro di una pacifica e laboriosa Pesaro che non ha ghetti nè banlieues, su Facebook postava foto di Balotelli o a volte con riferimenti a Dio, pare con qualche simpatia per i Testimoni di Geova – e non ad Allah o a Maometto. Un giovinastro come tanti dei nostri, magari con qualche stranezza ma niente di più. Uno normale. Normalissimo. Occidentalissimo. Già, praticamente italiano.

Guerlin Butungu (foto tratta dal suo profilo facebook)

Guerlin Butungu (foto tratta dal suo profilo facebook)

E allora? Allora c’è che gli istinti più arcaici li abbiamo tutti. Anche tu, maschio razzista della porta accanto che corri a sfogarti sui social. Anche tu, nel tuo profondo, hai l’impulso a scaricare la libidine come un animale. E anche il tuo fratello italiano di nascita e genealogia si rende colpevole delle più feroci violenze. Il colore della pelle non c’entra un bel niente, semmai la «violenza disumana» è in realtà umana. Troppo umana. Proveniente da un ego ipertroficamente molto comune di chi, vedendo nello specchio al mattino mentre si fa la barba l’intero universo, non riesce più a vedere l’Altro, la persona che gli sta davanti, il diverso da sè con le sue esigenze. Perciò nemmeno la donna come persona, ma solo come oggetto del proprio piacere.

E’ un pericolo che fa parte di noi uomini da sempre, reso più grottesco e inumano oggi dalla malattia della tarda modernità: la cultura di massa, narcisista all’ennesima potenza, che fa vivere in una bolla di aspettative e desideri da appagare il più in fretta possibile, in modo facile, divertendosi il più possibile, alimentando un’immagine di sè vincente, da figo, da bullo, in un delirio di onnipotenza infantile secondo cui tutto è permesso. Una società di frustrati, la nostra, che ha bandito a tal punto ogni espressione di naturale violenza – che non sta bene col meccanismo produci-consuma-crepa, ma c’entra molto con l’equilibrio psicofisico e anche sessuale – che la sua compressione provoca poi scoppi incontrollati di furia e prepotenza.

Una distorsione dell’io che si ravvisa benissimo perfino negli anti-razzisti di professione, solitamente razzisti alla rovescia, che solo ci fosse stato un fascio a brutalizzare una donna, avrebbero gridato alla malvagità connaturata nell’intimo degli ultimi, tristi nostalgici del Duce. E’ l’istinto del gregge, come chiamava qualcuno la tendenza plebea alla semplificazione schematica, anticamera del dogma e del pregiudizio. E’ la logica del branco, che traccia distinzioni intolleranti dove non ci sono – nella natura biologica e nei bisogni psicologici di tutti gli uomini – e non le vede dove invece ci sono – nelle differenze culturali, sociali ed esistenziali fra i popoli, i luoghi e i singoli. Razzisti di tutte le razze, di destra e di sinistra (e anche di centro: non c’è più bieca intolleranza del “buonsenso” moderato e perbenista), il nero cattivo ce l’avete dentro anche voi. Basterebbe la scintilla giusta per scatenarlo. Perciò fate un bel respiro. E cambiate specchio.