Erano gli anni ottanta quando il pugile afro-italiano Nino La Rocca faceva le sue comparsate sugli schermi delle principali emittenti televisive italiane. Gli anni dell’imminente impero mediatico di Berlusconi, del Craxismo come stile di vita, della cultura dell’immagine e del divismo mondano. Oltre che grande atleta, egli si rivela un perfetto personaggio mediatico, amato dal pubblico italiano. Nino La Rocca, alle spalle un record leggendario di cinquanta vittorie consecutive, vive il suo sogno di plastica: i successi al Madison Square Garden di New York, l’affetto del pubblico americano che arriva a soprannominarlo The italian Ali e il lusso. Viene gettato improvvisamente nella mondanità; lui, mezzo siculo mezzo africano, che fin da piccolo aveva conosciuto soltanto la povertà più estrema. Arriva anche lo straordinario incontro con Sandro Pertini per l’ottenimento della nazionalità italiana e la relazione con Venere Bianca, ovvero quella Manuela Falorni che cercò di contrastare Ilona Staller nel mondo del porno. Da qui in poi, soltanto macerie. A metà anni ottanta arriva la clamorosa sconfitta con il texano Donald Curry che gli toglie il titolo dei Pesi Welter. In rapida successione il fallimento del matrimonio, una lunga battaglia giudiziaria per l’ottenimento del figlio e una lunga serie di problemi personali che lo ridurranno ad una scorza d’uomo. Nino La Rocca fu letteralmente risucchiato e risputato fuori da quella immensa macchina luccicante che lo aveva glorificato. Così la decisione di tornare in Africa per morire lì dove era nato. È a questo punto che La Rocca, in maniera fortuita, riprende contatto con la sua religione, l’Islam, che lo riporta ad una dimensione di equilibrio nella propria vita. In una recente intervista, ha spiegato che “l’Islam insegna ai fedeli ad apprezzare l’arte dell’amicizia e a considerare i credenti come fratelli. Rispetto alle altre religioni, nell’Islam c’è una dimensione collettiva che supera quella individuale”.

Non ci interessa ora né la retorica esotica sull’Islam che oggi va di moda, né mettere in evidenza la generalizzazione dell’affermazione. La vicenda dell’Alì italiano, d’altronde, fa parte delle zone dimenticate della memoria nostrana. Di storie simili, però, magari meno patinate, ce ne sono tante: secondo un rapporto recente, si attestano all’incirca 4000 conversioni all’Islam ogni anno di cittadini italiani. C’è un filo rosso che passa attraverso tutti questi pezzi di vita: la solitudine, la materializzazione e la perdita di senso del mondo in cui il singolo abita o ciò che, parafrasando Theodor Adorno, lo si potrebbe definire il freddo infra-umano che struttura la nostra società. Sarebbe un errore liquidare questo esodo spirituale come una moda passeggera, così come fu per il Buddismo o la New Age anni fa.

Il processo di secolarizzazione compiutosi nell’epoca moderna, pur erodendo il dispotismo risultato dal connubio tra religione e politica attraverso l’irrinunciabile separazione tra Stato e Chiesa, ha desacralizzato il mondo. Ha combattuto, in sostanza, l’espressione positivizzata della religione, cioè la sua istituzione storica e politica, deformandone, però, l’aspetto profondo e antropologico che essa comporta. La lotta della ragione illuministica contro la superstizione ha avuto il merito di porre le fondamenta per una società razionale, ma essa si è solamente opposta alla religione senza comprenderla. In questo processo di desacralizzazione è stato eroso qualcosa di profondo che struttura la coscienza dell’uomo. Così lo storico delle religioni Mircea Eliade descriveva l’esperienza del Sacro: non come un’elaborazione astratta slegata dal contesto quotidiano, bensì come un’esperienza strutturale che arriva a determinare l’identità del singolo e della comunità. Di fronte allo sgomento del caos, del mistero e dell’evento che irrompe incomprensibile all’interno del reale, l’uomo arcaico si sforza di costruire il suo posto nel mondo, conferendo senso a qualcosa che eccede il conosciuto. La dimensione religiosa, prima ancora della sua istituzionalizzazione e positivizzazione in qualcosa di storico, è ciò che concilia l’uomo con se stesso e con gli altri, come base dell’agire sociale e politico. A tutto ciò, il processo di modernizzazione non è stato capace di sostituire nulla; e l’uomo è stato rinchiuso nella sua dimensione ultra-individuale ed egocentrata. Vi sarebbe una stretta connessione tra perdita del Sacro e senso della comunità. La secolarizzazione ha significato la distruzione di un modo di abitare il mondo carico di senso per l’uomo, restituendo indietro uno stato di radicale scissione tra l’individuo e l’universo in cui agisce. Questi è l’uomo creatore, sorta di alienante imitatio Dei, il cui mondo gli è ostile nella misura in cui è ridotto a dato esterno, calcolabile, razionalizzabile, in vista dell’annullamento e dell’infinito superamento di esso.

La società industriale è tesa sempre più ad uniformare il cosmo: l’uomo moderno è così estirpato dal valore esistenziale degli spazi in cui vive. Ogni punto è raggiungibile in maniera iperveloce, l’uno vale l’altro, indistamente: l’individuo cosmopolita deve essere strumentale al processo di produzione e consumo; di conseguenza, la casa, gli spazi urbani, vengono privati del valore di luoghi d’appartenenza, riducendosi a funzione di sussistenza dell’individuo in qualità di produttore/consumatore. È il modello della metropoli, in cui le necessità del lavoro obbligano al continuo mutamento di residenza, spostando il baricentro della vita dei singoli: dal mondo all’interiorità del sé; l’individuo viene così egocentrato ed estraniato dalla rete di rapporti viventi. Contrariamente all’uomo arcaico, per il quale “installarsi in un territorio, costruire un’abitazione, richiede una decisione vitale sia per l’intera comunità, sia per il singolo individuo. Poiché si tratta di assumere la creazione del mondo che si è scelto di abitare” (M. Eliade). Il concetto di religione civile del liberalismo illuminista fu proprio l’adeguamento della dimensione religiosa a questa serie di processi: vale a dire una religione completamente schiacciata nella dimensione privata e interiore; ma, come accennato, il Sacro e il religioso hanno un carattere di prassi inestinguibile radicato nell’esterno, nel reale concreto e quotidiano, in cui il singolo agisce e acquisisce senso. Non a caso, viviamo senza accorgercene in un universo di rituali laici che vanno dalla glorificazione del nuovo anno alla semplice festa di insediamento in una nuova abitazione. La comunità, prima ancora di essere qualcosa di determinato (uno Stato, una nazione), è un orizzonte originario di senso attraverso il quale il singolo sussiste; e la religione è stata storicamente ciò che ha espresso questa struttura umano.

In Italia e nella società occidentale manca totalmente un legame comunitario che freni l’atomizzazione dell’occidente industriale e globalizzato. È complesso dire se la religione istituzionale possa avere ancora un ruolo nella società e quale; così come è complesso stabilire eventualmente cosa può sostituirsi al ruolo esercitato dalla religione nella vita degli uomini. Hegel, ad esempio, nei primissimi anni della sua formazione, guardava al modello di vita ellenico della polis e alla Roma repubblicana, in cui la religione, completamente immanente alla comunità, implicava il piano politico, storico e sociale, garantendo la coesione del popolo e il rapporto tra singolo e intero di cui è parte. Il cristianesimo sconta il processo di modernizzazione con una totale assenza dalla visione del mondo delle persone, divenendo, infine, solo una delle tante etichette che gli individui scelgono per dare un nome al proprio barlume di spiritualità privata. La classe politica italiana, invece, ha ridotto il problema alle beghe sul crocifisso nelle aule, facendone una questione di vita o di morte (si ricordi Ignazio La Russa negli studi di “La vita in diretta”) e mancando completamente il punto. Così, l’esodo spirituale che riguarda i cittadini italiani negli ultimi anni, poco ha a che fare con una passeggera esotica infatuazione per l’Islam; sembra piuttosto sorgere da un bisogno esistenziale e da una vita valoriale che qui non esiste più. Certo, quella islamica è un tipo di società complessa, in cui molti di noi, bisogna ammetterlo, non riuscirebbero a vivere nemmeno una settimana. Ciononostante, all’interno permangono quei tratti che, per noi, appartengono ad un mondo dimenticato. È la dimensione collettiva e fraterna cercata da Nino La Rocca dopo aver vissuto il vuoto e la solitudine del materialismo occidentale. In Italia, parte dell’opinione pubblica e della politica è impantanata in una retorica nefasta, iniziata con i libri della Fallaci e finita con gli allarmi di Fratelli d’Italia all’invasione. Una retorica basata sulla difesa del confine da un nemico esterno; quando, invece, il problema sorge dall’interno, non delle frontiere, ma della dimensione più profonda dell’essere umano. Le storie di quelle conversioni ci insegnano d’altronde che il Sacro e la comunità sono scomparsi dalle nostre società, e qualcuno, con speranza o illusione, cerca forse di ritrovarlo per le strade dell’Est.