Il 28 aprile 1994 l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro conferì a Silvio Berlusconi l’incarico di formare il primo governo della cosiddetta seconda repubblica, dando il via ad un periodo storico, non del tutto finito, caratterizzato da un lento defilarsi dello Stato. In realtà molti storici considerano la fine della prima repubblica già con il governo Amato nel 1992, soprattutto con la nomina del primo governo tecnico in Italia, guidato da Ciampi, al tempo governatore della Banca d’Italia.

Fu proprio il governo Amato, eletto nel 1992, ad incamminarsi lungo la strada delle privatizzazioni con il primo grande intervento di destrutturazione del sistema industriale pubblico del Paese: quel governo, infatti, per seguire gli ultimatum della CEE volti a far riequilibrare il nostro debito avviò la trasformazione in S.p.A. delle società partecipate (ENI, IRI, ENEL) per un totale di circa 7500 miliardi; fu bloccata per sempre la scala mobile con l’avallo dei sindacati e del gruppo dirigente della CGIL e avviato lo smantellamento del ministero delle partecipazioni statali.

Non fu il solo, sia chiaro: anche i governi successivi continuarono a “preparare” il Paese all’ingresso in Europa nel rispetto dei parametri di Maastricht, fu quindi avviata la riforma del sistema pensionistico che innalzò l’età pensionabile con l’avallo anche qui dei sindacati. Anche l’esperienza di governo dell’Ulivo non fu diversa, lo stesso Prodi pose Ciampi all’economia e Dini alla Farnesina, furono varate le misure del “Pacchetto Treu”, che aveva l’obiettivo di agevolare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro con la prima deregolamentazione in ambito giuslavorista in Italia. La direttrice che guidò il ministro Treu e che ha guidato i ministri che lo sostituirono al dicastero del Lavoro viene ben spiegata dallo stesso ex ministro nella prefazione al testo di Agostino Di Maio e Angelo R. Marmo, Vent’anni e un giorno di riforme del lavoro, Rubbettino, 2016:

(…) È da quegli anni, non da ieri, che comincia una profonda trasformazione del diritto del lavoro tradizionale (…). Infatti le guidelines europee mettevano in discussione alcuni caratteri fondativi di quel sistema giuridico: il concetto di subordinazione, la generalità e la rigidità delle norme protettive del lavoratore, la centralità della regolazione del rapporto individuale rispetto a quella del mercato del lavoro.

La seconda repubblica in sostanza ha dato il via al mantra del meno Stato e più mercato, della deregolamentazione, della privatizzazione selvaggia e dello smantellamento del sistema industriale italiano. Con la scusa di stanare il malaffare dalle istituzioni dello Stato, anche il suo potenziale economico fu colpito, le aziende partecipate divennero per lo più solo dei carrozzoni utili a regalare posti di lavoro per lo scambio dei voti, finendo per buttare il bambino con l’acqua sporca.

Da circa 25 anni sembra dunque esserci un’unica strada percorribile che possa garantire benessere al Paese, cioè l’applicazione senza se e senza ma delle teorie economiche liberiste in cui lo Stato ed i suoi meccanismi di sviluppo vengono percepiti come un soggetto esterno, quasi un intruso, una sorta di ladro intrufolatosi in casa pronto a spolpare tutto e tutti, quindi da tener lontano come un appestato, o tutt’al più un semplice burocrate grigio con il compito di far rispettare qualche regola eterodiretta per poi accucciarsi nuovamente.

Negli anni ’90 è iniziato il bombardamento da debito pubblico, gli esperti di economia dicevano che il nostro debito era insostenibile, che senza l’ingresso in Europa (ci chiediamo poi dove sia stata l’Italia questi millenni se non in Europa) saremmo affondati e che bisognava aprire il nostro mercato e far maturare finalmente il capitalismo nazionale. Solo eliminando i tanti lacci e lacciuoli che frenavano la nostra economia il benessere avrebbe inondato la penisola dalla Carnia fino alla Val di Noto. Eppure se potessimo ripercorrere questi trent’anni di storia repubblicana, semmai con una straordinaria DeLorean, ci troveremmo in un enorme cimitero, simile al famoso quadrilatero degli uomini illustri del cimitero monumentale di Napoli, con la differenza che non troveremmo Enrico De Nicola, Croce, Cairoli o Aurelio Padovani, bensì la stragrande maggioranza del patrimonio industriale pubblico e privato d’Italia.

Gli illustri “deceduti” del nostro cimitero lungo 30 anni sono conosciuti forse più degli uomini prima menzionati. Vi ricordate la Telecom? Venduta! Vi ricordate le autostrade? Vendute! Vi ricordate l’IRI? Smantellato e venduto! Ovviamente la lista della spesa è lunga, molto lunga, va dalla svendita delle aziende pubbliche passando per l’abbandono delle grandi società private, caratterizzate da un forte legame con il territorio, vendute agli stranieri o lasciate nelle mani di veri sciacalli per finire a dirottare buona parte del loro prodotto in qualche stato estero.

Un’officina della SIP

Altro ambito colpito dal lento defilarsi dello Stato è il nostro sistema bancario, partendo dalla Banca d’Italia fino alla Bnl venduta ai francesi di Bnp, e passando per l’assurdo attacco alle banche popolari messo in atto dal governo Renzi. Insomma una guerra allo Stato imprenditore il cui crollo ha permesso la svendita del patrimonio industriale e bancario costruito grazie al lavoro di un popolo che con il sangue e i sacrifici aveva riportato la Nazione nel novero delle grandi potenze. E lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità direbbe il nostro De Andrè.

Qualcuno osserverà, però, che l’Italia è riuscita ad agganciare i parametri richiesti dall’Europa, e aderendo al progetto economico europeo ha messo in regola i suoi conti pubblici, ed ha dismesso i panni dell’Italietta considerata da tutti “periferia” dell’economia mondiale. Tuttavia la realtà dei fatti non è così: o gli esperti non erano tali o lo sapevano e a questo punto ci hanno fregati tutti. Purtroppo il nostro debito non è calato, il taglio a pensioni e stato sociale non è servito a migliorare il nostro sistema economico, anzi il Paese non cresce, mancano investimenti pubblici che possano trainare lo sviluppo e dare il via ad una progettualità che possa guardare da qui a 10 anni almeno. Questo può farlo solo lo Stato. Solo lo Stato.

Il nostro sistema Paese dal dopoguerra in poi seppe reagire in maniera compatta riorganizzandosi per tornare tra le grandi nazioni, creò un sistema di gestione che seppe mediare la presenza privata e pubblica nella nostra economia, ed è un dato storico che l’artefice principale fu la massiccia presenza dell’intervento pubblico, il sistema di partecipazioni statali nato con l’IRI nel 1933 diede vita a realtà fondamentali per la nostra crescita economica: Finsider, Finmeccanica, Fincantieri o ENI. Le aziende di Stato seppero promuovere lo sviluppo di settori dell’industria pesante fornendo quindi di materie prime le società italiane private e giocando un ruolo chiave sul processo di ammodernamento del Paese.

La classe dirigente, formata nell’Italia degli anni ’20 e ’30, vedeva nell’intervento dello Stato un elemento centrale per la crescita economica e sociale della nazione. La crescita economica ebbe alterne vicende legate anche a fattori esterni oltre che interni, ma fino alla fine degli anni ’80 il nostro sistema industriale resse l’urto dei cambiamenti. Naturalmente l’obiettivo non è annoiare il lettore con una serie di dati e grafici, ci sono numerosi testi scritti da studiosi autorevoli che hanno trattato con dovizia di dati ciò che si è detto precedentemente (un testo consigliato potrebbe essere: G. Tremonti, Bugie e Verità. La ragione dei popoli, Mondadori, Milano, 2014). L’idea invece è quella di riflettere sulla necessità di rivedere le teorie economiche attuate fin qui in cui il pubblico è sinonimo di negatività, riflettere se forse è il caso di iniziare a mettere in discussione il “meno Stato più mercato”.

L’attuale governo ha le capacità culturali e politiche per iniziare un lento ma sostanziale cambio di rotta? Sembrano esserci dei buoni segnali, il decreto dignità ad esempio, pur necessitante di una revisione, ha posto e tentato di superare il problema dell’eccessiva flessibilità in uscita del mercato del lavoro, limitando l’utilizzo spasmodico dei tempi determinati. Altro punto importante è stato l’intervento che mira a punire le delocalizzazioni, che non sono sinonimo di internazionalizzazione delle imprese. Andrebbe rivisto il jobs act che ha creato due diverse tipologie di lavoratori, i tutelati dalla legge 300/1970 (Statuto dei lavoratori) e i non tutelati. Non serve rendere facile liberarsi di un dipendente per invogliare una società ad assumere e ad investire.

Per quanto riguarda l’intervento concreto dello Stato nell’economia del Paese il governo gialloverde è ancora confuso, non sembra avere una chiara visione di politica industriale. Dopo il vergognoso disastro del ponte Morandi ha posto la questione della nazionalizzazione di Autostrade, aprendo un contenzioso con la famiglia Benetton con il chiaro intento di strappargli la gestione della società, ma sembra tutto fermo al palo. Anche l’intervento per salvare Alitalia è poco limpido, ci sarà un intervento pubblico concreto con Ferrovie dello Stato? Con il defilarsi di easyJet il governo sembra essere tornato sui suoi passi e di aver bussato alla porta di casa Benetton nel tentativo di coinvolgere la loro controllata Atlantia.

L’Italia necessita di un nuovo corso, di una nuova visione di Stato e di economia, del coraggio di dar vita ad un vero processo di “insubordinazione fondante” come teorizzata da Marcelo Gullo. Uno Stato che sia comunità ed una comunità che sia Stato.