Spesse nuvole di incenso, in questi giorni, accecano la vista, soffocano il respiro. Litri di saliva rendono viscido il terreno, precario e malsicuro l’appoggio per il piede. Incontinenti, i giornalisti italioti, abbagliati dall’aurea corrusca del divo Giorgio, non sono più in grado di controllare gli orifizi di fronte al terrore che il loro beneamato li abbandoni e riempono l’aria di peti encomiastici, di minzioni celebrative, di solenni escrementi osannanti, da panegirico tardo-imperiale. L’agiografia, che dilaga ancor prima della dipartita, recita l’enorme spirito di abnegazione del santo, il sacrificio consumato sull’altare della patria, il sangue e il sudore per il tricolore, il coraggio e la forza, la perseveranza nel condurre il proprio dovere, il suo valore nell’assumersi la responsabilità della scelta. Non sappiamo, in realtà, che cosa abbia animato il presidente nella sua attività: vogliamo credere, in uno slancio di ottimismo, alla versione ufficiale, ovvero che si debba ricercare la giustificazione del suo operato, il fondamento di ogni suo gesto, in ciò che egli intendeva essere il bene per l’Italia. I risultati ci inducono a credere quindi, che la sua concezione non coincida con la nostra. La fulgida narrazione spesso dimentica, per esempio, di riportare il fatto che egli, Giorgio Napolitano, non abbia mai rifiutato di firmare una, di quella serie di leggi che, durante l’ultimo governo Berlusconi, sono passate alla storia come: leggi vergogna. Tra le tante il Lodo Alfano, una norma ad personam, in quel caso, ad Berlusconem, che prevedeva la sospensione automatica dei dibattimenti a carico del presidente della Repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio. Napolitano firmò, approvandola. La consulta la rigettò, dichiarandola incostituzionale e assolvendo, in questo modo, al compito che il presidente, o non aveva compiuto, o che aveva compiuto negligentemente.

Si ricorda poi ma, en passant, la sua firma per l’indulto extralarge esteso ai reati dei colletti bianchi, per il decreto Mastella per distruggere i dossier della security Telecom, per l’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli, per la legge salva-Pollari, per il lodo Alfano, per la norma della finanziaria che raddoppia l’Iva a Sky, per i due pacchetti sicurezza Maroni contenenti norme razziali anti-rom e anti-immigrati, per lo scudo fiscale Tremonti, il decreto salva-liste del Pdl. Ma, purtroppo, la contro-storia del presidente non finisce qui, proseguendo nel tanto più incredibile, quanto più ridicolo episodio delle intercettazioni Mancino-Napolitano che, prima ancora di essere state depositate agli atti, e rese in questo modo pubbliche, furono, caso unico nella storia giudiziaria, distrutte illegalmente, per suo volere espresso, avendo sollevato un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte costituzionale contro la procura di Palermo, la cui unica colpa era stata quella di assolvere al proprio dovere. Senza dimenticare l’eloquente precedente: lo stesso Napolitano era stato protagonista di una situazione pressoché identica, quando nell’aprile del 2009 la Procura di Firenze lo aveva intercettato in una telefonata con Guido Bertolaso. In quel caso, egli non ebbe nulla da ridire quando l’intercettazione fu regolarmente depositata alle parti, né ribadì alcun fantomatico principio, probabilmente perché non aveva, in quell’occasione, nulla da nascondere.

Una vicenda, però, ancor più, se possibile, paradossalmente parossistica, in cui i confini del grottesco sono ampiamente superati, quando l’avvocatura dello Stato, ottenendo il verdetto a suo favore, difende il presidente appellandosi all’art. 271 del codice di procedura penale che impone la distruzione delle intercettazioni che registrino un segreto professionale scambiato fra i titolari: il malato e il medico, l’indagato e l’avvocato, il penitente e il confessore. Ovvio però che nessuno dei due interlocutori della telefonata in esame, è alcuna di queste figure. Un altro episodio, che accortamente la stampa cerca di silenziare, è quello della testimonianza di Napolitano al processo sulla trattativa, da molti definita utile soltanto per infangare l’onore dell’istituzione che il presidente rappresenta, trascurando invece il suo fondamentale apporto per l’accertamento della verità, avendo egli confermato, solo dopo venti e passa anni, l’esistenza di un “aut-aut” della mafia nei confronti dello stato. Lo stesso che, tra l’altro, aveva affermato: “i pentiti sono 1200, troppi”, dichiarazione seguita, poi, dalla legge Fassino-Napolitano, pensata per riformare i pentiti, ma che nei fatti li aboliva, soddisfacendo in tal modo una delle richieste della mafia.

Il peggio però deve ancora venire. Perché sotto la sua egida, in nome dell’onnipresente stato di emergenza, che tutto permette, avviene la sospensione della democrazia in Italia: dal governo Monti, cioè dal 13 novembre 2011, nessun esecutivo ha più avuto la legittimazione popolare. Una democrazia, infatti, in cui chi governa è cooptato e non eletto, in cui i rappresentanti non sono più tali, in cui i rapporti di forza tra gli schieramenti politici non hanno più alcun riflesso nella realtà del paese, non è che una menzogna, una mistificazione, una maschera per nascondere altro: oligarchia, plutocrazia ecc… Nascono le larghe intese, nasce l’inciucio. L’austerity è presa a modello, a mantra: si rivela ben presto nociva e controproducente, fatto che dimostra l’ignoranza di chi detiene il potere, che evidentemente non conosce la storia, la grande crisi e la politica attraverso cui gli stati, all’epoca, si risollevarono. Il ruolo del presidente, nella tragedia dell’Italia, nella sua crisi, nella sua debacle economica, politica e morale, è stato ed è, purtroppo fondamentale. La santità, però, non gli verrà certo negata. Nell’età imperiale Seneca scrisse un’opera intitolata Apokolokyntosis, “l’apoteosi di uno zuccone”, componimento satirico che ha come bersaglio il defunto imperatore Claudio. Anche gli antichi sudditi dell’imperatore romano, il quale possedeva su ogni cittadino il diritto di vita o di morte, avevano più spirito critico di noi.