L’attuale ripartizione composita degli anni di studio (3+2) era stata concepita dalla riforma universitaria per una maggiore agevolazione degli studenti nell’inserimento nel mercato del lavoro. Il conseguimento della laurea triennale intendeva fornire un titolo già idoneo per l’avvio alla professionalizzazione, tuttavia questa “strategia” non ha fornito i risultati sperati. I tre anni di studio hanno perso la loro importanza, a fronte di una crescita d’esigenza professionale nel mondo del lavoro. Nei corsi di laurea del campo umanistico (lettere, filosofia, beni culturali ecc.) il conseguimento della magistrale o della specialistica erano già di per sé consigliabili (se non indispensabili per l’insegnamento). I corsi triennali che, al contrario, si ritenevano conclusi e professionalizzanti (economia, scienze politiche, scienze della comunicazione e, ormai, anche alcuni settori dell’ ingegneria) hanno subito la penalizzazione maggiore, in quanto il numero di iscritti e laureati è esorbitante. Ciò ha comportato un livellamento del valore dell’ambito cartaceo post-triennale, situazione per la quale il mercato del lavoro si è visto costretto ad innalzare gli standard richiesti per le assunzioni, siano esse nel pubblico o nel privato. Dunque, l’ ambizione si è inevitabilmente trasferita nell’ “irraggiungibile” galassia delle magistrali. Secondo i dati raccolti dal quotidiano Repubblica, un certo grado di irraggiungibilità non sembra possa essere smentito;

il numero dei giovani che, al giorno d’oggi, riesce a conseguire il titolo completo della laurea magistrale è decisamente inferiore rispetto al 2000

Quell’anno, i laureati erano ben 143.000, mentre nel 2016 si è avuto un calo di 13.000 unità (130.000 in totale). Il dato relativamente positivo consisterebbe nella lieve diminuzione d’età nel conseguimento della laurea magistrale (da 27,6 anni di sedici anni fa ai 27,1 d’oggi), dato che non lascia spazio a eventuali gioie e “trofei” nella storia della politica italiana. Ciò soprattutto in ragione del fatto che, mediamente, gli studenti delle facoltà umanistiche impiegano quasi 5 anni per ultimare il percorso triennale, con l’aggiunta di altri 2 anni e mezzo per il completamento magistrale del percorso di studi (per un totale di 7 anni e mezzo).

In cosa è consistito il fallimento della riforma Berlinguer? Fondamentalmente nella fiducia che un percorso triennale generalizzato potesse garantire una professionalizzazione immediata per tutti i campi del sapere. Di certo, risvolti positivi sono stati ottenuti nell’ambito delle professioni sanitarie o dell’assistenza sociale, con un inserimento effettivo del nuovo e giovane personale qualificato nelle strutture. Tuttavia, per tutti gli altri corsi, la situazione in merito agli sbocchi professionali è mutata drasticamente. Soltanto pochi anni prima, un laureando triennale in economia o scienze politiche, riteneva ormai vicina la possibilità di intraprendere una carriera nel mondo bancario, giudiziario o nell’amministrazione pubblica. Tutto ciò ora non è più sufficiente: è necessaria una specialistica finalizzata al “management” finanziario o bancario. Per gli studenti dei corsi di Lettere e Filosofia, la laurea triennale è nulla in partenza, specie per quanto concerne l’insegnamento e il conseguimento dei crediti formativi richiesti e, dopo la magistrale, il master è spesso un requisito fondamentale per la possibilità di accedere a nuovi orizzonti occupazionali. L’unica frontiera non totalmente satura è quella ingegneristica, dove la laurea magistrale si rivela utile e, ormai, indispensabile, e il personale scientifico è sempre più richiesto. Tuttavia, il numero sempre maggiore di laureati in ingegneria ha comportato una svalorizzazione del percorso triennale molto simile agli altri già menzionati.

L’ironia del film di Sidney Sibilia sul mondo dei laureati in cerca di lavoro: la disperazione generata da una precarietà dilagante porta alla negazione del conseguimento del titolo di laurea considerata ormai inutile, anzi fonte di problemi.

La riforma 3+2 può definirsi un frutto mal riuscito della mentalità e dell’ideologia liberista. È possibile affermare ciò sulla base di quanto detto in precedenza. Il governo italiano è continuamente mortificato dai dati riguardanti l’istruzione e il lavoro provenienti dall’Europa centro-settentrionale e tenta, con insuccesso, un adeguamento al modello continentale, sia nelle strutture scolastico-professionali, sia nella legislazione. La risposta di questo fallimento è molto semplice: Italia, Inghilterra Francia e Germania hanno una cultura, una mentalità (e un clima) differenti fra loro e, di conseguenza, anche le politiche seguono il medesimo corso. Non è possibile, di punto in bianco, cancellare millenni di diversità culturale e politica in funzione di una maggiore efficienza della macchina produttiva. Perfino nell’ambito dell’istruzione, è inconcepibile che in una regione dal clima sub-tropicale quale l’Italia meridionale si possa esigere un prolungamento dei mesi scolastici. Il mondo lavorativo non è una dimensione astratta, bensì una compagine di aziende e multinazionali, che esercita pressione sugli stati affinché questi ultimi sfornino “nuove menti”. Il tutto è accompagnato da una mentalità dannosa, dove “fare” e “produrre” sono sinonimi del “far bene”, in sintonia con il “renzismo” egemone. I laureati, dunque, non vengono formati secondo un principio qualitativo, bensì quantitativo, come se questi ultimi fossero un prodotto di fabbrica. Le conseguenze di questo processo sono visibili a tutti. Gli Atenei di tutta Italia hanno subito un processo di trasformazione in catene di montaggio di stampo fordista, dove i programmi accademici non si basano su un approccio critico, ma su un criterio nozionistico. Negli ultimi anni, le università italiane  hanno prodotto (tanto per usare un termine caro al mondo aziendalista) circa 175.000 laureati triennali, il cui 80/90% è conscio dell’insufficienza del proprio titolo e propende per l’iscrizione presso una specialistica o una magistrale. “Sfornare” più tecnici e “operai” della scienza non significa garantirne l’efficienza e l’alto valore produttivo. Non è un mistero che i concorsi pubblici registrino dati rivelativi di una certa incompetenza, fra i laureati che vi partecipano, nella cultura generale. Probabilmente, il ritmo nel conseguimento della laurea a ciclo unico era considerata troppo lento rispetto all’andamento annuale della situazione lavorativa. Tuttavia questa “lentezza” garantiva la possibilità di formare intellettuali più competenti, stimolanti e creativi, alla stregua della scuola italiana che il governo intende ora accorciare, sempre in funzione del Dio Mercato e del generoso “lavoro” precario che quest’ultimo offre ai suoi discepoli e cittadini.

Il governo italiano è continuamente mortificato dai dati riguardanti l’istruzione e il lavoro provenienti dall’Europa centro-settentrionale e tenta, con insuccesso, un adeguamento al modello continentale, sia nelle strutture scolastico-professionali, sia nella legislazione.

Quali altri e innumerevoli abomini legislativi emanerà il nostro Parlamento per dar prova del valore del nostro sistema Paese nello scenario internazionale? Individuare gli errori nella storia politica italiana, senza inutili paragoni con altre nazioni, potrebbe costituire il primo passo per agire in nome del miglioramento e della costruzione di un modello economico e culturale proprio del Paese, indipendente dal resto del continente, alla stregua del modello tedesco, che l’intera Europa cerca pateticamente di emulare in ambito politico, senza imboccare altre vie.