Il diritto di difendersi

di Annibale Gagliani

Legittima difesa sì? Legittima difesa no? Questo il dilemma serpeggiante tra salotti intellegibili e Camere di potere negli ultimi giorni. Salvini ne ha fatto una questione di Stato durante la campagna elettorale, e forte del sostegno del centrodestra, e del Movimento 5 Stelle (salvo venticinque dissidenti), il disegno di legge si appresta ad accogliere la metamorfosi tanto ambita: legge. Dopo il lascia passare della Camera dei deputati, il testo avrà una rilettura formale al Senato, attendendo il definitivo sì di Palazzo Madama, che dovrebbe essere sfornato per fine marzo.

La nuova misura sulla sicurezza pubblica e privata apporta delle sensibili innovazioni alle vecchie norme in vigore: pene più severe per la violazione di domicilio, per il furto in abitazione, per lo scippo e la rapina; la legittima difesa assume una forma più proporzionata, proteggendo il cittadino privato che agisce in stato di “grave turbamento”, garantendogli il gratuito patrocinio e nessun obbligo di risarcimento. In taluni casi la dicotomia ideale sulla faccenda è di facile lettura: chi ha vissuto sulla propria pelle casi di aggressione privata o violazione del proprio domicilio da figure criminose di ogni genere è assolutamente favorevole alla legittima difesa 2.0 tinta di giallo-verde; chi non ha provato mai una delle citate vertigini si staglierà tra le seggiole del partito della non violenza a prescindere, presieduto dalla Chiesa Cattolica e in memoria di Mahatma Gandhi.

Tuttavia, seguendo l’indirizzo della futura legge, una persona che uccide un ladro sorpreso nel proprio spazio privato può essere comunque indagata, in quanto la norma riduce la discrezionalità del magistrato nel giudicare la proporzionalità di una difesa rispetto all’offesa, ma non si pone come “scudo giuridico” su ogni casistica. Inoltre, la violazione di domicilio, di un luogo dove si esercita un’attività commerciale, professionale o d’impresa, gode di una difesa proporzionale all’offesa che dovrà rispecchiare un’entità di tali casi: quando viene usata un’arma legittimamente detenuta o un altro mezzo atto a offendere per tutelare la propria o altrui incolumità o per difendere i beni propri o altrui nel momento in cui il ladro non si appresti a desistere e aggredisca gli attori in campo fisicamente o con armi o differenti mezzi d’offesa.

La filosofia dell’atto legislativo, fino a qui, è di legittima rilevanza. Mettevi nei panni di un padre o di una madre di famiglia, che subiscono un’irruzione in casa e vedono in serio pericolo la vita delle loro creature. Mettevi nei panni di un uomo, che come in Arancia meccanica di Stanley Kubrick vede sotto i suoi occhi annegati nel sangue la moglie violentata da un clan di belve. Mettetevi nei panni di un anziano picchiato a sangue da belve sciolte e che assiste al taglio del lobo sinistro della moglie. La difesa è ineccepibilmente legittima per costoro. A chi crede che non reagire a un’aggressione, a un furto o a un atto dispregiativo sia monito di educazione e senso di pietas per il mondo, bisogna dire che la rivolta culturale non si fa davanti a un criminale che è pronto a freddarti, ma nelle scuole e nei salotti intellegibili che da anni non producono niente, solo smancerie.

Possiamo distinguere più tipologie di ladro o aggressore: chi ruba per fame, costui non arriva a uccidere o a essere sadico in maniera cruenta; chi ruba per potersi drogare, pilotato da un capoclan “imprenditore del crimine”, costui ucciderebbe per la droga (in questi casi il protagonista potrebbe essere proprio il capoclan che ucciderebbe con le sue mani); chi ruba o aggredisce per sfregio o per regolamento di conti, figure prive della sanità mentale e pronte a tutto, anche torturare e uccidere. Tolta la prima casistica, che raffigura un masnadiero spinto dai morsi della fame, la maggioranza rileva profili criminosi pronti a uccidere per raggiungere il loro obiettivo. Perciò la difesa è più che legittima.    

L’imminente legge si ritrova a esporre solo un punto realmente fragile: non modifica in alcun modo le regole sul reperimento, la regolarizzazione e l’utilizzo delle armi. L’attuale porto d’armi “per uso sportivo” dovrebbe essere sostituito da un porto d’armi “di difesa” rilasciato a persone che godano di un perfetto equilibrio psicologico, che non abbiano precedenti penali gravi e che si siano distinte per una buona condotta esistenziale. Il rischio di diventare una costola del Far West è reale, vista la furbizia schiacciante del popolo italiano e la disorganizzazione dei controlli nel settore sicurezza. A questo mio richiamo la ministra per la pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, ha risposto prontamente:

Fino a oggi ci si poteva difendere solo dopo un’analisi della situazione e quindi rispondere all’aggressione. Adesso se una persona mi entra in casa di notte io ho il diritto di difendermi, con qualsiasi cosa dal mattarello fino all’arma da fuoco regolarmente registrata. È una legge che permette di difendersi, ma non è certo una licenza di uccidere.

Il delitto deve essere introiettato dallo Stivale come un’azione d’estrema ratio e non come una possibilità ben presente nel districarsi dei giorni, da utilizzare per uso e consumo. Prendendo d’esame l’osservazione del filosofo dell’Impero, Marco Aurelio, la legge morale dentro ogni uomo dovrebbe preventivamente rimanere la seguente:

Il modo migliore per difendersi da un nemico è di non comportarsi come lui.

Nessuno può farsi giustizia da solo

di Mattia Palatta

Rousseau descrisse l’uomo con l’espressione del “buon selvaggio”. Secondo tale definizione, l’uomo in origine era di animo buono e non aggressivo verso gli altri, perché non aveva bisogno di competere per accaparrarsi le risorse necessarie alla sua sopravvivenza. Tale idillio è stato poi bruscamente interrotto dalla nascita dei villaggi e della vita in comunità, oltre che soprattutto dall’avvento della proprietà, che tanto fece arrabbiare il filosofo francese e qualche altro intellettuale dotato di un discreto carisma e un seguito nutrito. Tuttavia, la storia ha smentito Rousseau praticamente in tutto: l’uomo si è dimostrato essere di indole senza dubbio non buona e, soprattutto, la vita in comunità ha portato innegabilmente più vantaggi che svantaggi a noi primati.

La sensazione di sicurezza che inconsciamente abbiamo quando entriamo in un centro abitato dopo giorni di campeggio in mezzo alla natura è qualcosa di insopprimibile, anche per il più incallito degli amanti della vita all’aria aperta. Perché, in fin dei conti, noi siamo animali sociali. E non possiamo evadere da questa realtà. Ed è proprio questa nostra natura profonda che ci ha portato a stabilire delle regole di convivenza che, nel corso dei secoli, sono diventate sempre più affinate fino a diventare l’odierno elefantiaco e a volte frustrante diritto.

Ma, a guardare bene, tutto l’impianto del diritto e della nostra vita sociale si basa su di un’unica regola sacra e immutabile nel tempo: nessuno può farsi giustizia da solo, perché ciò comporterebbe la liquefazione della società per come la conosciamo. Infatti, se questo accadesse, non vi sarebbe più la possibilità di contenere quella legge del più forte (o della giungla, se vi piace di più identificarla con toni esotici o floreali) che continua a covare nell’animo di ognuno di noi perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto l’irrefrenabile impulso di farci giustizia per un torto subito. E tutti noi abbiamo immaginato di farlo senza dubbio non ricorrendo a maniere oxfordiane o concordi con il vivere civile, ma usando la sana e vecchia forza bruta.

Basterebbe tale onesta riflessione per capire che la riforma della legittima difesa, così com’è concepita, non è semplicemente in grado di rappresentare un argine plausibile al tracimare del libero arbitrio. Perché le visioni portate avanti da questo governo sul tema (riassumibili nello slogan tutto propaganda e niente sostanza la difesa è sempre legittima) sono semplicemente legate a un equivoco e una visione assolutamente irreale della nostra capacità di giudizio e contegno nelle situazioni in cui difenderci diventa necessario. Infatti, affermare che reagire è sempre legittimo quando qualcuno si intrufola in casa senza considerare in nessun modo la situazione contingente equivale a una messinscena da parte dello Stato simile a quella che rese celebre Ponzio Pilato e, pertanto, riassumibile con un “me ne lavo le mani”.

Questa norma, in questo frangente, sembra quasi equivalere ad una rinuncia alla giurisdizione dello Stato nelle case degli italiani, in nome della sacralità della proprietà privata e del libero arbitrio da parte dei suoi detentori. Perché, stando così le cose, non importerà più per quale motivo si sia sparato al ladro, ma solo che il fatto sia avvenuto in un’abitazione privata. Con buona pace dell’esclusività dello stato di fare giustizia. E il tanto vituperato eccesso di legittima difesa? Rimane, ma tanto depotenziato da renderlo quasi inutile in questi frangenti in nome dello slogan la difesa è sempre legittima che, dal canto proprio, si dimostra talmente forte da ascendere a vera e propria presunzione giuridica (un fatto cioè ritenuto vero anche prima delle prove che lo possano affermare in maniera indiscutibile) quasi come lo stesso sfortunato uomo processato da Ponzio pilato ascese al cielo alla fine del processo, secondo alcuni.

Di conseguenza, se volessimo dare una lettura del motivo che abbia spinto il nostro governo a riformare in questo modo tanto incosciente la legittima difesa la potremmo ricercare in un improvviso innamoramento dell’Esecutivo per Rousseau e il suo inguaribile ottimismo verso la natura umana, ritenendo così noi italiani tanto buoni da non necessitare della presenza dello Stato per regolare i problemi che possono nascere nelle nostre case, perché colmi di buon senso e infallibilmente volti a optare per la reazione più proporzionale all’offesa ricevuta. Oppure, potremmo leggere questa riforma come una naturale conseguenza di una campagna elettorale tanto ardita e fantasiosa da esigere una capitalizzazione delle promesse fatte, a qualunque costo, con buona pace dei molti membri del governo che indossano una casacca gialla e che, firmando il decreto in questione, si sono sentiti correre lungo la schiena un brivido. Il tutto in nome di un’altra regola non scritta della vita in comunità: pacta sunt servanda. Sempre.