Ripartiamo dal 40%. Questa è l’ottimistica parola d’ordine che il giglio magico renziano ha deciso di fare propria dopo la clamorosa debacle referendaria e le inevitabili dimissioni dell’ex sindaco di Firenze. Nel mare dello spaesamento in cui nuotavano i renziani, è stato Luca Lotti – il collaboratore più fedele – ad indicare questo tronco a cui aggrapparsi dopo il naufragio delle urne. Ma quel 40% è veramente destinato al Pd nelle prossime elezioni politiche? Quei 12 milioni di voti raccolti dal fronte del Sì sono da considerarsi davvero come esclusivo bottino personale di Renzi? Secondo l’analisi sui flussi elettorali realizzata dell’Istituto Cattaneo, no. In base ai dati riportati dal sondaggista Rinaldo Vignati, il referendum costituzionale ha confermato l’esistenza di “una componente minoritaria ma significativa di elettori (del PD) dissenzienti rispetto alla linea ufficiale della segreteria.” Il record si raggiunge a Cagliari dove più del 45% dell’elettorato piddino consultato ha dichiarato di aver votato No. Viceversa, le ragioni della riforma Boschi sono riuscite ad intercettare consensi negli altri schieramenti: i Si sono stati prevalenti fra i centristi, consistenti fra i berlusconiani ( addirittura, a Firenze il 44% degli ex elettori di FI interpellati) e con sporadiche apparizioni persino fra gli elettori grillini. Il panorama emerso da questi dati fotografa, dunque, un’innegabile difficoltà di tenuta della segreteria Renzi su un partito che – storicamente – può contare su un elettorato fortemente fidelizzato.

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Come hanno votato 100 elettori che alle politiche del 2013 avevano votato Pd- Istituto Carlo Cattaneo

Dopo aver passato mesi a personalizzare il referendum ed aver annunciato il suo ritiro dalla politica in caso di sconfitta, Renzi aveva cambiato atteggiamento nel vivo della campagna e si era dimostrato pentito della linea sostenuta precedentemente. Tanto che durante lo speciale di “Porta a Porta” del 23 Novembre scorso, raccogliendo la sponda prestatagli dal sindaco di Verona Flavio Tosi, l’allora presidente del Consiglio si era preoccupato di sottolineare che molte persone a cui lui risulta antipatico, avrebbero comunque scelto il “Si” perché convinte delle buone ragioni della riforma.  E persino sul sito ufficiale del comitato “Basta un si” campeggiava in grassetto lo slogan “alle elezioni vota per chi vuoi, al referendum vota per te stesso”. Erano stati gli stessi sostenitori del Si, con Renzi in testa, a voler rivendicare il carattere apartitico della scelta referendaria tanto che si dava per certa l’esistenza di molti “elettori di centrodestra […] a favore della riforma costituzionale”. E così, poi, effettivamente è stato.

Bastava un sì

Bastava un sì

Per alleviare le ferite della batosta elettorale, però, Renzi ed il suo giglio magico hanno di colpo dimenticato la precedente insistenza sulla trasversalità dei consensi del Si, hanno cancellato i numerosi ed accorati appelli agli elettori di Berlusconi e Grillo a soffermarsi sul quesito ed hanno deciso di impossessarsi di quell’allettante 40 % per rivendicare una posizione di forza che, però, non esiste nel paese. Come ricorda il sondaggista Nando Pagnoncelli a “Il Fatto Quotidiano”, “dire che quel 40% è l’embrione del partito di Renzi o del partito della nazione è una semplificazione che non sta né in cielo né in terra. Tra quegli elettori c’è dentro un po’ di tutto e molti di loro, in caso di elezioni politiche, non starebbero mai dalla parte di Renzi”. Basterebbe guardare alla storia dell’Italia repubblicana per scoprire quanto sia privo di valore l’assioma lanciato da Lotti e sposato dal resto del giglio magico: i radicali, solitari vincitori nel ’74 del referendum abrogativo sul divorzio, non “ripartirono” dal 59,26%  del No nelle successive elezioni politiche del ’76 ma dovettero accontentarsi  di un più modesto 1,07 %. Così come Mariotto Segni, animatore della stagione referendaria per l’introduzione del maggioritario, alle elezioni politiche del 1994 col suo Patto si fermò al 4,3%  senza ottenere quella maggioranza parlamentare bulgara su cui – in base all’assioma Lotti –  avrebbe potuto contare considerando che il “suo” Si al referendum del 1991 sulla legge elettorale riscosse il 95,57 %  dei voti.