Qual è oggi il ruolo sociale riservato al teatro? È giusto sovvenzionare con fondi pubblici il teatro? Come si colloca la “finzione consapevole” del teatro nel mondo di plastica nel quale viviamo? Sono tutti interrogativi che abbiamo provato a sciogliere con Michele La Ginestra. Tra le tante cose, La Ginestra è fondatore e direttore artistico del Teatro 7, un teatro romano che registra sempre maggior consenso da parte del pubblico. La struttura è nota nel contesto capitolino anche per i numerosi laboratori teatrali, diretti da Sergio Zecca, che producono spettacoli i cui proventi sono interamente devoluti in beneficenza attraverso una fondazione. Insomma, pare essere davvero una realtà “virtuosa” e non gode di alcun finanziamento pubblico.

A sinistra Michele La Ginestra e a destra Sergio Zecca.

A sinistra Michele La Ginestra e a destra Sergio Zecca.

È rimasto nella storia del teatro italiano il confronto serrato tra Oreste Campese e il prefetto De Caro ne “L’arte della commedia” di Eduardo De Filippo. Lo Stato severo, colmo d’autorevolezza, si scontrava arrogante con l’attempato e umile attore di provincia. È un’opera metateatrale certamente significativa: si denunciava la condizione di isolamento, culturale e istituzionale, nella quale versava il teatro di allora, il teatro post bellico: nessun finanziamento per la ricostruzione dei teatri distrutti, nessun albo professionale per gli attori che rappresentavano un mestiere come tale nemmeno riconosciuto. Pensi che sia ancora così? Qual è il ruolo del teatro oggi in Italia, aldilà dello “svago”?

“Penso che il teatro abbia un ruolo fondamentale di educazione culturale e sociale per l’umanità. Il mezzo teatrale costituisce un percorso attraverso il quale le persone possono imparare a conoscere se stesse, a confrontarsi con gli altri, a costruire dei progetti comuni. Il compito dello Stato, avvicinandogli soprattutto i giovani, dovrebbe essere appunto quello di far conoscere il teatro. Purtroppo un invito a teatro provoca spesso la pelle d’oca in un giovane, dal momento che questi si aspetta almeno due ore di noia assoluta. È fondamentale far passare il messaggio per cui dietro uno spettacolo si celi un mondo complesso che vale la pena conoscere. Ecco perché lo Stato dovrebbe aiutare la cultura a emergere e a crescere: non è possibile paragonare il teatro a un qualsiasi negozio di alimentari o di beni comuni. Noi cerchiamo di fare cultura e la cultura non è circoscrivibile a mero strumento di sostentamento degli operatori culturali: è necessario andare aldilà. In questo momento lo Stato appare assente: il Teatro 7, ad esempio, non percepisce alcun contributo. Riusciamo ad andare avanti lo stesso, raccogliendo le nostre soddisfazioni, ma non ringraziamo nessuno se non noi stessi per l’impegno e la passione che, giorno dopo giorno, riversiamo in questo progetto”.

Memorabile scena tratta da “L’arte della commedia” di Eduardo De Filippo

Discutiamo di finanziamento pubblico e cerchiamo di capire se serva ancora. Prima di tutto il finanziamento pubblico al teatro servirebbe a rendere lo stesso accessibile a tutti e non un privilegio di pochi. Molti sottolineano però come in realtà con lo sviluppo degli attuali sistemi di comunicazione (particolare riferimento a internet) questa esigenza sia scemata: ormai la cultura sarebbe accessibile a tutti. Inoltre, a ben vedere, l’esplosione culturale avrebbe riguardato proprio quei settori nei quali il finanziamento pubblico è assente o quasi: produzioni audiovisive, musica leggera. Tu come la vedi?

“Chi ha detto questa cosa non ha idea di che cosa sia uno spettacolo teatrale, uno spettacolo dal vivo. Uno spettacolo dal vivo è unico e irripetibile: persino uno stesso spettacolo, visto in due giorni distinti, manifesta delle diversità. È qui la bellezza di questa forma d’arte e la rende imparagonabile a qualsiasi cosa possa essere registrata e mandata via etere. Per far sì che tutti possano godere di uno spettacolo dal vivo è importante che i costi necessari alla sua realizzazione siano abbattuti. Bisogna sapere che il nostro è un settore nel quale le formalità sono presenti come in nessun altro: è impensabile per un teatro anche solo immaginare di non stampare un biglietto. Il teatro è super controllato: se entri in un teatro e conti gli spettatori presenti, puoi esser certo che essi corrispondono al numero dei biglietti stampati. Non v’è alcuna evasione fiscale nel teatro. Tutti gli addetti ai lavori sono provvisti di agibilità specifiche (ex Enpals), compresi gli addetti al bar. I controlli di settore sono serratissimi e lo consideriamo giusto. Tuttavia al teatro, dall’altro lato, non è riconosciuta alcuna agevolazione. Io penso che lo Stato potrebbe quantomeno riconoscere una tassazione ridotta a questo genere di attività, data la sua rilevanza culturale. Mettere in scena uno spettacolo comporta dei costi esorbitanti: bisogna costruire delle scene, fare la pubblicità, scritturare gli attori, mettere a disposizione una sala prove e via dicendo. Fare questo lavoro è davvero difficile e senza l’aiuto dello Stato lo è ancora di più. Il fatto è che in Italia c’è chi sopravvive lavorando duramente e chi invece campa solo col sostentamento statale: basterebbe trovare una via di mezzo e questo darebbe maggior soddisfazione anche al pubblico che vedrebbe ridimensionato il prezzo di un biglietto”.

Un altro scopo del finanziamento pubblico al teatro è quello di preservare tutta una serie di repertori, meno appetibili al pubblico di massa, ma non di meno preziosi per l’alto prestigio culturale. Tuttavia è necessario profilare chi sia davvero deputato a individuare tali repertori: il Ministro e il suo apparato burocratico? La politica? Parliamo della stessa politica che in Parlamento espone cartelli indecenti contro gli immigrati, fette di mortadella o che al massimo si interroga sulla necessità di usare il femminile per definire alcune cariche istituzionali (sindaca, presidenta, ministra e così via)? Una commissione tecnica, va bene, ma composta da chi? E con quali criteri? Chi ne sceglie i membri? Siamo alle solite.

“La situazione è esattamente questa. Noi veniamo gestiti da persone che non conoscono la materia: abbiamo un apparato ministeriale che spazia dalle rovine di Pompei agli spettacoli teatrali, passando per il Teatro dell’Opera e per tante altre attività. Penso che sia necessaria la presenza di qualche addetto ai lavori all’interno del meccanismo. La politica non centra niente: servirebbero dei rappresentanti del settore eletti da esponenti del settore. Guardate che spesso noi parliamo con esponenti istituzionali che non conoscono assolutamente la realtà dei piccoli teatri di Roma. È noto cosa accade nei grandi teatri, quelli abituati a godere delle sovvenzioni, ma a Roma abbiamo anche una cinquantina di teatri che sono al di sotto dei 200 posti: possibile che a nessuno interessi di un patrimonio del genere? È vitale poter interloquire con persone che conoscano la materia: personalmente conosco meno la realtà dei grandi teatri stabili, ma per vent’anni ho imparato sulla mia pelle cosa sia un teatro più piccolo”.

La Ginestra in un esilarante “M’accompagno da me”, presso il Teatro Sistina.

Al teatro era riconosciuta anche un’altra grande funzione: quella di contribuire alla costituzione di una consapevolezza civica radicata e di una cultura di massa elevata tanto da garantire in capo al popolo la capacità di esercitare tutti quei poteri che la democrazia gli riconosce. Eppure, diciamocelo, dagli anni ’80 in poi, le televisioni commerciali (e al seguito la televisione pubblica) hanno spazzato via tutto: sono bastati un po’ di culi e tette al vento. Ne è valsa dunque la pena?

“Sono due percorsi completamente diversi e rispondono a logiche completamente diverse. Il prodotto televisivo, almeno oggi, non tiene minimamente in considerazione il tema del gradimento: di un programma rileva solo ed esclusivamente il numero delle persone che lo guardano e non il gradimento che queste provano. A teatro l’unica cosa che conta è proprio il gradimento: se uno spettacolo piace non lo fermerà nessuno. In effetti, tuttavia, la televisione resta il grande nemico di chi voglia intraprendere una carriera da attore, dal momento che spesso resterà ingannato da questa fabbrica di illusione: in troppi pensano che basti passare per un game show, per un talent del nulla, per poter essere qualcuno. No, per fare teatro ci vuole la gavetta e non c’è stato nessuno, fino a oggi, che senza quella gavetta sia riuscito a emergere. Questa forse è la nostra salvaguardia. Sul fatto che il teatro poi debba essere portatore di cultura siamo d’accordo, ma non possiamo non confrontarci coi tempi che viviamo: gli attuali strumenti di comunicazione consentono – e per fortuna – di godere di nuovi canali attraverso i quali fare cultura. Il teatro è certamente uno di questi, ma non possiamo demandare al solo teatro l’insegnamento dell’educazione civica di un paese. Ciò non toglie, faccio un passo indietro, che il teatro vada preservato: lo spettacolo dal vivo non è patrimonio di un quartiere o di una città. Lo spettacolo dal vivo è patrimonio dell’intera umanità”.

Abbiamo cominciato con Eduardo e finiamo con lui. Una volta scrisse: «a teatro la suprema verità è e sarà sempre la suprema finzione». E però forse non aveva previsto la follia dei tempi che viviamo: è diventato più importante essere fotogenici che belli; è più vincente conoscere un buon aforisma piuttosto che un buon libro. Michele, noi viviamo gli anni nei quali è molto più importante apparire felici sui social che esserlo davvero e si mettono “in scena” patetiche sceneggiate dove la sguaiatezza di una risata sottende spesso una profonda inquietudine. Tutto oggi è finzione: è come se i confini stessi del teatro si siano ormai sciolti nel liquido della nostra società. E allora cos’è oggi il teatro?

“Io non credo che vi sia una contrapposizione tra il teatro e quello che c’è fuori. Il teatro descrive la realtà attraverso la finzione: il teatro è specchio dell’umanità. Il teatro non potrà mai essere minato dalla voglia di apparire che i social stanno esasperando. Il teatro cerca di esprimere dei significati ben più profondi, anche tra una risata e l’altra. La ricerca di una risata, l’individuazione di un messaggio da comunicare, l’invito a una riflessione cui spingere lo spettatore: tutto questo è frutto di un lavoro accurato di scrittura e passa attraverso un tempo ben preciso di prove con le quali il testo si sviluppa e continua a crescere persino sera dopo sera durante le varie esibizioni. Il teatro non è un social: non siamo a teatro a fare i battutisti o a spararci delle pose. Noi siamo a teatro per portare in scena uno spettacolo e spero voglia dire qualcosa. Mettere in scena uno spettacolo significa esprimere un messaggio tra una risata e l’altra, facendo piangere, facendo vivere la vita esasperando anche le situazioni più cruente e difficili da accettare.

Vorrei solo aggiungere questo: l’invito a frequentare di più i teatri, rivolto soprattutto ai giovani. Quest’anno ho avuto la soddisfazione di portare al Teatro Sistina uno spettacolo scritto da me e sono stato felicissimo nel vedere l’entusiasmo di molti ragazzi in sala. Chi porta oggi i ragazzi a teatro deve capire che non possiamo servire un piatto di amatriciana a un bambino di cinque anni (prendo in prestito questa battuta di Roberto Ciufoli) dal momento che non riuscirebbe ad apprezzarlo e quindi non ci si può limitare a un repertorio tradizionale di cultura con la C maiuscola perché le cose vengono per gradi, crescendo. Buon teatro a tutti!”


«A teatro la suprema verità è e sarà sempre la suprema finzione» – E. De Filippo